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24 nov 2011

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Trasporto urbano
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Testo di Gero Micciché e Roberto Mandracchia

Illustrazioni su misura di Monica Rossi

Non mi rimaneva che prendere l’autobus: erano anni che non lo facevo qui, ad Agrigento. Una volta salito, e dopo aver trovato posto, osservai gli altri passeggeri chiedendomi perché nella mia città, gli autobus, li usavano soltanto i vecchi, i ragazzini e i matti.

A me, ‘sta cosa di prendere l’autobus ad Agrigento non m’aveva mai convinto, perciò, dopo aver affidato il motorino alle sapienti mani di Fonziu Stricatu perché lo resuscitasse, decisi di tornare a casa a piedi. La Valle non era lontana dall’ex manicomio, io abitavo in uno degli edifici condonati vicino ai Templi. Eravamo già vicini al tramonto e, a passo svelto, m’incamminai. Appena superato il cimitero, nel silenzio domenicale della strada che costeggia Villa Genuardi, sentii il cigolare lento e stridulo di una carriola: richiamava inconfondibili memorie d’insulti sfrontati, sudori dissipati in fuga sull’ammattonato del Viale della Vittoria.

Nella fila di sedili accanto alla mia c’era uno dei matti più rinomati – inconfondibile nel rossore dei suoi capelli e della sua barba e delle sue guance; alto poco più di un bambino; quasi sempre sbronzo, a volte lo vedevi vestito da scolaretto o parlare coi criceti dentro la gabbia che portava a spasso – e, appollaiati sui sedili dietro il suo, quattro ragazzini incuriositi dal gonfiore del sacchetto di plastica che il matto teneva fra le mani e posato sulle ginocchia. I ragazzini cominciarono a stuzzicarlo: Pasqua’? Chi c’ha ddra dintra?

Altobelli spuntò dalla curva ergendosi dietro la carcassa di una lavastoviglie, lastre di lamiera ammaccata, ciarpame, rugginosa chincaglieria. Teneva tutto accatastato nel ventre del carretto che spingeva con una forza inaudita a dispetto della corporatura segaligna. Avrebbe continuato così fino all’antro arcano di casa sua, una rovinosa casupola in pietra piantata nell’alto della Rupe Atenea. Fissai il cappello di lana scolorito: era lo stesso che , da ragazzini, ci avvisava della sua presenza a chilometri di distanza, quando ci avvicinavamo a lui gridandogli “Altobe’! Altobe’! To ma’ buttana è!” per poi scattare nell’opposta direzione, fuggendo il rincorrerci delle sue bestemmie. Altobelli non era il suo vero nome, ma tutti così lo ingiuriavano. Lui si arrabbiava assai, chissà poi perché. Noi lo chiamavamo così, ogni volta, e lui ci rincorreva. Era veloce per la sua età, qualche volta pareva prenderci terreno. Noi avevamo paura, ma puntualmente lo rifacevamo: da ragazzini, la sfrontatezza ha il gusto adrenalinico e speziato di una sfida all’intero universo.

 

E il matto all’inizio scuote la testa, poi si decide a mostrarne il contenuto: un orsacchiottone di peluche, di quelli che si vincono alle giostre sparando ai barattoli allineati; e i ragazzini continuano: Che bello, Pasqua’, e per chi è? Per te? Per tuo figlio? Hai un figlio?

Erano passati dieci anni, il tempo aveva distillato la maturità dell’intelletto e la calma del passo. Rincontravo quel pazzo e ancora sentivo il tremito della stessa paura. Restai fermo con gli occhi sgranati mentre avanzava. Non sembrò riconoscermi, mi oltrepassò senza battere ciglio.

E il matto scuote la testa e indica se stesso, poi chiude gli occhi e apre la bocca come chi sta per scoppiare a piangere, mentre i ragazzi continuano a vessarlo di domande e prese per il culo, e il matto d’improvviso s’alza in piedi, si strappa la camicia, i bottoni volano ovunque, appallottola la camicia, ci si soffia il naso e la butta dal finestrino dell’autobus in corsa. Sempre in silenzio torna a sedere, prende il peluche che nel frattempo era cascato sul pavimento e se lo rimette sulle ginocchia, stringendolo di nuovo fra le mani.

Feci un passo per continuare verso casa. Poi mi voltai vuotando i polmoni in un grido “ALTOBEEEEEEE’!”. Sentii il ferro della carriola impattare violento contro il pavimento mentre scattavo verso Bonamorone.

I ragazzini sghignazzano: Pasqua’? Sei pazzo? Eh, Pasqua’? Sei pazzo?; e così fino a quando il matto non scende alla sua fermata che potrebbe benissimo essere una fermata scelta a caso, nella casualità dentro la sua testa.

Di corsa zompai sopra il bus appena giunto alla fermata e mi misi in salvo, e mentre le porte si chiudevano, un altro pazzo scendeva dal predellino. Quello stesso pazzo dalla barba rossa a cui vidi, anni addietro, accarezzare un passerotto morto prima di infilarselo in bocca e succhiarlo quieto come un ciuccio da lattante.

 

Di Micciché e Mandracchia leggi anche Kerkent, Agrigento

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Tags: Agrigento, Gero Miccichè, Monica Rossi, Roberto Mandracchia, sicilia, zichiriltagghia
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