Qualche anno fa, poco tempo dopo avere comprato un appartamento con il sudore mensile che ancora mutuo, mi sono entrati in casa. Non mi sono sorpreso perché non erano i ladri, era una mia amica, l’avevo fatta entrare io: un architetto.
L’architetto si è guardato intorno, ha detto via quel muro, quella piastrella, quel termosifone, quell’infisso, quel colore, quel bagno, quella cucina e sopratutto via quell’inquilino, altrimenti non si riesce a fare entrare il muratore, l’imbianchino, l’idraulico, l’elettricista e tutta quella serie di ballerini che si tirano in ballo quando una casa decide di cambiare musica.
Così sono andato via. Quando sono tornato, c’era l’architetto che faceva le foto alla casa. Una è questa qui sotto: la cucina.
La stessa cucina che si apre alla sala, si apre al lettore e poi allo scrittore. “L’amore non si dice”, il mio primo romanzo, è stato scritto in cucina. Ed è stato scritto in cucina perché la stanza tutta per me in cui scrivere ce l’avevo, ma lei non aveva una scrivania, aveva a malapena la stanza. Dato che per certi versi, se vogliamo, sottolineo se vogliamo, si scrive per vivere, ma per vivere è necessario mangiare, io per fare prima mangiavo, scrivevo e vivevo in cucina.
Di questa cucina da copertina di architetto è rimasto tutto, con l’aggiunta del disordine. Ecco una foto della cucina, con il nuovo elemento.
Si può notare il muro di lavagna sulla destra, ovvero il muro degli ospiti, un muro che a mia volta utilizzavo per scrivere quando nemmeno in cucina c’era il tavolo, poi l’attaccapanni con i giocatori di biliardino, le riviste appoggia casco, il casco, il casco appoggia guanti, il residuo bellico che si chiama computer portatile, lo stesso con cui ora sto scrivendo fortunatamente perché lui non sa leggere, gli appunti di carta da inserire nel medesimo, il quadro da oculista, il tabacco, i filtri sparsi vicino all’agenda, un puntino bianco che però è una gomma, mentre in lontananza, grazie alla mia abilità di fotografo, si sfuoca chiaramente a sinistra una parte di libreria a parete costruita dal falegname, e in basso quell’altra costruita da Ikea, dopo che avevo speso tutti i soldi con il falegname.
Ciò che non si nota è invece il perché ogni tanto io continui a scrivere in cucina, nonostante abbia ora una stanza tutta per me, dove c’è anche una scrivania.
La spiegazione è molto semplice: la cucina coincide con quella dei miei vicini del piano di sotto, sono esattamente una sopra l’altra, così quando scrivo e magari non ho niente da mangiare, grazie al pavimento sottile con cui riesco a sentire tutto, riesco a sentire anche quello che mangiano loro, e allora è un po’ come vivere.
[Le altre stanze dei nostri scrittori]



Molto carino. La casa, l’ironia e quel “un po’ come vivere”.
Ciao, sono rimasto molto colpito dalla scrivania che continua sulla parete… potresti dirmi dove l’hai comprata e quanto costa? Grazie Lorenzo