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20 Dic 2010

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Caltari

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Le stanze degli scrittori: Alberto Prunetti
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di Alberto Prunetti

È il magazzino. La tana in cui accumulo i reperti di viaggio senza riuscire mai a farne un inventario completo. Forse perché qualcosa mi preoccupa nell’esperienza dell’accumulo quantitativo. Nell’infilare tutti assieme i libri e i cimeli raccolti. Tanto che anche gli scaffali, incuneati in ogni angolo, sfuggono al grandangolo. È il magazzino, non sarà mai, o mai più, la mia stanza. Non ho scritto qui “Potassa”, il primo libro che pubblicai nel 2003. L’avevo scritto alcuni anni prima, metà in una casa di pietra in un paesello dell’Alta Maremma, il resto in un bungalow nel Dorset, a Swanage, di fronte all’isola di Wight. E l’antologia “L’arte della fuga” era nata nel monolocale di Brest, in Bretagna, per essere limata poi nella stanza di Siena con le pareti di vetro che sembrava una serra. Quanto a “Il fioraio di Perón”, è rimbalzato nella sua composizione su tre continenti. I primi capitoli li ho scritti al decimo piano di un grattacielo affacciato sulla strada più larga del mondo, quella avenida 9 de Julio che taglia come una lama la cartografia del microcentro di Buenos Aires. 16, forse 18 corsie. Almeno quattro semafori per andare da un marciapiede all’altro. O un passaggio sotterraneo che sembra un inferno variopinto dall’odor di tortilla unta. In basso i rumori della strada, echi di frenate, urla, colpi di clacson, rombi di motore. In alto un alveare di vetro con una scrivania lunga che percorreva il perimetro della finestra e un soppalco su cui io e Sara cercavamo di dormire coi tappi nelle orecchie. Di fronte, una gigantografia di Maradona si accendeva periodicamente. Ma su “Il fioraio di Perón” ho continuato a lavorare anche nella mansarda del septième arrondissement di Parigi, che poi in realtà stavo proprio ai bordi del settimo, era un settimo che confinava di fatto col sesto, ma sempre di rive gauche ripulita e tristemente desessantottizzata si parla, neanche “bobò”, solo altoborghese (strano intreccio del destino quello che mi ha portato lì, estraneo alle ricchezze dei vicini che bussavano nervosi alla porta alle 22.01, quando scattava l’ora condominiale del silenzio). Il manoscritto ha continuato a lievitare in seguito al ritorno in Toscana, ma le bozze definitive mi sono arrivate nella stanza di Mumbai, nel quartiere di Bandra, insediamento cool a pochi minuti di treno ultracarico dalla zona neogotica.

Il magazzino rimane sempre lì, e finora è l’unica stanza che contiene il grosso dei miei libri, quelli che ho letto, che ho scritto, quelli che ho tradotto e curato, qualche cosa lavorata come ghost-writer e altre cose già sbozzate ma rimaste a decantare nel cassetto. Ci sono i libri, è la stanza dello scrittore. C’è anche il manifesto del seminario dell’Universidad Popular de las Madres de Plaza de Mayo dedicato a Rodolfo Walsh, con le splendide lezioni di Eduardo Jozami. E l’icona della dea Lakshmi, comprata in un mercato del Kerala (si può essere atei e coltivare un feticismo politeista? Sì). Ma non ci sono io. Non è casa mia. Io rimango in affitto, altrove, con case e contratti precari, separato dai libri. Separazione, malinconia del tango. Nostalgia. Sempre in partenza, verso altre case: Buenos Aires, Città del Messico, o qualche remota meta su un altro continente, obbligato a trattenere solo i libri che stanno nei limiti di peso del bagaglio di ritorno. Sempre di ritorno. Nostalgia. Volver, con la fronte imbiancata, la neve del tempo eccetera eccetera. Le persone si muovono, la vita non si ferma, altrimenti è morte. La scrittura si deposita tra le righe, si fissa nei libri, si accumula in scaffali, librerie, biblioteche. Ci sono i libri, non c’è lo scrittore in questa stanza. In certo modo, catalogare la vita è consegnarla alla morte, al deposito quantitativo. C’è ancora tempo allora per fare cataloghi e bibliografie, del letto, del tradotto e dello scritto. Perché lo scrittore è vivo (e lotta assieme a noi!), e sopravvive, e paga l’affitto, e cerca nuovi incarichi da un lato all’altro del pianeta, con la penna, la macchina fotografica, il dizionario e qualche manuale d’italiano. E i suoi libri aspettano che ogni tanto lui torni, perché tolga l’oltraggio della polvere o venga a dir loro: andiamo, abbiamo una casa dove stare assieme. E stavolta non ci spostiamo più. Forse.

Ma i libri non si fidano di me, e resistono sui loro scaffali…

 

[Le altre stanze dei nostri scrittori]

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