
Non sono pochi, da Giorgio Bassani a David Foster Wallace, gli scrittori che sono stati attratti dal tennis, e non credo che sia un caso. Basta tenere d’occhio i due avversari quando la palla non è in gioco. C’è quello che si lega le scarpe dieci volte in un’ora, quello che evita accuratamente di calpestare le righe e quello che pretende di andare al servizio con la stessa palla con cui ha vinto il punto precedente. Un campione degli anni Ottanta, il cecoslovacco Ivan Lendl, tra un punto e l’altro non trovava di meglio che estirparsi le ciglia. E’ pura psicopatologia della vita quotidiana. Per gli scrittori è lo stesso. Il punto in comune è la solitudine di fronte a quella sconosciuta e maligna entità che se non osservassi le minuzie del rituale potrebbe castigarti facendo sì che le cose non vadano per il verso giusto. Le stanze dove scrivono gli scrittori sono i luoghi in cui si concentrano gli oggetti necessari al compimento dei necessari scongiuri, e la mia non fa eccezione. Naturalmente, non è provato che senza il Cartman di gommapiuma che da dieci anni mi porto dietro da una scrivania all’altra – o senza l’aeroplanino d’acciaio, o senza quella determinata sedia dell’IKEA – le cose non andrebbero per il verso giusto: ma perché rischiare? Io scrivo in una stanza lunga e stretta, su una scrivania che inizialmente mi era sembrata enorme ma poi, a mano a mano che gli appunti, i libri, i portapenne si accumulavano, si rivelò appena sufficiente. Uso un desktop piuttosto ingombrante e un portatile. Sì, quando mi metto alla scrivania accendo due computer: perché, se le cose non vanno per il verso giusto, prendo il portatile, lascio la stanza e me ne vado da un’altra parte, sulla poltrona accanto alla finestra o – se non c’è nessuno in casa – sul divano del salone. Ma, in generale, me ne resto alla scrivania, con la porta chiusa e la connessione alla rete rigorosamente disattivata. Sulla scrivania, oltre a Cartman e all’aeroplanino, ci sono libri e quaderni, un telefono-fax, un portacenere, un pacchetto di sigarette e una lattina di Red Bull. Se la parete davanti a me è vuota, alle mie spalle incombe una libreria; sulla parete alla mia sinistra sono appese tre foto: quella che mi ritrovo a guardare più spesso mostra un angolo di strada. L’ho scattata io a New York una mattina dell’estate 2003. Il semaforo rosso sta per cambiare colore. La gente è in attesa di attraversare. Il movimento è sospeso. La piccola folla è in procinto di riprendere i propri cammini divergenti, qualcuno ha già levato un piede per il prossimo passo. La storia della giornata sta per cominciare.
Ernesto Aloia, 30 luglio 2010
Le altre stanze:
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