• Cos’è l’Archivio?
  • Chi è Caltari?
  • Collabora!
Archivio Caltari










  • Scritture
  • Psicogeografie
  • Memorie
  • Segni
  • Generi e relazioni
  • Tipografie
  • Letture
    • E-Book
    • Recensioni
    • Web-comic
  • Rubriche
    • Fotobiografie
    • FuoriFuoco
    • Regole di scrittura
    • Stanze degli scrittori
  • Indice
  • Gli ambi a sorpresa di Caltari
21 feb 2011

Autore

Caltari

Condividi

Articoli correlati

  • Le stanze degli scrittori: Marco Rossari
  • Le stanze degli scrittori: Nadia Terranova
  • Le stanze degli scrittori: Luigi Bernardi
  • Le stanze degli scrittori: Fabio Bartolomei
  • Le stanze degli scrittori: Michael Morpurgo
  • Le stanze degli scrittori: Massimo Vitali
  • Le stanze degli scrittori: Roberto Pazzi
  • Le stanze degli scrittori: Gianni Tetti
  • Le stanze degli scrittori: Giulia Fazzi
  • Le stanze degli scrittori: Fabrizio Gabrielli
  • Le stanze degli scrittori: Francesco Forlani
  • Le stanze degli scrittori: Marco Candida
  • La stanza di Zoltán Kőrösi - Budapest
  • Le stanze degli scrittori: Zeta Kunduri
  • Le stanze degli scrittori: Will Self
  • Le stanze degli scrittori: Chiara Gamberale
  • Le stanze degli scrittori: Elia Spallanzani (e l’appello degli scrittori contro il rogo)
  • Le stanze degli scrittori: Gianni Solla
  • Le stanze degli scrittori: Alberto Prunetti
  • Le stanze degli scrittori: Paolo Marasca
Le stanze degli scrittori: Sarah Spinazzola
Caltari 4 commenti Stanze degli scrittori Condividi

 

di Sarah Spinazzola

Quando Chiara Reali mi ha chiesto di scrivere del posto in cui scrivo, circa tre mesi fa, le avevo risposto che stavo per traslocare e che le avrei spedito qualcosa dopo essermi installata in questa camera. Adesso è un mese che sono qui, e non ho scritto ancora niente. Era successo che a un certo punto qualcosa dentro di me aveva detto: come si fa a scrivere di questo posto se uno ci è dentro da così poco? Se uno si fosse messo a pensare, le uniche cose che gli venivano in mente erano il fatto che nel posto nuovo le macchine invece che arrivare da destra, come era successo nei ventisette anni precedenti, adesso arrivavano da sinistra. E se uno provava a seguire una macchina, la direzione della macchina e quella delle orecchie andavano una contro l’altra. La macchina veniva da destra e per le orecchie arrivava da sinistra, degli incidenti tra sensazioni. C’era stata subito un’altra cosa delle orecchie, che veniva dal fatto che qui adesso c’è un supermercato e si sente sempre il bip della cassa quando ci passano sopra le cose. Prima, se uno pensava a dove abitava prima, cioè al pian terreno, ricordava che aveva sentito solo pezzi di conversazioni al cellulare, o tra signore che si fermavano lì sotto. Ora c’è continuamente un bip. Non se ne sentono molti perché è un piccolo super e la gente che vive qui compra due tre cose, però si sente sempre e a volte anche quando non c’è. Per esempio l’altra notte, se uno si fosse affacciato verso mezzanotte, avrebbe sentito lo stesso bip che c’era di giorno. Di fatto era un cosa un po’ allucinatoria. Ma dopo un po’, mentre uno chiudeva la finestra avrebbe concluso che il super forse aveva qualche traffico illecito, che batteva le cose in cassa senza venderle per davvero e trarne poi chissà quale vantaggio. Alcuni giorni dopo, qualcos’altro aveva detto: meglio fare prima la foto. E così uno, con la sua macchina fotografica si mette di fronte al tavolo scende giù con le gambe per dare alla foto un’angolazione inusuale, vuole far vedere che posto di lavoro strano ha, ma poi gli passava subito la voglia. Schiacciando il tasto così a caso, era venuta una bella foto, da tenere sul tavolo e guardare mentre uno scriveva questo pezzo che c’era da scrivere e che non scriveva. Era stato bello sentirsi chiedere di scrivere qualcosa appositamente, una cosa bella, cioè molto da scrittore. Chiedere di scrivere qualcosa a uno, carino vero? Infatti c’era stata molta contentezza in me, così tanta che era bastato leggere la lettera di Chiara per dire bello e non pensarci più. Invece adesso, se uno tornasse a pensare di scrivere qualche cosa sulla sua camera, sentirebbe che il problema, la cosa che manca, è la fotografia giusta. Così uno riprende la sua macchina, prova a mettersi davanti al tavolo. In un attimo molla giù tutto e si siede, abbattuto. Guarda fuori dalla finestra e vede l’angolo del palazzo di fronte e nota che in quel palazzo non c’è una finestra uguale all’altra, l’architetto le aveva fatte tutte con forme diverse. In quel momento uno ripensa al pezzo per la camera, pensa che avrebbe potuto fotografare l’angolo del palazzo, solo che poi è lì che uno sente qual è il vero problema e dice: non è la foto giusta. La cosa migliore sarebbe fotografare gli occhi, ma come ovvio non si capirebbe niente. Quindi pace. Se uno non ha la foto non può scrivere niente. E se non può scrivere niente, cosa ci sta lì a fare? Forse quello che servirebbe davvero è il tempo. Perché sarà vero che uno vive lì dentro da un mese, ma in realtà ci avrà scritto sì e no due giorni, che è molto poco. Anche se dire due giorni non sarebbe corretto. Perché, anche se uno non ha scritto quasi niente, e non ha scritto quasi niente perché non ha più tempo, visto che deve pagare l’affitto, comunque, anche se uno ha scritto solo per due giorni interi, sommando tutte le ore che ha scritto, anche se è così, che ha scritto due giorni interi e cioè niente, è vero, ma uno penserebbe lo stesso di aver scritto delle cose.

Per esempio a uno potrebbe venire in mente quando è sulla bici e sta tornando a casa. Soprattutto quando va a naso per una via sperando di sbucare dove dice lui e invece sbuca da un’altra parte e poi deve tornare indietro. È lì che si dice: ma io queste vie non le ho mai viste. E in quei momenti lì così, gli vengono in mente altre cose, per esempio dei pezzi di libri che non si sa come, certe volte, risvegliano la coscienza. O non direbbe proprio la coscienza, qualcosa di molto vicino. Risvegliano il guardare per esempio. Una sera mentre torna a casa questo qui, uno che per inciso vive da un mese in un posto nuovo e ancora non ha capito chi è, pensa: adesso vado dritto per questa via e secondo me torno prima. Invece poi si accorge che si è allontanato tantissimo e deve rifare la strada tutta al contrario, solo che era a senso unico quella che aveva preso, così ne aveva presa un’altra e a un tratto si sentiva in un altro posto, si sentiva come quando era stato a vedere Marsiglia, che a ogni via nuova si diceva: che strane vie, chissà io chi sarei se vivessi qui. Così uno è in quella via che va dalla parte opposta e così crede di tornare nella sua zona e invece no, e vede il cielo. Era già passato il tramonto o mancava pochissimo perché si vedevano delle nuvole piccole scure sopra un cielo chiaro, così allora aveva pensato: questo cielo parla di me. E se si fosse chiesto che cosa diceva di lui quel cielo, non avrebbe saputo dirlo, ma era stato proprio per quella cosa che non sapeva che ha pensato: ecco il risveglio. Senza capire perché diceva così, vedere un cielo, molto bello, un cielo bellissimo e sentire che quel cielo parlava di lui, a un tratto è arrivato un motorino e lo ha superato velocissimo. Allora aveva pensato: forse parla anche di lui questo cielo. Ma quello aveva tanta fretta, chissà cosa doveva fare, hanno tutti fretta quando si è in giro, se uno ha la bici se ne accorge molto spesso. Ma la fretta che hanno è solo di superarti, è quella la fretta che hanno. Uno vorrebbe superare sempre tutti, ma poi arriviamo al semaforo rosso e morta lì. Ma dove devi andare? uno pensa quando lo superano. Siamo tutti sulla stessa barca. Però quando uno aveva visto quel cielo, c’era stato qualcosa in lui che aveva pensato: c’è già tutto, qui c’è già tutto quello che deve esserci, non c’è bisogno di niente, neanche della fretta. E neanche delle foto e neanche del tempo. Ora ho perso di vista il senso di quello che volevo dire, perché non c’entra molto il fatto che uno non ha scritto quasi niente, col fatto che deve pagare l’affitto, col fatto che non ha tempo, col fatto che non ha la foto giusta e col fatto che gli hanno chiesto di scrivere un pezzetto del posto in cui scrive. Solo si accorge che è una reazione a catena. Cioè, non avere tempo e non avere la foto e avere da pagare l’affitto, è uguale a non avere da scrivere, che è poi, come uno crede di star dicendo, l’opposto, cioè il tempo per scrivere ce l’ha, come sulla bici, e la foto anche ce l’ha, per esempio il cielo, e tutto il tempo che il lavoro gli toglie, è una balla, perché dopo esplode in momenti come tornare a casa, e tutto torna bello e un po’ sorride. E questo d’accordo, ma il problema resta. Il problema è saper mostrare queste cose che sono troppe e tutte sparpagliate e non ci stanno in una foto, né in un solo tempo. La questione è mettere tutto insieme e dare un senso che si capisca cosa uno vuole dire. Allora forse si potrebbe concludere che la foto non è possibile averla e che anche scrivere qualcosa sul posto in cui uno scrive non è possibile, perché non è lì dove scrive e non è lì che succede quello che scrive. Oppure sì e sta sbagliando tutto. Ma ecco allora quella cosa del risveglio del guardare che c’entra molto con tutto questo, anche se forse non è così chiaro. A uno gli viene in mente che tutto è fuori e dentro allo stesso tempo. Ecco ci vorrebbe una foto con un fuori e con un dentro insieme, ma non so se è possibile. Certo, uno potrebbe fare la foto di questo tavolo su cui sta appoggiato coi gomiti, ma dovrebbe fare anche una foto della sega elettrica che sta facendo rumore fuori adesso per esempio. Questo è un grattacapo. Perché altrimenti si potrebbe fare sì la foto del tavolo, e dire: qui è dove scrivo, punto, quelli sono i miei libri, bene, quella è la finestra, d’accordo, quella è la luce che arrivava in quel momento dalla finestra, perfetto. Ma sarebbe tutto? Non sarebbe tutto. Allora ecco, bisogna accontentarsi. Ecco, dovevo dirlo subito. Accontentiamoci di quello che si può vedere e da lì dire, sì ma non è tutto. Sì, è vero, non è tutto, non torna niente. È proprio così, avete ragione, non torna niente con niente. Per esempio uno pensa di sbucare in una via e invece no. Infatti è difficile che torni tutto, se solo uno pensa che quello che scrive sulle agendine e mesi dopo va a rivedere non lo trova dentro nessuna cosa che ha scritto a computer. Ecco allora accontentiamoci, vorrei chiedere a chi vedrà la foto, e a chi leggerà questo scritto. È un peccato, è vero, ma di meglio non si poteva fare. O di meglio forse si poteva fare, ma non in un unico atto. Ecco, forse con tre quattrocento atti qualcosa di più si poteva capire, e comunque non sarebbe stato tutto, solo un po’. Anche a guardare le foto delle camere di altri scrittori non si vede molto. Anche di quelli fotografati con la macchina da scrivere sulle ginocchia e la sigaretta in bocca e l’indice che punta verso un tasto. Non è niente quello rispetto alle cose che ci sono nei libri. Insomma, è un processo molto misterioso. Ammetto che quella cosa in me che invece di buttarsi sul letto a dormire, adesso, nella pausa tra un lavoro e un altro, si è messa a pensare al pezzo per il posto dove scrive, stamattina non ci pensava assolutamente. Erano settimane che non ci pensava e poi eccola qui a dire queste cose. Molto misterioso tutto ciò. È molto affascinante. Verrebbe ancora da raccontare di quell’argomento di scrivere qualcosa e non sapere cosa scrivere, e dire che è molto dibattuto, ne parlano in molti, cioè molti, mi viene in mente un libro. Capita spesso di pensare così: non so cosa scrivere. E subito dopo: idea! potrei scrivere un libro su uno che deve scrivere un libro e non sa cosa scrivere. Di autori che di libri ne hanno scritti, in questo momento mi viene in mente Vila-Matas, che ha scritto un libro che si chiama La compagnia di Bartebly che parla di persone che un giorno per un qualche motivo hanno rinunciato a scrivere, e allora il libro parla dei libri che questi non hanno scritto, che è molto interessante. Però c’è un’altra cosa. In questo fatto che in me c’è qualcosa che si arrabatta per scrivere due righe che quasi sente del compiacimento nel non sapere cosa scrivere, ed è vero sì, ha qualcosa di vanitoso, ma anche di disperato. In altri racconti di scrittori che parlano della loro camera si sente che dicono: quello è il tavolo che uso per, quella è una camera che prima era, quel disegno me l’ha regalato uno che. Ecco, se guardassi la foto che ho fatto, allo stato in cui sono, il 17 settembre 2010, dopo un mese e sette giorni che sono in questa casa, ecco se la guardo non saprei dire niente, né di me, né del posto. Io chi sono? è una domanda che può disperare. Se guardo la foto e penso alla lampada so dire quanto costava e dove l’ha presa, il tavolo idem, la sedia idem. So queste cose esattamente come tutti quelli che vivono da soli che sanno le cose che hanno in casa, più o meno. Ecco allora la domanda era, ma di cosa diavolo deve parlare uno della sua camera? Adesso a dire il vero, considerando che oggi è il 15 ottobre e che sto tentando di scrivere questo pezzetto da un mese, e che sono in questa camera da quasi tre mesi, per rispondere a quelle cose del io chi sono e del chissà io chi sarei, dello sparpagliamento, del risveglio della coscienza e del guardare, della stanza in cui scrivo e della foto, dei tre quattrocento atti, della disperazione, del tutto torna bello e un po’ sorridere, del procedimento misterioso e affascinante, del non torna niente con niente, dello scrivere e non sapere cosa scrivere, dello scrivere il non sapere cosa scrivere, del tutto che non sarebbe tutto, del cielo che parla di me, del cielo che parla degl’altri, dell’accontentarsi, del continuamente bip, i traffici illeciti, il crash delle orecchie, il misterioso e affascinante, le finestre diverse, eccetera, eccetera, ecco, l’altro giorno ho pensato, dopo che ero là a letto e avevo appena finito di leggere l’ultima pagina di un libro e ho buttato per caso un occhio nella stanza e ho visto che sul tavolo c’era una bottiglietta d’acqua appoggiata sopra. Ecco, immediatamente ho pensato che le bottiglie d’acqua stanno bene in piedi, non come gli esseri umani, le bottiglie d’acqua basta appoggiarle sul tavolo e stanno benissimo, dove le metti le metti trovano perfettamente il loro posto, sul tavolo poi stanno proprio bene, traballano quando uno picchia sui tasti del computer. Stanno bene sia piene che vuote, anche mezze piene o mezze vuote, coi bozzi e il tappo avvitato storto, la piccola nebbiolina di goccioline che rimane sulla plastica a dire che saranno quattro cinque giorni che non le tocchi, che stanno lì e nessuno le beve, perché se qualcuno le beveva quel vaporino si sarebbe cancellato subito. Sarebbe un gesto così inutile prenderle subito e buttarla via, che va bene lasciarle lì non si sa perché, stanno sul tavolo a fare chissà cosa, a fare niente, a stare lì a prendere il sole e fare la condensa, fino a che poi non le vedi e succede qualcosa. Così niente, improvvisamente mi erano venute in mente quelle domande che facevo, e in quel momento io avrei detto che ero il vaporino dentro la bottiglia che vedevo dal letto, e lo specchietto, lasciato aperto vicino la finestra e la cesta arancione delle mollette del bucato sulla sedia, il letto disfatto solo per metà e l’altro lato intatto, le scarpe rosa una sopra l’altra sotto la bici, la scatola di cartone con dentro gli stivali ficcata sotto al letto, la valigia nera vuota di fianco alla scatola degli stivali, un cestino con dentro un pacchetto vuoto di caramelle gommose e sigarette spente e acini d’uva secchi, l’elastico per capelli blu per terra, il sacchetto di plastica trasparente arrotolato, la tenda di bambù che pende a destra, la felpa a righe bianche e grigie appesa a uno stendino, lo stendino nuovo appena comprato della marca Rocky Cigno, l’accendino verde che spunta per metà da sotto un piatto, un campioncino spremuto di crema profumata per il corpo alla vaniglia e allo zenzero, la fotografia in bianco e nero che mi guardava dal retro di un libro con Bevilacqua seduto su una panca col pugno chiuso con sopra il mento, eccetera, eccetera.

Caltari 4 commenti Stanze degli scrittori Condividi
2 Comments
  1. 23-2-2011

    so che è antipatico dirlo ma non sono così interessanti le stanze di scrittori che conoscete solo voi….

    martina

    Rispondi martina fellegara
    • 23-2-2011

      di chi vorresti leggere la stanza, martina? ovvio che contattiamo quelli che conosciamo, però se ci dici chi dovremmo conoscere vinciamo tutti - noi impariamo qualcosa di nuovo e tu leggi qualcosa di interessante :)

      Rispondi madame psychosis

Cancella risposta
Che ne pensi?

Archivio Caltari – 09-14 | Alcuni diritti timidi e riservati, altri no | Testata probabilistica aggiornata con frequenza randomica | Frailespatique modificato da Sim Dawdler a.k.a. Simone Petralia