di Antonella Lattanzi
Il ventisette agosto duemiladieci alle diciassette e quarantasette scrivo. In cucina. Roma. C’è: una cucina, dieci libri, una bottiglia d’acqua da due litri (anzi, una bottiglia di plastica da due litri, con dentro duecento centilitri d’acqua più o meno), una tazzina con un fondo di caffè e un mozzicone di sigaretta, e un po’ di cenere, un telecomando, la tv accesa (Sailor Moon) in sottofondo quasi senza volume (accesa da quando la mia coinquilina ha pranzato qui in cucina tre ore fa), musica nell’aria Io se fossi dio di Giorgio Gaber (prima parte, sei minuti), due accendini che posso vedere – ce ne sono altri nascosti, di me hanno paura –, tre posacenere diversi, borse varie, boccacci, bicchieri, ventilatore supertecnologico appartenente al coinquilino (che non c’è), apparecchio per ceretta a caldo fai-da-te, finestra aperta, zanzare tigre, due paia di occhiali da sole, molti quotidiani, tabacco cartine filtri, cellulare, computer su cui scrivo, elenco dei lavori da fare – scrivere, scrivere, leggere, studiare. Una lampada da tavolo. Un lampadario vecchio. Brutto. Un altro posacenere. Frutta. Certa frutta è andata male, e puzza. Poster de La dolce vita. Cereali per la colazione. I fantasmi di tutti i libri che non so scrivere. Le parole. Tutto il dolore che cerco di mandare via mentre scrivo, o che cerco di canalizzare perché diventi creazione, e smetta di farmi così male. Il ricordo della voce di mio padre – mi ha chiamato qualche minuto fa, diciassette e quaranta più o meno. Il ricordo dell’assenza della voce di mia madre. Io che ho detto a mia sorella: – Un nodo allo stomaco, che non mi lascia mai, papà e mamma come fossero figli miei, come io avessi un figlio tossicodipendente, o depresso, o malato di una malattia incurabile –. Mia sorella che mi ha detto: – Non è possibile che stai così, basta, fatti la tua vita, non soffrire più per loro. Ama te –. Io che mi veniva da piangere, e allora ho riso. Certe funzioni del macintosh che proprio non capisco. Gli applausi alla fine di Io se fossi dio. Il vento che fa il ventilatore. I sorrisi caldi di tutti gli scrittori che ho letto, e che non abbandono. L’emozione di tutti gli scrittori che non ho ancora letto, e non abbandonerò. Un motorino che passa, ha la marmitta sporca. Meno acqua, perché un poco l’ho bevuta. Tutti i desideri, le speranze, le voglie che ho.

Scrivere, scrivere, leggere, studiare..
Potrebbe essere questo il motto di ciascun scrittore, lasciando però due puntini di sospensione, perchè si può anche uscire di casa, ogni tanto, passeggiare guardare gustare il mondo delle cose (allo stesso modo in cui tu gusti le mille cose della “tua” stanza), senza aspettare che quel mondo entri dalla finestra (reale, catodica o virtuale) o dalla corteccia cerebrale nella forma di pensieri mai pensati e di invenzioni inspiegabili.
R.
la tua stanza parla come i fogli di carta che non hai ancora girato con la saliva sulle dita forse e come il microcosmo dentro un macrocosmo dentro una storia di palazzi e finestre e marciapiedi e mozziconi e schiavi e padroni