
di Giulia Fazzi
Ho tolto dalla bacheca gli appunti, le fotografie, i promemoria che riguardavano il secondo romanzo, già finito da tempo. Ora è vuota, pronta a riempirsi di nuovi promemoria.
Ci sono cose che mi piace avere sempre davanti, sopra lo schermo del computer: la collana che viene dal Cile, un braccialetto d’argento che si è rotto, il post-it con l’importo dell’affitto (sia mai che mi dimentichi quanto pago d’affitto ogni mese), un brano della Trilogia della città di K. della Kristof, per ricordarmi alcune cose importanti sulla scrittura. Io scrivo qui, su questa scrivania, nella mia camera da letto. Il primo romanzo invece l’ho scritto da un’altra parte, sull’Appennino modenese, in un appartamento che avevo affittato e dove ho abitato da sola per quasi un anno. Per potere iniziare a scrivere mi ero dovuta prima abituare ai rumori, agli odori, ai ritmi di un posto che non era il mio. Invece questa è casa mia dal 2005, la conosco centimetro per centimetro, conosco i suoi rumori, quelli dei vicini, della strada qui sotto. A volte penso che per scrivere un nuovo romanzo vorrei cambiare scenario ogni volta. Cosa scriverei se invece della parete e della bacheca di sughero avessi davanti l’oceano immenso e una spiaggia su cui passeggiare come Jane Fonda in Giulia? Che immagini mi verrebbero fuori se scrivessi dall’alto di una scogliera battuta dal vento, se da sopra il computer vedessi le onde di un mare in tempesta, nella solitudine più totale? Senza sentire il portone dell’ingresso che sbatte, le urla della vicina, le auto e i maledetti scooter che passano in strada? Ci penso e basta. Perché mica posso andare al lavoro, una mattina, salutare tutti e dire ciao gente, vado via a scrivere un romanzo, ci rivediamo fra nove mesi. Allora mi siedo alla scrivania, attaccata alla parete, riempio la bacheca di nuovi appunti e promemoria, e scrivo. Tanto quello che c’è dentro la testa viene fuori comunque. Con o senza oceano e spiagge su cui passeggiare.
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