
Una stanza: ce l’ha una stanza? Certo che ce l’ho, una stanza. Quante notti? Questo è il prezzo. Una stanza la trovo sempre. Per gli altri. Perché una stanza per me, io, ecco, una per scrivere, ce l’ho mica. La mia stanza, quella in cui scrivo, è una tasca. Dentro quella tasca c’è una moleskina, ogni tanto cambia colore, quella che ho adesso è blu, blu cobalto, non sembra neppure una moleskina. E su quel taccuino prendo appunti, appiccico post-it, traccio arabeschi di sghimbescio, disegno, anche se son mica troppo bravo, io, a disegnare: anzi son proprio negato. Infatti, poi, sopra ci appiccico sempre i post-it. Se dovessi allora descrivere la mia stanza, quella in cui scrivo, dovrei dire che generalmente si trova dentro una giacca, mi piacciono molto le giacche, tre bottoni, col bavero fino e il taglio slim; la mia stanza è una tasca, dentro quella tasca un taccuino, una penna, dei post-it di quelli giallo ocra, sei centimetri per sei. Ma ce la potevo mica inviare, a Caltari, una foto della tasca. Mi si chiede di descrivere una stanza. Mica una tasca.
Una volta, in un’intervista che gl’ha fatto Brizzi, Vasco ha detto che quando scrivi una canzone è un po’ come quando ti viene da far l’amore con una donna: magari ti prenoti la miglior suite dell’Excelsior, col minibar pieno e le fragole vicino alla glacette per la sciampagna, e non concludi una cicca. Poi, invece, sul reclinabile della miniminor, vien fuori una ròba che non te la dimentichi mai. Io, per scrivere, vado nei non luoghi: le piazzole di sosta e il porto della città in cui vivo, i più gettonati, oppure il bistro in cui cucina mia moglie, seduto sotto il gazebo, e poi nella reception dell’albergo in cui lavoro, da dieci anni. Una reception è il posto migliore, per scrivere, durante i turni di notte: i miei libri li ho scritti tutti là, in buona parte. Le scintille son scoccate tra un servizio in camera ed un per favore domattina per la centodiciannove sveglia alle sette. Poi, questo sì, ho la stanza del rammèndo. Dove gl’appunti trovano un’architettura precisa. Dove calibro. Dove aggiusto il tiro. Dove approfondisco. Dove traduco, anche. In questa stanza, che lascerò tra tre mesi, e un po’ mi dispiace, c’è una scrivania con due cassetti che credo di non aver mai aperto. Ho paura, di quello che potrei trovare in quei cassetti. C’è un posacenere, della Dinamo Bucarest, me l’ha regalato il portiere della Dinamo Bucarest degli anni ’70, true story: dura sempre troppo poco, il tempo in cui ancora puoi vederlo, il Lupo della Dinamo, prima che un tappeto di cenere gli copra le orecchie. E poi una tazzina da caffé del Valencia C.F., dentro c’è del copioso paracetamolo. Stretti in una morsa d’acciaio, sorretti da una Matuzalem di Nero Buono, una bottiglia che sto facendo invecchiare da qualche anno, i libri che mi servono per le ròbe alle quali mi sto dedicando. Fogli, pòi. Che a vederli dici un ométto ordinato invero. Ma prova a capirci qualcosa.Scrivo su di un laptop, portatile solo nel nome, reiterato sfregio postmoderno al rococò della scrivania. La mia stanza del rammendo, ancora per poco.Perché io una stanza per scrivere ce l’ho mica, una tutta mia. Non ancora. In compenso, ho sessanta camere libere, anche vista mare, sì, vuole vederla? Sapere il prezzo? Pagamento alla partenza, s’intende.
[Le altre stanze dei nostri scrittori]
