
Questa è la versione 4.0 dello studio Dyer, lo Studium Scholasticum. Avevo le stesse cose - stessa scrivania, stesso dipinto, stesse mensole - nei tre posti precedenti. È all’ultimo piano di una casa, dove tutti gli studi dovrebbero essere: sai, il centro nevralgico dell’operazione. L’anno scorso il tetto ha cominciato a perdere ed era come avere l’acqua nel cervello, ma è stato aggiustato.
In un saggio, Arthur Koestler dice che ci sono due tipi di scrittori: quelli che dalla scrivania guardano dalla finestra e quelli a cui piace stare davanti al muro. Io sono del secondo tipo, anche se non riesco a ricordare che tipo di scrittore sono nello schema di Koestler. Uno a cui piace avere delle mensole sulla scrivania, suppongo.
Amo l’efficienza. Vorrei avere una scrivania completamente sgombra, ma le cose si accumulano. Ho sempre una foto di Don Cherry attaccata sopra la scrivania (a sinistra), ma non sempre la stessa. Ogni volta che trovo una nuova fotografia di Don, la sostituisco. C’è anche una foto di mio padre di fronte alla casa popolare dov’è cresciuto, sembra un benestante con la sua racchetta da tennis e i vestiti bianchi.
Oltre a questo non c’è nulla di totemico, solo cose che sono finite qua. (Mia moglie scarica sempre delle cose nel mio studio. Una volta sono tornato dall’America per trovarci un’enorme cassettiera che lei aveva lasciato qua.) Oh, penso che la sedia rossa abbia un valore rituale: è l’altare dove celebro quotidianamente il dio della pennichella.
Il mio vero orgoglio e gioia è la tampura elettrica (la piccola scatola a sinistra della scrivania) che genera i droni nella musica classica indiana. L’idea me l’ha data Talvin Singh. Stavamo nello stesso albergo a Varanasi e lui disse che ne teneva una tutto il tempo. Sto scrivendo un libro* per metà ambientato in India, così non è solamente un piccolo lusso. L’idea è che, quando suona, la mia testa voli a Varanasi.
Fonte: Guardian
© Guardian News and Media Limited 2010
*Il libro è Amore a Venezia. Morte a Varanasi.
