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  • Gli ambi a sorpresa di Caltari
08 giu 2011

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Caltari

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Caltari 1 commento Stanze degli scrittori Condividi

di Marco Candida

Scrivo nell’ufficio che Elizabeth mi ha messo a disposizione a casa sua a Grand Forks, North Dakota negli Stati Uniti – anche se queste parole adesso le sto scrivendo dallo studio di David a Red Wing in Minnesota. Vivo a Grand Forks ormai da tre anni. A casa di Elizabeth ho una stanza con un computer fisso e la connessione Internet. Ci ho scritto una ventina di racconti, articoli e un paio di romanzi. La stanza ha un parquet in legno. Un divano mezzo sfondato dove per lo più mi guardo film su Netflix. Ci sono degli scaffali con libri di italiani. Davide Longo. Cristina Comencini. Marino Magliani. Mario Rigoni Stern. Pavese. I 49 racconti di Hemingway. Qualche altro. Poi biografie di traduttori – Elizabeth oltre a insegnare all’Università presso il Dipartimento d’Inglese fa anche la traduttrice. Maxwell Perkins. Gregory Rabassa. I libri degli italiani li ha ricevuti perché ha fatto parte di una giuria di un concorso a New York. Io ogni tanto li sfoglio, ma più che altro mi guardo film su Netflix oppure ascolto musica su Youtube o mi guardo scene memorabili di film famosi. C’è una finestra che si affaccia sulla casa dove abitano Ira e Julia. Posso vedere il piano inferiore col tavolo di legno dove Ira e Julia (vengono dalla Virginia) studiano per gli esami di medicina alla Medical School di Grand Forks oppure il piano superiore con la camera da letto. Qualche volta ci vediamo, dalle finestre. Julia ha gli occhi azzurri e i capelli rossi. La pelle bianchissima. È molto carina. Ira fa molto esercizio. Un paio di volte credo mi abbiano visto che mi cambiavo le mutande – e io ho visto Julia soltanto con addosso un asciugamano. Forse per questo (perché loro sanno che li ho visti qualche volta e loro hanno visto me senza mutande) durante il party conclusivo dell’anno accademico a casa di Elizabeth Charity a tavola con gli altri studenti si è messa a sghignazzare dicendo di aver visto un uomo nudo alla finestra. Doveva senz’altro essere Ira. Io penso che lo abbia fatto di proposito. Forse voleva dimostrare qualcosa oppure è stata solo una coincidenza.
Il fatto è che io nella stanza che Elizabeth mi ha messo a disposizione (l’altro giorno a casa di John Michael ha annunciato di aver ottenuto una residency a Red Wing e quando mi sono congratulato, lui ha ironizzato dicendo che io la residency l’avevo già – una battuta che mi è piaciuta solo fino a un certo punto) ci lavoro e anche quando sembra che faccio altro sto scrivendo. Ecco. Io scrivo sempre. Quando mi guardo un film su Netflix. Quando mi cambio le mutande dimenticandomi di abbassare le veneziane. Non c’è un momento di pausa e ogni luogo è quello giusto. Infatti qui a Grand Forks in qualche modo è come se mi trovassi in paradiso – e non parlo solo del fatto che posso isolarmi in una stanza circondata da alberi di pino e olmi, sprofondata nel silenzio e avere anche la possibilità di vedermi qualche volta la pelle lattea della mia vicina di casa spuntare da un asciugamano cremisi. C’è molto di più.
Posso uscire di casa e passeggiare fino al campus universitario. Prendo per Cottonwood Street, passo la downtown di Grand Forks, arrivo all’edificio del Gymnasyum e svolto in University Street. È una strada lunghissima e arriva fino al campus. Mentre cammino osservo le case in shingle style, che sembrano saltate fuori da un libro di fiabe. Il cielo e le nuvole incorniciano ogni cosa a Grand Forks. Guardi un albero, una casa, un paesaggio, una bicicletta che sfreccia sull’asfalto e il cielo e gli sbaffi bianchi di nuvole ci sono sempre, sono sempre sullo sfondo. Cammino attraversando prati tagliati all’inglese con gli estintori gialli o rossi agli angoli delle strade. Ci sono scoiattoli e conigli. Intanto penso. Qualche volta parlo. Ho così tanti pensieri che penso che un giorno la testa mi esploderà. Le parole vogliono scappar via. Uscire fuori. Qualche volta penso che un cervello possa contenere solo una certa quantità di parole e per questo parliamo, per fare spazio, non esplodere. Ad ogni modo una volta al campus al Memorial Union o alla biblioteca universitaria oppure nel complesso degli appartamenti studenteschi appena prima della base aerospaziale ci sono computer su computer ad uso degli studenti. Basta avere una password per connettersi. Allora io mi siedo, mi connetto e mi metto a scrivere. Lo faccio sempre più spesso ormai. Per me camminare, raccogliere le idee e poi scrivere sono diventati la stessa cosa. Non devo nemmeno fare la fatica di portarmi un Mac o un Acer. Non devo nemmeno più portarmi un blocco di fogli e una penna, sedermi a un bar davanti a una tazza di cioccolata calda e mettermi a scrivere mentre gli altri mi lanciano occhiate. I computer sono già là e mi aspettano. La scrittura è già là e sta aspettando me.

Caltari Un commento Stanze degli scrittori Condividi
1 Comments
  1. 15-6-2011

    Quattro cose belle secche:

    1) Utile.
    Con tesori nascosti—e pure en passant.
    Ad esempio: andiamoci a ristudiare Maxwell Perkins.

    2) Narrativo.
    Con uno sviluppo che “unfolds and then folds back”.

    3) Visivo.
    Con l’evocazione dei colori.
    Ad esempio: gli idranti e gli sbuffi delle nuvole
    sembrano una graphic novel di Adrian Tomine.

    4) Lavoro.
    Con la sensazione di uno che e’ sempre al lavoro su se’.
    E qui si capiscono i flussi umorali del seguente post:
    http://vibrisse.wordpress.com/2010/11/24/best-european-fiction-2011/

    Giu’ il cappello.
    _ S _

    Rispondi Stefano Scalich

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