
Questo è l’angolo della stanza in cui scrivo. Divido la stanza con mia moglie, che scrive email e telefona nell’altro angolo. È molto chiassosa, maledice le sue email, grida in svariate lingue alle persone che chiamano da ogni parte del mondo e ogni tanto chiede cosa c’è per cena. Nel mio angolo, regna il silenzio.
L’oggetto più importante sulla mia scrivania è la pipa nel posacenere. Non riesco a scrivere senza fumare. Quando penso, smetto di inalare; il posacenere si riempie di tabacco fumato a metà, ancora oggi, dopo tanti anni, il fumo della pipa ha impregnato tutto. Sì, lo so, ne morirò.
Dietro di me sono incorniciati i miei attestati accademici, che guardo raramente; più importante, c’è il mio orologio radiocomandato. Soffro di una versione del lamento di Trollope. Lui smetteva di scrivere appena raggiungeva un certo numero di parole ogni giorno; io mi fermo quando l’orologio segna l’una esatta. L’orologio è diventato rassicurante; so che posso smettere di scrivere ogni giorno, anche se non riesco a smettere di fumare.
Il computer è un comune laptop, con uno straordinario programma di scrittura. È WordPerfect 6.0 per DOS, un programma di almeno quindici anni fa. Alla London School of Economics, il dipartimento d’informatica ha deciso che è una copia “illegale” - il che mi provoca qualche brivido.
L’armadietto rosso è un classico pezzo anni ’60 di Joe Colombo, uscito di nuovo lo scorso anno, e contiene le cose da fare. Ne avevo uno blu quando ero all’università, questa volta l’ho scelto rosso, probabilmente per la stessa ragione per cui agli uomini che invecchiano piacciono le macchine sportive rosse. Le valigie sono ciò che sembrano; ho dimenticato di aprirle dopo un viaggio.
E infine ci sono i libri. Quelli sullo scaffale più vicino alla mia scrivania sono i “libri della colpa” - volumi che non ho ancora letto ma che avrei dovuto leggere. Quando distolgo gli occhi dal mio computer, guardo fuori dalla finestra su un paesaggio di tetti, torri idriche e parabole satellitari. Quando scrivo, l’immutabile luce del cielo è il mio conforto visivo.
Richard Sennett su Anobii
Fonte: Guardian
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