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Qualche tempo fa avevamo pubblicato il racconto che sta dietro alla nascita della raccolta Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar?, curato da Herta Elena Rudolph e Tiziana Cavasino. Proprio alle curatrici abbiamo chiesto di estendere l’invito delle Stanze agli scrittori e alle scrittrici antologizzati. Questo è il secondo contributo e arriva da Budapest.
Scrittura e sonno si appartengono strettamente
Traduzione di Dóra Várnai
Sopra la mia scrivania alcune puntine fissano al muro i fogli degli appunti. Abito al terzo piano, le cime degli alberi arrivano giusto ai miei piedi, creando un tappeto verde, attraverso i cui spiragli è possibile guardare giù, sulla piazza, sulle persone. Vivo in un quartiere di Budapest dove per decenni non era successo nulla, mentre negli ultimi dieci anni i palazzi sono completamente cambiati, e insieme ai palazzi sono cambiate anche le persone. In effetti, anche noi ci siamo trasferiti qui in seguito a questi cambiamenti. Secondo quanto afferma un famoso scrittore ungherese, un tempo questa era la zona delle “strade rumorose delle macchine da cucito”: qui abitavano persone semplici, artigiani. Adesso, invece, è attraversata da yuppie frettolosi in giacca e cravatta, e alle vecchie botteghe si sono sostituiti caffè e ristoranti.
Quando ci siamo trasferiti qui io stavo lavorando a un volume di racconti. Mi mettevo davanti alla finestra, osservavo la nostra piazza, le costruzioni, gli edifici nuovi. Ho anche contato le gru: ne lavoravano quattordici nei dintorni. Guardavo l’uomo della gru lì in alto mentre usciva dalla sua cabina, passeggiava lungo il braccio della gru, e, sospeso a quella vertiginosa altezza, in tutta tranquillità pisciava sopra i cubi di cemento che fungevano da contrappeso della gru. Sotto, in basso, i bambini giocavano nel parchetto giochi, era primavera e cadeva una pioggerellina tiepida… Il mio volume era ormai pronto quando, poco prima della consegna, mi accorsi che quasi tutti i racconti erano di quattordici pagine, quattordici, come le gru che stavano lavorando nella nostra zona.

Abitiamo in un appartamento grande, da veri borghesi, eppure il nostro letto è stato sistemato al centro del mio studio. Sono stato io a volere che fosse così: scrittura e sonno si appartengono strettamente, allo scrivere si accompagna la sveglia mattutina, come anche il pisolino pomeridiano. La sera sei contento di sapere che la mattina successiva, appena sveglio, potrai continuare il tuo libro. La mattina, dopo il caffè, non vedi l’ora di poterti sedere al tavolo, al tuo portatile. E il pomeriggio, quando finalmente senti che ti è successo qualcosa di inaspettato, ebbene, quello è il momento più bello per dormire. E così arriva di nuovo la sera, quando rileggi ciò che hai scritto e ti verrebbe voglia di continuare subito, ma non si può fare, si può rileggere e prendere appunti, ma non si deve scrivere, solo osservare e poi addormentarsi, in modo che diventi di nuovo mattina. Proprio così: il tempo deve essere presente dentro il testo. Visto che dentro di noi continua comunque sempre a lavorare.
[Le altre stanze degli scrittori]
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