• Cos’è l’Archivio?
  • Chi è Caltari?
  • Collabora!
Archivio Caltari











  • Scritture
  • Psicogeografie
  • Memorie
  • Segni
  • Generi e relazioni
  • Tipografie
  • Letture
    • E-Book
    • Recensioni
    • Web-comic
  • Rubriche
    • Fotobiografie
    • FuoriFuoco
    • Regole di scrittura
    • Stanze degli scrittori
  • Indice
  • Gli ambi a sorpresa di Caltari
  • cookie privacy
11 Gen 2010

Autore

Caltari

Condividi

Articoli correlati

  • 10 rivoluzioni della lettura prima dell’e-book
  • Come nasceva un libro negli anni 60-70?
  • 10 libri fondamentali sulla tipografia
  • The Whole Earth Catalog
  • Olivetti, cuore di macchina
  • Napoli e il Messico - Intervista a Gianni Solla
  • Arte applicata con gesso e lavagna
  • Segni dei tempi: 13 architetture tipografiche
  • Ulisse di Joyce e le 3 dimensioni del marketing editoriale - #3 Cult
  • Ulisse di Joyce e le 3 dimensioni del marketing editoriale - #2 Design
  • Ulisse di Joyce e le 3 dimensioni del marketing editoriale - #1 Hype
  • Dieci lingue morte (e indecifrabili)
  • Fanucci, l’on demand e la riapertura di Novaro Libri
  • FNL: NUE
  • Tuono Pettinato: un’intervista ridondante
  • Laspro, letteratura, arti e mestieri
  • Le cinque migliori riviste di design del secolo che fu
  • Gianni Rodari illustratore
  • Conversazione con William Dollace
  • Roma pretende, Berlino dona. Intervista a Sabrina Ramacci
El Aleph, pane e Sciascia
Caltari 3 commenti Interviste Tipografie Condividi

La carta di El Aleph profuma di pane casereccio e anche un po’ di pancarré, le pagine bianco sporco del numero 11 ospitano racconti, poesie, saggi, recensioni, bibliografie ed epistole che ruotano intorno a un tema e a un nome, la Verità e Leonardo Sciascia.

 

«Uno dei più evidenti e gravi difetti della società italiana, e quindi di tutto ciò che - dalla cultura al costume - ne è parte, sta nella mancanza di memoria». Queste parole di Sciascia saltano agli occhi come fuochi d’artificio.

Compaiono nel saggio Il rabdomante della memoria, in cui l’autore Gero Miccichè, paragona la memoria a «un’immensa stanza, simile per caratteristiche all’universo: in continua espansione e in crescente disordine», e descrive l’audacia di Sciascia che si introdusse in quella stanza, armato solo di Verità «come unica, irrinunciabile, forza ordinatrice». Una verità che Sciascia affrontò necessariamente fu la Mafia: impossibile dimostrarla con prove fisiche, c’è solo bisogno del coraggio di mettere insieme gli indizi. Una lezione drammatica in quanto ad attualità.

Caltari non riesce a fare a meno di aggiungere che oltre a memoria e verità, sembra in via di estinzione la capacità della sintesi, come se i pezzi da mettere insieme fossero troppi, e in questo eccesso le stesse informazioni rimanessero slegate, prive di significato e di senso, impossibili da decifrare nel loro disegno più ampio, inservibili a esercitare le capacità critiche. Uno stordimento perenne nel Paese, che avvilisce vita personale, sociale e culturale.

Ed è forse in ciò che risiede oggi il senso di una rivista letteraria, e anche del ruolo di chi fa attività letteraria: nel mettere fisicamente insieme i pezzi, facendo fatica, difendendo anche lo spazio necessario a una costruzione di critica e d’altra parte provando a liberarsi della figura scaduta e socialmente inutile dell’intellettuale da salotto. Una figura che in un clima di scontro perenne, non può più servire né al singolo, né ai movimenti, né alla società intontita.

I fondatori di El Aleph, proprio in questo momento difficile per la rivista e non solo, ma fertile, ricorrono ad Antonio Moresco anche per capire in che modo rifondare efficacemente le pratiche letterarie. Dunque intervistatori e intervistato, mettono su una vivida e bellissima intervista che compare sull’ultimo numero e a domanda «Cosa deve fare l’intellettuale, oggi, in Italia?», Moresco così risponde: «Io non porrei l’enfasi su questo termine, che per me oggi ha poco senso. Questa figura è stata travolta e la soluzione non è a mio parere ripristinarne le spoglie. Non credo ci debba essere una cesura tra attività letteraria, sapere scientifico e habitat naturale e sociale. Io almeno vivo così la mia vita, anche quella di scrittore. Ho scritto molti libri di invenzione e visione, come Gli esordi e Canti del caos e altri di combattimento più ravvicinato, come Lettere a nessuno e Zingari di merda. Ma non li vedo come cose diverse e separate. L’onda che li trasporta è la stessa. Oggi non c’è soltanto bisogno di un certo tipo di ragionamenti e pensieri, c’è bisogno anche di allargare e sfondare, di far capire che le nostre possibilità sono enormemente più vaste di come ci hanno portato a pensare. La figura che ho in mente è una figura che opera non solo nel campo del pensiero e dell’abilità linguistica e artistica separata, ma che sta anche dentro una tragedia e un sogno. Occorre stare dentro l’impossibile, l’incontrollabile».

Come dire, la visione e l’impegno. Stessi motori che spingono i quattro studenti di lettere Michele Bertinotti, Andrea Coccia, Alessio Cupardo e Gero Miccichè a fondare nel 2005, nei chiostri dell’Università degli studi di Milano, El Aleph, che si muove inizialmente con finanziamenti ma che, a partire da quest’ultimo numero, si ostinerà a sopravvivere grazie al contributo di lettrici e lettori, viziati, oltre che dalla carta stampata, dalla promessa di gustosi pdf periodici.

Caltari, che ha sempre tanto bisogno di risposte, di pane casereccio, di riviste da annusare, di spunti per mettere insieme pezzi, è andat* a subissare di domande la Redazione Aleffica.

***

Quanta fatica state facendo per emergere e mantenervi a galla come indipendenti? Rispetto alle altre riviste sparse sul territorio italiano, come vi ponete?

In realtà la fatica per restare indipendenti non è insormontabile, anzi… di questi tempi, soprattutto grazie alle nuove tecnologie, le spese e il tempo per mantenere in vita una rivista si sono notevolmente ridotte ed essere indipendenti è molto più semplice di una volta. Certo, il discorso si complica per quanto riguarda la sola dimensione del cartaceo, un formato che mantiene costi alti di produzione e che, soprattutto, è difficile da vendere, ma tutto sommato il problema delle riviste oggi non credo che sia l’indipendenza, piuttosto mi sembra che il pericolo maggiore sia rappresentato dall’autoreferenzialità, il produrre solo e soltanto per se stessi e per pochi intimi.
Come ci poniamo rispetto alle migliaia di altre riviste che affollano lo stivale? beh, rispetto a quelle che conosciamo e con cui condividiamo la dimensione dell’autoproduzione ci poniamo spalla a spalla, aiutandoci se possibile, organizzando eventi insieme, alleandoci insomma, consci del fatto che insieme si arriva più lontano che da soli. Rispetto a tutte le altre, quelle che hanno la fortuna di essere prodotte e distribuite ufficialmente ci poniamo come si pone l’apprendista rispetto allo stregone, stiamo dietro, sbirciando e saltellando per cercare di carpire qualche trucco, qualche nuova magia.

L’ultimo numero de El Aleph parla di memoria. Ma di noi chi si ricorderà?

Questa è una domanda difficile, caro Caltari, è una domanda che fa paura. Chi si ricorderà di noi? probabilmente nessuno. Spariremo in quello che qualcuno definisce oblio; da un lato, quello della memoria storica e collettiva, tenendo conto delle porcate che stiamo combinando in questo periodo, forse è molto meglio così, ma dall’altro, quello della memoria quotidiana e personale, questa tendenza alla dimenticanza è una tragedia: a causa di questa nostra riluttanza al ricordo, infatti, dimentichiamo tutto molto rapidamente diventando bestie facili da ammaestrare e da tenere buone. Il primo atto di un’ipotetica e prossima rivoluzione sarà il riappropriarsi della facoltà del ricordare.

Ti va di spiegarci come è stato assemblato questo nuovo numero, dai contributi alla carta?

I contributi che formano questo numero sono stati messi insieme in svariati mesi di lavoro discontinuo, più o meno a partire da febbraio-marzo del 2009, ovviamente la parte più complessa è stata la ricerca di materiale d’autore su Leonardo Sciascia. Una volta terminato il lavoro di raccolta il lavoro è stato in fondo molto semplice, il materiale è stato impaginato e poi mandato in tipografia, dove è stato trasformato nel volumetto che avete sul comodino.

 

Cervelli in fuga e il cervello di Sciascia, fortemente legato alla sua terra. È un esempio realistico da imitare?

Cazzo Caltari, ma non ci vai mica per il sottile… Sciascia e molti altri intellettuali italiani della generazione che ci ha preceduti, non avevano di fronte una realtà così desolante, è per questo che non credo che abbiano mai pensato ad una reale fuga. Potevano permettersi agevolmente di restare in italia a lavorare, d’altronde trentanni fa gli intellettuali veri, quelli indipendenti e liberi come lo era Sciascia, avevano la possibilità di parlare dalle colonne dei giornali più importanti, delle testate più autorevoli: non dimentichiamoci che personaggi del calibro di Pasolini e di Sciascia pubblicavano articoli sul Corriere della Sera. Ora non è così, è un discorso che abbiamo fatto anche con Antonio Moresco nell’intervista: in questo momento per chi propone un punto di vista intelligente sul mondo, per chi cerca di parlare di qualcosa piuttosto che di fare i seghini a se stesso e agli amici truffando i lettori, insomma, per chi ha veramente qualcosa da dire, qualcosa di rivoluzionario ed esplosivo, non c’è più spazio.


Caltari è qui per questo.

Ma nessuno lo sa.

Caltari 3 commenti Interviste Tipografie Condividi
1 Comments
  1. 11-1-2010

    Qualcuno lo sa: io, per esempio. E ne sono molto contento. Il tema della rivista El Aleph è assolutamente centrale in questa fase politica e culturale. Avanti così.

    Rispondi omniaficta

Cancella risposta
Che ne pensi?

Archivio Caltari – 09-14 | Alcuni diritti timidi e riservati, altri no | Testata probabilistica aggiornata con frequenza randomica | Frailespatique modificato da Sim Dawdler a.k.a. Simone Petralia

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.Accept Read More