di Letizia Merello
Ho un metodo infallibile ma oggi mi va di rischiare, con combinazioni nome-cognome casuali o molto comuni. Non serve essere specifici, a questo ci penso in un secondo tempo. Farei sicuramente prima a usare le parole chiave più immediate (nel mio caso le migliori restano “ragazza morta”), ma in quel caso c’è tutta una scrematura da fare a monte, le prime dieci-venti pagine di risultati sono senz’altro da scartare: immagini che rimandano a film splatter o a casi famosi, quelli messi in maggior risalto dai media. E poi qualche volta mi piace il brivido dell’azzardo, stanare le mie carogne con strategie imprevedibili.
Lo sguardo galleggia alla ricerca di un’ispirazione banale fra gli aloni gialli della parete dietro lo schermo del pc; sono pochi secondi d’imbarazzo più qualche tiro dalla sigaretta, dopodiché un’idea che non mi ricordi nessuna conoscente arriva sempre. Inserisco un nome femminile e un cognome qualunque nella ricerca di immagini, premo invio, scorro rapidamente verso il basso con la rotella del mouse: l’appendice terminale della mia mano posa il suo indice bianco su una fototessera sciatta, di quelle che si fanno per rinnovare i documenti, di fretta, in una macchinetta automatica in stazione prima di prendere il treno per andare a lavorare.
L’occhio smaliziato impara a riconoscere dai dettagli la cura dietro questo tipo di formato: in genere quelle della macchinetta hanno lo sfondo bianco, mentre gli studi fotografici prediligono l’azzurro in tonalità variabili. Questa è una faccia su sfondo bianco: occhi stanchi, quasi chiusi, le palpebre marroni, faccia gonfia, bocca piccola e carnosa, grassoccia ma con un taglio di capelli estroso, probabile frutto dell’opera di un ambizioso coiffeur di provincia. Non una bellezza, ma l’insieme ha un suo perché per via della sua rassicurante plausibilità. Visualizzo l’immagine nel suo contesto: tombola! Morta tre anni fa sotto le ruote di un pirata della strada (tuttora non identificato), quindi posso usarla.
Una volta che hai stanato la carogna e sai come affinare la ricerca parte il lavoro di reverse engineering. Bisogna accumulare almeno una manciata di immagini, un portfolio dignitoso, il numero ideale si colloca fra le 3 e le 10 foto. È giusto per non rovinare l’impressione di verosimiglianza: una discreta varietà ma senza esagerare, tenendo sempre presente che essere fotogeniche è un dono di poche e che, in media, le foto in cui si viene bene nell’arco di una vita sono una manciata.
In questa fase, se sono fortunato, trovo quelle tappe fondamentali dello sviluppo fotografico di ogni donna: la foto sulla spiaggia, ovviamente pancia sotto, i piedi che puntano vezzosamente verso il cielo, il viso che gocciola d’acqua o di sudore, oscurato ad arte sotto l’ombrellone; la posa spiritosa sul divano, una perla che si è ritenuto doveroso digitalizzare per far capire che si riesce a essere provocanti e disinvolte senza prendersi troppo sul serio… la semplicità innanzitutto. «Siate sempre voi stesse» è il comandamento ricorrente nelle rubriche delle riviste femminili che spiegano come catturare e tenersi un uomo. Le femmine eseguono e io raccolgo la provocazione.
La cosa bella di internet è che è un cimitero di materia umana inerte e inutilizzata a costo zero, senza una linea netta che separi i morti dai vivi. Chi profetizza un’apocalisse zombi sempre più vicina non si è accorto che il futuro è già sui nostri schermi: i morti camminano sulla terra. E, come se non bastasse, i materiali pubblicati dai morti stessi – prima del trapasso – o da chi per loro, nella stragrande maggioranza dei casi non sono protetti da nessun tipo di copyright o restrizione d’uso. Oltretutto è molto difficile (direi impossibile, se non temessi di portarmi rogna da solo) che familiari, parenti o amici superstiti esercitino un qualche controllo su questi materiali. Figuriamoci, non lo fanno i diretti interessati finché possono. Anzi, l’attenzione alla gestione della propria immagine è totalmente assente: che si violino tutti i miei diritti, purché io sia riprodotto nel maggior numero di esemplari possibili, anche a mia insaputa.
Le poche persone che sanno che cosa faccio per vivere reagiscono con imbarazzo, manco fossi stato io a uccidere quelle donne e quelle ragazze di cui riciclo l’immagine; per i più benevoli sono un necrofilo latente. Io preferisco definirmi un necroforo, mestiere che nella sua veste ufficiale – così come nella veste alternativa da me incarnata – richiede grandi doti di discrezione e sensibilità, a cui io ho aggiunto pensiero laterale e una buona intuizione commerciale. Questo necroforo è l’amministratore della piattaforma di dating online “Underground”. Un brand alternativo e accattivante, il riscatto delle persone qualunque, degli invisibili, quelli che passano inosservati; il fatto che ci sia un riferimento neanche troppo nascosto allo stare sottoterra è naturalmente voluto. Per dire: io la mia mission aziendale l’ho dichiarata, se non sapete leggere sono problemi vostri.
Per farla breve, io prendo le foto delle mie morte e le ricoloro, le aggiusto un po’ senza snaturarle, le passo al Photoshop per riesumarle e trasformarle nelle corteggiatissime iscritte del mio sito: esche morte per tonni che abboccherebbero a qualunque cosa. Il mio scopo non è renderle più belle ma renderle irriconoscibili allo sguardo ittico dei tanti naviganti già passati dalle fighe patinate e inesistenti di altri siti di incontri, alla ricerca di qualcosa di meno bello ma più sostanzioso, come la mela da coltivazione ecobio, quella tutta bacata ma tanto più buona.
Su Underground le signore non hanno scelta, si ritrovano iscritte e nemmeno lo sanno… ma perlomeno non pagano, come nella migliore tradizione dei più laidi night club di periferia. La tradizione ha sempre qualcosa da insegnare: le signore non pagano perché i signori siano disposti a pagare il doppio. E ho scoperto, con discreta soddisfazione, che l’assunto è sempre attuale: i miei iscritti sono disposti a versare una quota non ricorrente di 50 euro nella speranza di fare la conoscenza di queste semplici ragazze della porta accanto – di fatto ormai vicine del piano di sotto. Non parliamo di cifre da capogiro: ne ricavo lo stretto indispensabile per sopravvivere, senza correre grossi rischi e con un impegno davvero ridotto all’osso. Le mie giornate lavorative sono molto brevi: si tratta di creare un paio di nuovi profili alla settimana e di rispondere ai messaggi privati indirizzati alle mie ragazze, che vengono inoltrati automaticamente alla mia e-mail. Pretendere di rispondere a tutti sarebbe un controsenso, oltre che un’inutile perdita di tempo, visto che i tonni hanno già pagato, ma mi sembra il minimo alimentare un pochino la farsa, rassicurarli per qualche giorno dell’ottimo investimento fatto o sfogare la mia misantropia distribuendo due di picche a piene mani. Forse non avete idea delle aberrazioni che mi ritrovo a leggere quotidianamente.
Lo scambio di corrispondenza più intenso l’ho avuto con un utente che ha catturato la mia attenzione, spiccando in mezzo alla solita marmaglia di «mi fai vedere le tette?» e «PERCHE’ NON MI RISPONDI TROIIIAAAAAAA» con l’inarrivabile «Sei carina ma per favore smettila di farmi quei flash con la faccia, mi fai paura, non girarti così». Alla lunga persone così impegnative stancano, ma per qualche giorno è stato un dialogo stimolante. Comunque non potevo esimermi: il messaggio era indirizzato alla sensibile Valentina, «in cerca di un uomo da coccolare». E voi che credevate che io non avessi un’etica professionale.
L’interazione umana nelle modalità standard non fa per me. Non nego che le persone mi incuriosiscano, ma mi stufo in fretta e non mi piace la sovraesposizione: voglio essere io a scegliere chi, dove, quando e se. Mi immagino per esempio in un ufficio, con un lavoro normale, lì, davanti alla macchinetta del caffè, a sorseggiare un espresso ammoniacato, guardato senza essere visto. Invisibile, ma con il tacito obbligo di dover rendere penosamente conto della mia alitosi cronica di fronte a sprezzanti colleghe che fanno echeggiare i loro tacchi lungo i corridoi, i fascicoli stretti sul petto e l’occhio proiettato nel vuoto, quel vuoto che tutti abbiamo dentro e che chiamiamo progetto, magari immaginando di tenere in grembo un bimbo in fasce. Oppure un chihuahua. Non reggerei neanche per un paio d’ore. Sto decisamente meglio qui. Sono uno di quegli insetti che vivono bene nelle crepe, quelli che se li schiacci resta solo un guscio fragile e un po’ di polvere.
La mia faccia su sfondo bianco ha già passato la fase di lavorazione grafica. La chiameremo Gianna, ha tutta l’aria di una Gianna, che fa rima con nanna e con panna e un po’ richiama la mamma. Le sue braccia saranno senz’altro flaccide e accoglienti. Passo alla fase di scrittura creativa: la Gianna deve dire qualcosa di sé, sennò dove sta la voglia di “mettersi in gioco”? La faccio trentenne, alta 1,73, il seno direi una quarta coppa D. La rianimazione a nuova vita passa anche per questi dettagli, che danno concretezza e riportano alla semplicità.
Non mi piace scrivere oscenità gratuite perché qui parliamo di donne vere, e questa qui, con la sua aria da sempliciotta, non sarebbe mai stata capace di mettersi in vetrina proponendosi come una vamp. Procedo per sottili allusioni: amante dei cani, lei e il suo pastore tedesco Golia sono inseparabili, va matta per la buona tavola… sì, ok, banale per una donna grassa, ma gli stereotipi funzionano sempre. «Lasciati prendere per la gola!», recita la tag-line sotto la sua foto profilo. Penso che farà un sacco di conquiste, mi sta quasi simpatica per come me la immagino.
Il caffè è venuto su da un po’; mi verso la mia tazzina amara, la bevo a piccoli sorsi ustionanti mentre penso che la chiamerei, la Gianna, per farmi quattro risate, una cenetta semplice, magari a casa sua, senza tante menate. Forse mi verrebbe anche voglia di concedermi alle sue fauci e soddisfare la sua voglia di oralità, anche se non è il mio tipo. Di sicuro non è una di quelle che ti richiama il giorno dopo in cerca di rassicurazioni. Ma in una situazione del genere il suo cane potrebbe rappresentare un problema; scommetto che lo tiene in casa e la cosa non è da sottovalutare.
Riapro la foto non ritoccata e mi sento un po’ un redentore: guardo quelle palpebre pesanti, marroni di stanchezza, la pelle del viso macchiata e disomogenea, e sono sicuro che non ha mai avuto il coraggio di entrare in profumeria e farsi un regalo, scegliersi un rossetto come quello che le ho messo io, indossarlo e dirsi «domani a lavorare non ci vado: mi do malata, stasera mi apparecchio e vado a fare del bene in giro».
Forse la felicità sta proprio nella possibilità di vivere in uno stereotipo. O forse no, in fondo io non sono felice nello stereotipo dello smanettone asociale con la fiatella. Su Underground non si pone il problema: il flash sparatissimo della morte appiana le peculiarità, tutti diventano macchiette simpatiche. Quasi quasi mi viene voglia di iscrivermi, intendo come “membro non pagante”: peccato che in questo caso è obbligatorio essere morti, quindi chi mi rianimerebbe? E poi: esiste davvero una vita oltre la vita? Non sto parlando di quelle fricchettonate da talk show della domenica pomeriggio, tipo luce in fondo al tunnel, mi è sempre piaciuta di più la fantascienza: sarebbe bello se queste facce editate e migliorate ricominciassero a vivere, una vita così semplificata che non osavano credere possibile; non una vita da sogno ma una vita sognata, dove tutto è riconducibile, interpretabile, stereotipabile, il peso quotidiano del respiro sostituito da ineffabili segnali elettrici e ottici.
Penso alla Gianna, alle sue dita a salsicciotto rosse e congestionate che stringono l’abbonamento del treno mentre aspetta che la macchinetta sputi fuori le foto, il resto del suo corpo fermo come un sasso. Poi si alza di scatto dallo sgabellino regolabile facendo tremare tutta la cabina fotografica, scosta la tenda blu e ridacchiando si allontana dalla stazione. Mentre si volta verso di me e mi dice «Grazie» con un gran sorriso arrossisce un po’, non so se per timidezza o per euforia. La guardo allontanarsi dondolando, quasi senza piegare le ginocchia. Il suo microgiubbotto non riesce a contenere i rotoloni di ciccia che le ondeggiano sui fianchi. Su quest’ultima immagine smetto di pensare e disegno l’ennesima macchia rancida sul muro dietro al pc. Non ho voglia di mettermi a pulire a quest’ora; si asciugherà mentre dormo.
Stamattina c’è una nuova foto sul profilo della Gianna, deve averla pubblicata ieri notte. A occhio più vecchia di un paio d’anni rispetto alla fototessera, o forse aveva solo la faccia più riposata. Ride con un bicchiere di plastica in mano, sembra che ci sia del vino rosso dentro, ha l’aria di chi sta sorseggiando qualcosa di alcolico a stomaco vuoto per dare brio a una serata con partenza diesel. È sulla terrazza all’ultimo piano di un palazzo di periferia, con delle oscene agavi giganti nei vasi e un dondolo coi cuscini a righe bianche e verdi, si vedono altre persone di profilo o di schiena.
Chi l’avrebbe mai detto che avesse anche una vita sociale. Devo averla sottovalutata di brutto. Fra l’altro non vedo Golia, il fedele amico a quattro zampe; sta a vedere che in fondo è una sadica, che lascia il cane chiuso in macchina con un filo di finestrino aperto per ore e quando scende per tornare a casa e lo vede con la lingua penzoloni ci gode anche un po’… Sarà meglio che mi dia una mossa, non ho tempo da perdere a farmi trip su persone che non sono più.
Sono in bagno che tiro la catena, ancora impastato di sonno, quando mi arriva la sveglia in piena nuca: ma chi l’ha pubblicata, quella foto? Io no di certo, per quanto possa essere stanco e rincoglionito me ne ricorderei. Merda, mi hanno beccato. Sono un coglione, me la sono chiamata. Ma cazzo, con tutte le attività da larva umana che esistono potevo scegliermene una politicamente corretta? «Il beccamorto sfruttava da anni le immagini di ragazze e donne scomparse in tragiche circostanze…» me li vedo già, i titoloni sui giornali, le frasi a effetto nei notiziari in tv, l’ampia visibilità.
Questo qui è un avvertimento di un qualche parente, qualcuno che fa l’hacker a tempo perso e mi viene a provocare sul mio campo di battaglia, il giustiziere della notte. Al prossimo giro viene a pestarmi qualcuno sotto casa, se si divertono a fare giochetti sul mio sito la denuncia non sarà certo il passo successivo: finisco all’ospedale con la milza strapazzata a calci. E se mi costituisco? Sarei svergognato pubblicamente in ogni caso, ma almeno avrei il culo parato. Mi sembra di ricordare che la sorella di Riccardo sia un avvocato, specializzata in diritto del lavoro, non c’entra granché o forse sì, comunque è già qualcosa.
Mi accendo una sigaretta dopo l’altra, cammino da una parete all’altra, vado al cesso a svuotare le budella due-tre volte, non riesco a decidermi sul da farsi, succhio ispirazione dalle sigarette con la pretesa di calmarmi. Non sono i sensi di colpa, non è la paura di essere spappolato a calci: è il terrore del momento in cui l’insetto viene preso con le pinzette dalla sua crepa e guardato alla luce.
Un trillo del pc mi notifica l’arrivo di una nuova e-mail. Mi suda anche l’anima mentre la apro, mi giro verso la finestra e sbircio lo schermo con la coda dell’occhio. È un messaggio dall’utente GiannaXXX78. Mi ha fatto venire un colpo, ‘sta stronza.
«Ma che parenti e parenti… te sei tutto scemo! Dài, stasera vengo da te e ti porto una bella lasagna fatta con le mie manine! Golia lo lascio in macchina, sarai tu il mio cagnolino… P.S. Togli quelle macchie dal muro, non si possono vedere».
