
La stanza in cui lavoro
È una stanza manichea: tutta nera da una parte e tutta bianca dall’altra.
Infatti, a una parete è appoggiata una libreria nera a giorno, dove oltre ai volumi di pronto utilizzo (le mie pubblicazioni, e poi vocabolari, classici, Garzantine, enciclopedie, ma anche schedari) tengo: una lampada da tavolo nera; l’impianto stereo nero, che è sempre acceso; la stampante, che stranamente è in due tonalità di grigio; il vano dove il computer si ritira per riposare quando ha il coperchio abbassato. Alla libreria è appoggiato un tavolo nero, sul quale lavoro. Sulla parete a sinistra c’è una cassettiera nera pure quella, che si sta lentamente sfasciando anche se l’ho pagata un occhio della testa. Sopra la cassettiera ci sono dei porta-cd neri, con circa 400 cd. Una grande finestra si apre vicino alla cassettiera. Non c’è nessun edificio, là fuori: solo le distese orizzontali del Cimitero Monumentale e del deposito delle auto rimosse. Due immagini di morte, che però mi garantiscono luce tutto il giorno. La finestra infatti guarda a sud.
Alle mie spalle invece c’è una bella libreria bianca, solida, dove tengo quasi tutti i libri di narrativa, in ordine alfabetico. L’ultimo lato della stanza, quello che sta alla destra della scrivania, oltre che dalla porta è occupato da un divano grigio e nero dove passo, stramazzato, tutto il tempo in cui non sono seduto alla scrivania. C’è un solo quadro alle pareti ed è proprio sopra questo divano: un misterioso dipinto di Giovanni Cerri da cui, a seconda delle condizioni di luce, sembra emergere la sagoma di una casa. Credo che quella casa contenga una stanza come questa, ma ho troppa paura per guardare bene.
[Le altre stanze dei nostri scrittori]

“Nel mentre per questo mese d’agosto l’Archivio chiude e si mette a capo chino a prepararsi per il mese di settembre quando sarete tutti un po’ più svegli di adesso.”
embé?
!