
Innanzitutto un profumo di caffè posato come nebbia, sospeso tra le tele e i divani del salone atelier dell’amico pittore. A seguire la luce filtrata dalla Gran Cupola di San Pietro incorniciata in una finestra. Infine gli occhi dell’amico poeta che aveva dormito nella camera accanto. In una mano la tazza di caffè e tra le dita dell’altra una sigaretta accesa. Accoglieva l’alba esattamente come avrei fatto io, con i ferri del mestiere a prendere a pugni lo stomaco, i succhi, a scuotere la pelle facendola vibrare con boccate di aria rovente e le labbra appese allo zucchero inesorabilmente lento. «Passa a trovarmi quando puoi, a Pozzuoli. Da casa mia vedrai ogni cosa delle cose che scrivo. Senza il paesaggio che ho davanti non saprei come fare.»
Così ho pensato da quale finestra guardo il mondo, da quali porte accedo al mio atelier, da quale cielo o mare potesse ogni cosa scritta da me, trarre ispirazione. E allora ti spieghi meglio, tutto ad un tratto le pietre posate ad arte sui palazzi, visibili dal marciapiede, come la lapide che recita, a Firenze, giusto di fronte a Palazzo Pitti, «In questi pressi fra il 1868 e il 1869 FEDOR MIHAILOVIC DOSTOEVSKIJ compì il romanzo “L’Idiota”». Provo, ma solo certe volte, un’invidia ragionevole verso i monogami dei paesaggi e dentro di me so che la scrittura, ogni tipo di creazione ne avrà tratto sicuro beneficio. Come se tracciasse una dimensione d’ordine in cui lasciare che la parola, il pensiero della parola, lo stile, possano fare in grande anarchia ogni cosa.
Ma per chi come me si è auto esiliato da ogni terra o lingua che potesse significare casa, e trarre da un unico paesaggio quel tipo di riposo dello sguardo che permette al resto dei sensi di farsi la guerra e mettere in subbuglio ogni cosa, alla maniera di certe case borghesi abitate da molti ragazzi, come fare? Accade, perché qualcosa succede sempre, in questi casi, che si disponga, di tutte le case abitate, di tutte le finestre e porte, e quello che è al di là di esse, in una volta sola, facendo bene attenzione a ordinare ogni cosa con cura certosina e grazia di piegatrice, come si ostinava una vecchia barbona osservata all’angolo dell’Hotel de Ville che strato dopo strato, panno dopo panno, faceva del contenuto del carrello, la corteccia che le avrebbe fatto da memoria e di quel pezzo d’ordine, trincea.
«Tu non mi lascerai cadere in quell’abisso», chiesi con le lacrime agli occhi all’amica che mi stava accompagnando alla stazione. Così, per me, di treno in treno, di ricordo in ricordo, appeso a una visione come un ladro di appartamenti porto con me, da qualche parte dentro, la pianta della camera in cui non ho mai smesso di abitare, alle cui pareti inchiodare i libri e i quadri che mi porto appresso ad ogni trasloco e mi fanno da casa.



