
di A.L.Kennedy
Potrebbe non sembrare un ufficio, ma è proprio questo il punto. L’idea di lavorare tutto il giorno in un ufficio significherebbe non andarci mai. Niente archivi o pile di lettere, o portacarte piene di cose che aspettano di essere lette e niente scaffali di libri che mi distraggono. Tutto chiuso in un paio di armadi. Ho sempre voluto una stanza di questo colore (più o meno il colore che vedi quando chiudi gli occhi) con meno cose possibili - solo qualcosa per ascoltare musica, sul pavimento una copertura che nasconda i vari caffè/the/fluidi di rimpiazzo senza caffeina che ci rovescio sopra - e un bel camino. Nella fotografia il camino non si vede, ma è lì. Quando mi ci trasferii, questa fu la prima stanza che sistemai. Il mio primo studio.
Per tutto l’appartamento ci sono fotografie dei vari paesi che ho visitato; in questa stanza sono soprattutto della Nuova Zelanda - lascio appesi qui il mio cappello e la mia borsa da viaggio così posso pensare di poter fare i bagagli, partire e vivere su un albero in qualsiasi momento. Non posso, ma è bello fare finta.
Se sto scrivendo cose serie preferisco farlo di notte con una lampadina a basso consumo e la musica, scrivendo su un portatile perché non ho una scrivania e non ne voglio una. La sedia l’ho aggiunta dopo. Quando la schiena si danneggiò completamente, provai a scrivere su un divano con vari cuscini, ma non ha mai funzionato del tutto, così ho risparmiato e ho comprato la gigantesca sedia di pelle nera. Tento di non farci sedere nessuno, perché di solito tutti rifiutano di alzarsi - è così comoda. Questo significa che posso scrivere e tenere testa e schiena sorrette, mentre il portatile riposa su un piccolo ripiano protettivo sulle mie gambe. Il ripiano probabilmente non è necessario, ma ci tengo alle mie gambe, dopotutto.
Insomma, è così che starò - sdraiata, ritirata in un angolo in una stanza color sangue.
Fonte: Guardian
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