
La finestra della mia stanza si affaccia sul retro di alcuni edifici nel centro di Dublino. Ho riportato la scrivania da un appartamento che avevo a New York quando ero ricercatore alla Public Library. La sedia è una della più scomode mai costruite. Dopo un giorno di lavoro, ho male a parti del corpo che non sapevo nemmeno esistessero. Mi tiene sveglio.
Il piccolo dipinto sull’estremità della mensola del camino raffigura la Vinegar Hill, vicino Enniscorty nella contea di Wexford, che vedevamo dalla casa dove sono cresciuto. L’ha fatto mia madre che è morta sette anni fa. La maschera africana vicino al pavimento era di mio fratello minore Niall, che è morto improvvisamente due anni fa. Dietro la maschera c’è una pagina incorniciata con una grande stampa del Finnegans Wake che una volta apparteneva a James Joyce.
Scrivo a mano su taccuini usando penne stilografiche usa e getta, utilizzando solo la parte destra del quaderno per la prima stesura, poi riscrivo alcune frasi e paragrafi sul lato sinistro, e poi, dopo un po’, riscrivo tutto su un word processor che ho nell’altra stanza. Al momento ho il primo terzo del mio nuovo romanzo, i primi due capitoli di un altro romanzo e una storia nuova, tutte scritte a mano e riviste, ma che aspettano di essere battute al computer. Nessuno ne ha letto qualcosa. La mia grafia, senza che me ne accorga, ogni tanto mi ricorda quella di mio padre, o di mio zio, o di mia madre. Appena lo noto, la faccio assomigliare di nuovo alla mia.
La stanza è come una caverna e contiene i libri che amo. La porta principale è stata chiusa ed è stata creata un’entrata più piccola sotto le scale. (Sono andato via mentre veniva fatto.) L’arredamento è sigillato dentro, e anche una parte di me lo è, o spero che lo sia, anche se ho spesso tentato di fuggire. Ho lasciato istruzioni di venire sepolto qui quando morirò o poco prima, e che la caverna venga sigillata.
Colm Tòibìn su Anobii
Fonte: Guardian
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