Per scrivere la prima stesura del mio primo libro, nell’estate del 2007 ho subaffittato un bilocale a Helsinki. L’appartamento consisteva in un ambiente che faceva da camera da letto e da studio, in un piccolissimo bagno con il box doccia divelto dal pavimento (e che quindi andava spostato come un paravento mobile e sostenuto con un gomito mentre mi lavavo) e in una cucina bianchissima invasa dai moscerini (che sul bianco diffuso risaltavano come un esantema aereo ipercinetico).
Per circa due mesi ho trascorso una media di venti ore al giorno in questi trenta metri quadri, più esattamente nella camera da letto-studio, seduto a un tavolo sistemato per il lato lungo contro una parete, il letto alla mia destra, un armadio e poi la porta alla mia sinistra, uscendo soltanto per fare due passi e un po’ di spesa. Prima di concordare il subaffitto avevo domandato qualche foto del posto, per averne un’idea.

Da quanto si può osservare, l’immagine di questa stanza suggeriva un’idea precisamente confusa (o, meglio, confusamente precisa) di che cosa mi avrebbe aspettato in Finlandia. E in effetti, appena arrivato a Helsinki, in Merenmiehenkatu (di notte, per strada un’alba da generatore autonomo che nel corso dei giorni avrei compreso essere la luce notturna finlandese durante i mesi estivi), le condizioni dell’appartamento non differivano molto da quanto avevo potuto apprezzare in foto: una specie di coerenza del disordine, un modo per non disorientarmi. Ugualmente, dopo aver messo da parte il caos originario e averlo sostituito con il mio (più contenuto e pudico considerato che ero comunque ospite), il tempo è trascorso fertile.
Centrale, in senso fisico e non solo, è stata la grande finestra circolare: bianca e trasparente a incombere sul letto, è servita da occhio – talmente vigile e intenso da doverlo schermare per contenere le masse di luce costante – e da orecchio – al mattino le voci dei bambini che andavano a scuola, di sera la conversazione frantumata dei passanti.
Nel corso dei giorni, aumentando concentrazione e stanchezza, l’oblò ha cominciato a muoversi lungo la parete salendo verso l’alto, slittando sul soffitto e venendo a collocarsi esattamente sopra la mia testa, la bocca larga circolare di un imbuto in fondo al quale, pochi metri sotto, conficcato a piombo al centro di questo mirino, me ne stavo seduto a scrivere.
Nell’appartamento di Merenmiehenkatu non sono mai più tornato ma ogni tanto, quando scrivo, mi capita di guardarmi intorno, di lato e in alto, a cercare quella lente di vetro; perché nel momento in cui, scrivendo, ci si fa potentemente soggetto del proprio sguardo, è bello pensare, illudersi, di poter essere anche, di un altro sguardo, l’oggetto.
Giorgio Vasta
Le altre stanze:
- Paolo Nori
- Grazia Verasani
- Tommaso Pincio
- Rosella Postorino
