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25 ago 2011

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Caltari

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Le stanze degli scrittori: Roberto Pazzi
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di Roberto Pazzi

Scrivo nel mio studio, al quarto piano di un palazzo del centro della nobile città di Ferrara, a quattro passi dal Castello Estense, dove l’Ariosto e il Tasso crearono i loro poemi. La mia via non è una via, ma una contrada. È infatti denominata Contrada della rosa. Anche questo è un filo tendenzioso che mi lega al sommo fantastico della nostra letteratura, Lodovico Ariosto, che abitava a poca distanza, in Contrada del mirasole … a ciascuno il suo fiore … La mia stanza ha una vista silenziosa, assai suggestiva, perché dà su un giardino antico di Palazzo Santini, oggi Sinz. Con un tempietto scenografico che sta fra pioppi, acacie, robinie e magnolie, adorno di statue di Apollo e le Muse.

Si intravede dalla mia finestra il Palazzo dei Diamanti. La vista si apre quindi sul verde privato domestico e sul cielo azzurro della mia terra, pur restando nel cuore della mia città. La stanza è naturalmente piena di libri e di carte ammonticchiate anche lungo i muri, non solo nelle tre librerie. C’è alle pareti una raccolta di copertine di qualcuno dei miei 17 romanzi incorniciati alle pareti insieme a un grande poster di Lucrezia Panciatichi del Bronzino, a un ritratto della modella di Amedeo Modigliani ricamato a mano, a una mia foto a 40 anni, apparsa su VOGUE Italia, nel 1986, di Giuseppe Pino, alla foto di una carissima zia scomparsa, Luisa, a una dello Zar Nicola II protagonista del mio romanzo di esordio Cercando l’imperatore, a una foto di Santa Gemma Galgani che mi colpì perché aveva la bellezza straordinaria che manca sempre ai santi cattolici, che appaiono emaciati e consumati, in ossequio alla colpa di essere belli.

Sulla mia scrivania tutti gli oggetti sono in vista, non ci sono cassetti. Appaiono penne e matite in vari contenitori, oltre agli immancabili pc e stampante e a oggetti donatimi dai miei traduttori, da persone molto care, da persone amate, come due corone del Settecento, un uccellino di cristallo di Boemia, una colomba bianca brasiliana, un elefantino di avorio cinese, una cassetta di legno profumato rosso, acquistata al mercato di città del Messico con Dacia Maraini, venti anni fa, una sveglia cappuccina ottocentesca, che mi sta di fronte a ricordare sempre che il Tempo fugge, la opera creativa rimane. Dalla finestra che volge a nord est si nota un albero di melagrano nel cortile, quella che un giorno indicai a Claudio Magris perché mi aveva ispirato la scena finale di Cercando l’imperatore, dove la famiglia imperiale muore avvelenata dalla melagrana, del cui potere era avvertita solo la figlia Tatiana … Un suicidio regale, a imitazione della morte di Cleopatra e Mitridate. E ricordo la reazione di Magris, vivacissima “Roberto, dobbiamo scrivere la differenza fra un luogo reale e un luogo letterario, il passaggio, il mutamento che subisce un posto della realtà, quando diventa simbolico nella scrittura!” Un altro bel ricordo di questa stanza è del caro amico scomparso Cesare Garboli, il grande critico, che mentre gli preparavo il caffè, in cucina, da questo studio guardava nella mia libreria i romanzi e le raccolte di versi scritti, in bella mostra, in successione temporale … Ed esclama “Oh, Roberto … ma quanto hai scritto!”

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Tags: Roberto Pazzi, Stanze degli scrittori, Stanze dei nostri scrittori
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