
Kerkent
Ogni volta che la luce degli astri rischiara la plaga insonne del mare, il lucore delle acque di Banzart torna vivo a raschiarmi le pupille e quasi m’acceca. Non fu il tufo delle colonne sulla collina a prendermi gli occhi appena sceso sulla costa di Kerkent, né gli ulivi che sonnecchiavano contorti, ma la linea sottile stretta tra il pelago e il cielo dietro cui si perdeva l’inerte Tunisia.
Qui erano stati i nostri padri Fatimidi, la chiamavano Djirdjent, disse mio nonno la sera prima di imbarcarmi, e gli alberi sorridevano di datteri e d’agrumi, il ventre degli orti partoriva meloni succosi e arbusti di sommacco per la concia delle pelli, i giardini erano rigogliosi di fichi, palme dattilifere, zammù.
Nella lontana Mudiqah, alcuni nostri avi coltivavano la canapa; a Kerkent il cotone, e tutto rivendevano nei sūq d’oriente e d’occidente. Ora il cotone lo smerciano in batuffoli dentro gran bazar, al terzo corridoio subito dopo il banco frigo, la canapa di nascosto per le strade.
I nostri padri, mi disse ancora mio nonno, al Ràbbato e nei mercati di Sicilia facevano commercio di sete, bernusse e barracani dei colori del pistacchio e zaffarana. Io mercanteggio borse e compact disc ai bordi del lungomare di San Leone, a volte d’estate cocco a strisce e braccialetti per le spiagge, in questa città di palazzi malriposti.
Di un loculo della Bibbirria ho fatto il mio dammuso, e non me ne lagno. I miei fratelli lavorano nei campi, alcuni la sera nei locali, a Kerkent che è una necropoli che cresce, un cimitero di tesori di cui gli abitanti hanno scordato i nomi. Del passato rimane solo l’eco nelle parole, ma non si sta troppo male, qui la gente è quieta e intorpidita, non vuole veder bruciare la tua pelle nera a tutti costi, non vuol esser disturbata. “Qui si radunano le navi; qui convergon le brigate”, raccontava il mirabile Al-Idrisi di questo andito di Siqillya dove oggi si radunano i briganti, dove convergono barconi di immigrati. Erano ricchi, i djirdjentani, al tempo dei miei padri; li hanno derubati e questo forse non lo sanno, ma dormono beati e gli va bene.
Io fuggo da una terra ancor più riarsa dalla fame, qui non tutti possono restare. Molti vanno via anche da Kerkent, salgono a nord in cerca di lavoro.
Protendo la mano lenta nell’ultima abluzione quotidiana, per ringraziare Allah dell’animo alato in giorni di sole e in notti come questa, incorniciata nello stesso cielo innanzi al quale Ibn-Hamdis, nel suo diwan, atterriva alla bellezza della luna nuova che squarciava le tenebre con il suo lume; ringrazio, e prego con i palmi alzati per Kerkent, fiore che lento nei millenni si dissecca; per Kerkent, che possa ritrovare il suo profumo antico in questo morente genuardo in cui nessuna mano disseta la sua arsura.

via Gallo
In via Gallo ci stanno le buttane, si diceva fra ragazzini. Ma pochi osavano avventurarsi da quelle parti, almeno con il corpo, e per noi era il luogo più misterioso, e pericoloso, della città. Si conosceva sempre un amico di un cugino che c’era andato oppure il classico Rodomonte in miniatura – quello pluriripetente di solito – affermava di esserci stato proprio lui, di persona, e di aver usufruito delle grazie libertine. Andiamo a vederle, aveva proposto un pomeriggio uno di noi. Andiamo, avevamo risposto, e il cuore già galoppava. Noi che non sapevamo neppure masturbarci giravamo per le viuzze che intersecavano via Gallo: muri sbrecciati, cacate di piccione, ruggine ovunque ci fosse metallo, panni stesi e sbiaditi dai continui lavaggi e un’alta percentuale di nivuri, immigrati del nord dell’Africa, affacciati ai balconi di quelle case in rovina a fumare o semplicemente a guardare in silenzio la stradina di sotto. Sentivamo i loro occhi addosso, mentre si deglutiva a vuoto, il corpo come ricoperto da una patina elettrica. Ed eccole lì, a pochi passi da noi, le buttane: tre donne che avevano compiuto i cinquanta già da qualche anno; parlottavano fra loro in dialetto sedute sugli scalini davanti agli usci. La sciatteria dei loro abiti mostrava le grosse cosce al vento solcate da impressionanti vene varicose. Parecchi anni dopo avrei detto che in quelle donne Pasolini incontrava Bukowski, ma in quel tempo non sapevo neppure darmi piacere da solo figurarsi concepire accostamenti letterari. Le donne avvertirono – orecchie allenate a potenziali agguati, allo scattare della lama dei coltelli a serramanico – la nostra immobile presenza e smisero di ciarlare. Chi vuliti, sbraitarono nella nostra direzione. Noi come pietra rimanemmo in silenzio. Itivinni, gridarono agitando mani che stringevano sigarette accese. E scappammo via, tra le risate rauche dei nivuri.
Qualche estate fa una mia amica spagnola è venuta a trovarmi e siamo andati in giro per il centro storico perché voleva scattare qualche foto. Siamo capitati in via Gallo e le ho parlato delle prostitute, delle sortite col cuore che pompava a mille, dei neri affacciati ai balconi, delle vene varicose. E ora, mi ha chiesto. Non ci sono più, le ho risposto, adesso sono sparse per la città, e aspettano in casa il trillo di un cellulare o il gracchiare del citofono. Poi mi sono accorto di un sacchetto dell’immondizia a pochi passi da noi, uno di quelli in plastica sottile e trasparente, e dentro c’erano pacchi su pacchi di profilattici usati; e mentre la mia amica scattava foto sorrisi pensando a come le abitudini sono dure a morire, soprattutto da queste parti.
Fotografie di Tano Siracusa
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