
Ho scritto il mio secondo romanzo in una casa diversa da quella in cui avevo scritto il primo, e così succederà col terzo. Il nomadismo da fuorisede non è un’esperienza legata solo alla giovinezza, colpisce anche in età avanzata, e in una città come Roma pure di più.
Dopo aver scritto su un tavolo bianco da giardino al centro di una singola, o su un tavolo anni Settanta ripiegato e spinto contro il muro in una stanza matrimoniale, oggi nella nuova casa ho lo «studio» a disposizione. E quasi mi spaventa. Perché l’ostinazione a scrivere anche senza uno spazio adeguato, tra armadi e cassettiere e un letto necessariamente rifatto prima di sedersi al computer – altrimenti mi sentivo il disordine in testa e non riuscivo a immaginare – aveva qualcosa di pateticamente eroico. Come una «stanza tutta per me» strappata coi denti, inventata là dove non c’era. Bastava chiudere una porta, mettersi di fronte a una finestra. Oggi che abbiamo lo studio e non devo più conquistarmi lo spazio per scrivere, mi sento meno combattiva, e ho paura di aver perso qualcosa.
Però questa stanza che è lo studio, dove abbiamo aperto un tavolo da cucina e l’abbiamo piazzato davanti alla portafinestra, è la più kitsch della casa. È quella che i proprietari hanno lasciato vuota, prima di trasferirsi altrove, così ci abbiamo infilato i nostri economici armadi Ikea, quelli della vecchia camera da letto. Solo che nel trasloco qualche anta si è graffiata, e per nascondere i graffi io ho appiccicato le sagomine colorate di animali esotici sul legno, lungo il perimetro dello specchio a onda. Sul tavolo-scrivania, insieme a computer e stampante, ci sono una lampada rossa, regalo di compleanno, e alcuni portapenne. Uno è il bicchiere giallo in cui bevevo quando stavo in Erasmus a Vienna. C’è anche il cestino delle mollette per il bucato, perché nello studio dove ho scelto di scrivere teniamo anche lo stendino, accanto alla libreria dove c’è Ingeborg Bachmann e la Storia delle donne, i testi teatrali di Elfriede Jelinek e Heiner Müller. Siccome è la stanza più kitsch, è qui che ho appeso il collage di foto montate sulla struttura in ferro battuto di uno specchio che si è rotto. Oltre ai ritratti di Duras da giovane e vecchia, e alle foto di scena di India Song e Hiroshima mon amour, ci siamo io e il mio compagno sulla neve, una cara amica, la prima nipotina, una ballerina di fado, uno scorcio di Parigi, mia madre a 17 anni, e l’ultima cartolina che mi ha inviato mia nonna, prima di morire: davanti c’è lo Stretto di Messina, dietro, una poesia in rima che lei ha composto per me. Sulla cassettiera, sotto il collage, da un portalettere spunta un paio di orecchie rosa di peluche, che sbrilluccicano se pigi on. Nei pochi spazi vuoti delle pareti, tra le mensole piene di libri – Marx e Nietszche vigilano altissimi, dall’ultimo ripiano – sono appese diverse cornici a vetro: una è il quadro di un mare in tempesta che ho dipinto a 11 anni e messo in vendita al mercatino di beneficenza del paese (lo comprò mia madre, per 12mila lire), un’altra è la famosa foto della Holland House library distrutta. Non so chi sia l’autore di questa foto, la stampa l’ho trovata in uno stand abbandonato dopo la fine della Fiera del libro di Torino, l’ho staccata e me la sono portata via. Sopra ci ho incollato il discorso del Nobel di Pamuk ritagliato da «Repubblica». È scritto troppo piccolo, ed è troppo in alto (vicino a Marx) perché si legga. Ma io lo so bene cosa c’è scritto, e quando mi siedo alla mia scrivania affacciata su via Boezio, con molto più sole di quanto avrei mai sperato per un primo piano, anche se sono di spalle me lo ricordo. Scrivo perché ce l’ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere, tutto il giorno.
Menomale che, se mi giro, dietro di me c’è il divanoletto arancione senza braccioli. A volte mi stendo, appoggiata sul fianco, mentre il computer resta acceso. Chiudo gli occhi e mi riposo, perché scrivere stanca. Oppure rimango in allerta, la scena successiva si sta costruendo in sordina ma, appena un personaggio mi fa un cenno, so che riuscirò a vederla. Sotto il divano si nasconde Alice, il mio cane: me ne accorgo perché la coda spunta fuori.
Il pavimento di questa stanza non viene mai lucido a lavarlo, puoi usare l’ammoniaca, la cera: resta sempre opaco. E poi è costipata di mobili di legno chiaro a loro volta soffocati da libri o cartoline attaccate con uno spicchio di nastro adesivo, Elliot Erwitt accanto a Marylin accanto a un campo di papaveri. È sovraccarica, ecco.
È meglio tenerla chiusa, come un ripostiglio, una stanza-guardaroba, una stanza-lavanderia. Una di quelle stanze dove gli altri li fai passare, ma preferisci ospitarli altrove. Come se si vedesse troppo di te. È una stanza in cui io mi sento nuda.

Il setting è fondamentale.
Quale che sia la scrittura.
Mainograz;-)