
Scrivo, dipingo e vivo nello stesso spazio perché non posso fare altrimenti; per ragioni squallidamente economiche. Trattasi dunque di condizione obbligata. Se potessi mi prenderei uno studio con grandi finestre e ampie pareti bianche, che è la dimensione ottimale per la pittura. Se lo studio fosse abbastanza grande, ne adibirei una parte, probabilmente soppalcata, a scrittorio dotato di un tavolo e un letto. La libreria seguiterei però a tenerla in casa, e di giorno in giorno mi porterei in studio i volumi che voglio leggere o consultare. Questa sarebbe la mia dimensione ideale. Quella attuale e reale impone invece una contaminazione totale e continua che cerco di disciplinare decidendo la sera prima se il giorno seguente scriverò o dipingerò. Non sempre rispetto le intenzioni, magari l’indomani dipingo anziché scrivere o viceversa. Ma non saltabecco mai dal cavalletto alla tastiera. Se un giorno dipingo, dipingo. Se un giorno scrivo, scrivo. Al più posso optare per una salomonica spartizione della giornata, la mattina alla pittura, la sera alla scrittura. In ogni caso tengo le due attività separate, incluso il piano mentale. Quando dipingo non penso mai al mio lavoro di scrittore. Ho la testa rigorosamente vuota. Per me la pittura è un diversivo, una distrazione. La mia forma di yoga o meditazione trascendentale. Da ragazzo era l’oggetto della mia principale ambizione, ma alla fine sono diventato scrittore, e in fondo credo sia stato giusto così. Sono sufficientemente consapevole da accettare il fatto di non essere granché come pittore. Se ho ripreso i pennelli in mano è principalmente perché a un certo punto mi sono reso conto che lo stare seduto alla tastiera stava diventando un’ossessione, una dipendenza che mi procurava inconvenienti di natura fisica e psicologica, come avviene con qualunque tipo di dipendenza. La pittura si è rivelata per me un’attività rigenerante proprio in virtù della fisicità che comporta. Fatalmente mi sono lasciato trasportare dal piacere di praticarla e non escludo la possibilità di fare delle mostre in futuro. Nondimeno seguito a considerarmi uno scrittore. Uno scrittore col passatempo della pittura. Che poi il mio immaginario narrativo debba molto alle arti visive, a cominciare dal cinema, è un fatto evidente e probabilmente anche inevitabile data la mia formazione. Ciò non significa che ci sia un travaso sostanziale, uno scambio, un’interazione, chiamalo come ti pare, tra quel che scrivo e quel che dipingo. O meglio, un collegamento c’è ma è superficiale. Se scelgo di ritrarre di Kafka è perché lo sento vicino, ovviamente. Ma con ciò non pretendo affatto di definire in pittura le ragioni che mi avvicinano a Kafka né tantomeno di spiegare o interpretare la sua opera. Lo dipingo solo perché mi piace, perché è un soggetto a portata di mano come potrebbe essere la fidanzata, se ne avessi una.

“…Questa sarebbe la mia dimensione ideale. Quella attuale e reale impone invece una contaminazione totale e continua che cerco di disciplinare decidendo la sera prima se il giorno seguente scriverò o dipingerò. Non sempre rispetto le intenzioni, magari l’indomani dipingo anziché scrivere o viceversa.”
condizione, contaminazione, convergenze, compartimentazione. resistenza alla spirale della precarietà esistenziale. disciplinamento. quel che resta sempre sorprendente è l’inventiva e l’invenzione. rumori, spazi stretti, tempi stretti, quasi ad accelerare le intenzioni in sequenze ritmiche ricavando quel vuoto mentale antitetico alla saturazione fisica che rende possibile la creazione.
i libri soprattutto, appesantiti dall’impossibilità della transumanza, l’odore dell’olio e della carta..
R.
Ciao Tommaso,sono un tuo amico su Facebook.Per quello che ho capito,la vita scorre sempre lungo l’equibrio precario fra il possibile e il desiderabile quindi è usuale che tu debba scrivere,dipingere e vivere nello stesso spazio,nel mentre che desideri uno studio con grandi finestre, perchè le cose si colorano con la luce.Quello che da parte mia ritengo pesante è l’autodisciplina del decidere la sera per il mattino dopo.Mi sembra una rigida etica del dovere che ti toglie la libertà di scegliere al momento.Ti domando, questo nel mentre che accresce la tua produttività non danneggia la tua creatività?Meno male che a volte trasgredisci questa regola.Un caro saluto.
non sono tommaso, però mi interessa la domanda che gli fai e mi viene da dire una cosa, al riguardo, su quella che chiami etica del dovere e io chiamo disciplina. non so quando e come sia nata questa idea che la disciplina uccida o danneggi la creatività, anche se una mezza idea ce l’ho. secondo me la disciplina non danneggia, anzi, nutre. io la vedo come un talento, o una parte del talento, una parte importante, anche, perché senza i colori o le parole finiscono per essere sprecati, spesso.
parte della colpa ce l’ha cartesio, prima di lui agostino, prima di lui paolo, l’inventore del cristianesimo.
Mi sembra una rigida etica del dovere che ti toglie la libertà di scegliere al momento.Ti domando, questo nel mentre che accresce la tua produttività non danneggia la tua creatività?
Eh, certo. Infatti lui dipinge e scrive romanzi, mentre tu fai l’amico su fess book.
ahahah!!
mi limiterò a parlare della sua stanza anche se x me il limite è già superato quando si fanno commenti pubblici su qualcuno (non lo trovo carino se sono negativi), ma dato che la foto non gli è stata rubata e ciò che ho da dire è positivo…
In quella stanza ci sono entrata - siamo amici - ed è un po’ come tutte le stanze delle persone davvero interessanti che ho conosciuto nella mia vita. Non traspare la voglia di mostrare per forza la propria cultura a qualcuno, è li solo per uso personale, neanche tanto a posto perché c’è troppo da guardare, leggere ed ascoltare per fermarsi a mettere tutto in ordine alfabetico o estetico.
In questa tipologia di stanze si assorbe la contaminazione delle arti tra loro perché un vero artista (dal mio punto di vista) è sinestetico…le parole hanno colori, i suoni odorano e non importa se sei ferrato in una solo talento, non puoi prescindere dalla totalità della sfera emotiva dell’arte. Sarebbe come cantare senza voce.
ciao annamaria, bello quello che scrivi sulla stanza di tommaso, grazie, così oltre a vederla con i suoi occhi abbiamo avuto la possibilità di vederla anche con gli occhi di un’amica.
però non ho mica capito dov’è che qualcuno fa commenti pubblici (negativi) su di lui…
Magica