
di Chiara Gamberale
Più siamo tentati di volgere lo sguardo alle “Luci nelle Case degli Altri”, più, va da sé, un posto da chiamare Casa per noi è complicato da trovare. Anche per me è proprio così e fin da bambina scrivere è stato un modo per far sì che uno spazio mi diventasse familiare, domestico, che lo sentissi come protettivo. Per quanto riguarda gli articoli che scrivo per quotidiani o riviste o le puntate che metto a punto per la radio, posso farlo ovunque, basta ci sia un computer, basta ci sia un foglio, perfino un cellulare su cui appuntare idee via sms va bene. Ma i libri, hanno bisogno di tempo. E di dunque di spazio. Di Casa, per l’appunto.
Per la prima stesura, da qualche anno, la vado a cercare altrove, dove non ci sia niente, nessuno, perché ogni musica che mi è troppo familiare non rischi di trasformarsi in rumore. “Le luci nelle case degli altri” hanno cominciato così ad accendersi a Patmos, a marzo di tre anni fa: ho affittato una casa affondata sul fianco di una collina. Attorno a me, solo tre capre, che ogni tanto facevano capolino dalla finestra, tanto così, per fare ciao. Sono rimasta con loro (con i personaggi de “Le luci” e con le capre) tre mesi. Poi sono tornata a Roma, a Poggio Ameno, dalle parti dell’Eur, nell’unica casa che, in 33 anni, ho sentito come tale, quella in cui sono nata e cresciuta. Da lì, le ho messe a fuoco, “Le luci”. Nella stessa cameretta che mi ha vista bambina inquieta prima, adolescente ancora più inquieta poi. Una scrivania di legno né bella né brutta, uno sgabello trasparente, di plastica, il letto della mia bisnonna che mi spia, alle spalle, una finestra su un cortile dove proprio perché non succede niente, forse dà modo che succeda qualcosa, dentro di me. Ho finito “Le luci nelle Case Degli Altri”. Adesso il libro è uscito. Nel frattempo sono stata costretta a traslocare. Con la paura, forte, che il nuovo libro non abbia un posto da chiamare casa, da cui ri-cominciare.
[Le altre stanze dei nostri scrittori]

Dall’esplorazione di una stanza all’esplorazione di un’idea di stanza
Chiara Gamberale è senza stanza. Dov’è la “cameretta che mi ha vista bambina inquieta prima, adolescente ancora più inquieta poi” dove sono la “scrivania di legno né bella né brutta, uno sgabello trasparente, di plastica, il letto della mia bisnonna che mi spia, alle spalle, una finestra su un cortile dove proprio perché non succede niente, forse dà modo che succeda qualcosa, dentro di me.”?
Forse l’autrice nel proposito di specificare la propria pratica creativa, e i relativi tormenti interiori e logistici, ha dimenticato il proposito meramente fattuale e oggettuale di questa rubrica: la stanza come oggetto che, con il concorso di quella scatola nera che è la persona, partorisce la scrittura. Scrivanie, luci, librerie, artefatti e finestre… specchi di quel che agisce dentro lo scrittore.
Ma noi, in questo caso, non vediamo nulla, oltre alla presenza dell’autrice. E non ditemi che si vede una sedia sullo sfondo e che da quella sedia dovrei dedurre una stanza. Anche perchè la medesima foto si ritrova anche in altri siti…
Però, obiettivamente parlando, anche questo contributo è utile e significativo in quanto interpretazione e declinazione personale di un concetto arbitrariamente assunto come autoevidente. Con tutto quello che ne deriva..
Esatto Rob. Questo è stato il modo in cui l’autrice ha scelto di occupare lo “spazio” della propria stanza.
…voglio dire, questo pezzo parla da sé! 😛
la stanza é ovunque.