
Tutti i miei romanzi (e anche le mie canzoni) sono nati in una piccola casa a piano terra circondata da un giardino. Nella foto sono su una sdraio di vimini (autunno ’05) vicino alla betulla, e ho ancora i capelli rossi. Questa foto mi è cara perché mi è caro quel giardino.
Ci piantai gli alberi io stessa, nel ’91, insieme a David, il mio ragazzo di allora: oltre alla betulla, un ciliegio, un liquidambar, un alloro, un acero rosso e un nespolo (che ho amato anche per via del bel romanzo di Luigi Pintor e per altre ragioni più segrete). I miei libri, le mie idee migliori, e anche le peggiori, sono nate lì, in lunghe, svagate riflessioni su un’altalena, o innaffiando la siepe di lauroceraso, o chiacchierando con la mia anziana vicina, o riempiendo blocchi di carta seduta a un tavolino col piano mosaicato. Non ero sola in quel breve verde spazio protettivo, con me c’era Ippolito, il mio gatto, l’adorato certosino che è stato testimone paziente e amoroso delle mie pagine, delle mie letture, delle mie melodie, e anche, naturalmente, di quella parte di vita che sono riuscita a sottrarre al sogno (e al lavoro), e cioè amori, amicizie, solitudine…
Nelle stagioni fredde lavoravo nel mio studio, al computer, ma di fronte a me avevo la finestra, e appena alzavo gli occhi vedevo il giardino, osservavo le piante vestirsi o spogliarsi, la neve coprire il prato e, in primavera, il giallo acceso della forsizia. Ippolito dormiva su un divanetto nero, oppure zampettava sulla scrivania e, come me, guardava fuori, litigava con merli, pettirossi, gatti randagi… Sto parlando di un periodo finito, il mio gatto non c’è più e in quella casa, oggi, abita una mia amica, ma gli alberi continuano a crescere, e il nespolo dà regolarmente i suoi frutti. Da qualche anno mi sono spostata in un’altra zona di Bologna, in un appartamento più grande; lavoro a un tavolo più grande, posto al centro di uno studio più grande, e dalla finestra vedo il cielo insinuarsi tra due palazzi grigi costruiti negli anni ’60. Sulla scrivania di legno massiccio, accanto al portapenne, c’è la foto di Ippolito in giardino, in “quel” giardino. A volte non guardo quella foto apposta, per non provare una fitta di acuta nostalgia. Altre volte, la fisso perché è l’unico ricordo visivo di un momento irripetibilmente felice, persino nel dolore che mi ha spesso attraversata in quegli anni. Poi, a lato della lampada, ci sono io nell’altra foto, coi capelli rossi e il sorriso, poco prima di lasciare quella casa e quel giardino. Non so se è un sorriso che sottende la mia “malinconia cosmica”, o se mi è stato sollecitato da una battuta ilare del fotografo. So però che quella foto mi è cara perché amavo quel posto, lo amavo al punto da decidere poi di lasciarlo, ma solo come si lasciano quei vecchi amici che vanno ad abitare altrove e che ugualmente portiamo sempre con noi in angoli profondi e inamovibili.
Grazia Verasani

quando la stanza degli scrittori diventa giardino.. la storia diventa stratificata, le piante, le foglie, i fogli, tutti i momenti di costruzione nel corso del tempo. ti leggeremo, appena possibile, immaginando l’odore di quel posto intimo ma non segreto, che possiede una vita propria di abiti stagionali, aliti freschi che destano il cervello per la creazione più raffinata..
R.