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16 nov 2011

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The Whole Earth Catalog
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 di Gianluca Didino

Nel 2011, in Italia, può capitare anche questo: che vai a una festa qualsiasi di una persona che non conosci troppo bene e appena entri in casa ti vedi di fronte una lavagna con su scritto in gessetto azzurro: STAY HUNGRY STAY FOOLISH PARTY. Non è una veglia funebre per la morte di Steve Jobs e nemmeno un Apple-party o un ritrovo di geek impallinati con la fenomenologia di Cupertino. Non è niente di tutto ciò, solo una festa qualunque.

D’altra parte la cosa stupisce meno di quanto forse dovrebbe, perché l’epidemia degli affamati e dei folli, dal giorno in cui Steve Jobs ha lasciato questo mondo, sembra non avere confini geografici né culturali. In una prima fase l’utente medio della rete ha condiviso questo brandello sanguinolento del discorso di Stanford su ogni social network possibile, ma ora, almeno stando a Google, parrebbe che Internet si sia resa vagamente più consapevole di sé stessa: comincia a essere considerevole il numero di pagine web che ci informa che la frasetta in questione non è farina del sacco di Jobs. Nessun plagio, però. È lo stesso CEO di Apple, nel suo discorso del 2005, a citare la fonte:

Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. È stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park […]. È stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. È stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google […]. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina […]. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio.

Se Internet è riuscita almeno in parte ad autocorreggersi, rintracciando la fonte dopo aver sparato come suo solito un frammento a caso nelle profondità del cyberspazio, più complesso è determinare se c’è davvero qualcuno, in giro, che sia riuscito a capire esattamente che cos’è il Whole Earth Catalog (Wikipedia Italia, ad esempio, di solito apprezzabile perlomeno per le sue definizioni dal rigore asburgico, sulla creatura di Brand si impappina in una descrizione mistico-lisergica che sembra, questa sì, scritta sotto l’effetto di qualche droga). E allora: che cos’è esattamente il Whole Earth Catalog?

Prima risposta banale soltanto in apparenza: il WEC è un catalogo. Pubblicato per la prima volta nel 1968, nasce come rielaborazione artistica di una serie di cataloghi che meno artistici di così non potrebbero essere: quelli della L.L. Bean, ditta specializzata nella produzione di vestiti “caldi e resistenti” (Horvitz) da vendere per corrispondenza agli abitanti “laconici” (di nuovo Horvitz) del nordest rurale degli Stati Uniti, di cui, come si può vedere da queste immagini, colgono perfettamente lo stile.


Quando a Stewart Brand, chimico trentenne laureatosi proprio a Stanford, viene l’idea di fornire al mondo una versione freak dei cataloghi della L.L. Bean, l’America naviga in cattive acque: siamo alla fine del 1967 e il tessuto sociale è sull’orlo del collasso, sconquassato com’è dalla guerra del Vietnam, le tensioni razziali, la nascente controcultura hippy e la conseguente diffusione delle droghe psichedeliche. Tutto questo sarebbe già sufficiente per perdere la testa, ma il fatto è che, in quegli anni, ciò che occupa la mente di Brand è la luna. O meglio, per essere precisi, la visione della Terra dalla luna. Già da qualche tempo, infatti (attenzione, perché la storia rende bene l’idea del clima in cui può essere concepita un’idea come quella del WEC), Stewart Brand sta distribuendo per il campus di Berkeley adesivi con su scritto: “NASA: why haven’t we seen a photo of the whole Earth yet?”. L’iniziativa, che può sembrare decisamente dadaista, non lo è per niente, e Stewart Brand in realtà è molto serio. Il problema, dal suo punto di vista, è dei più cruciali: in accordo con le teorie di Richard Buckminster Fuller (l’inventore delle cupole geodetiche – vedi immagine successiva – e tra i primi a sostenere una visione del mondo sistemica, improntata alla collaborazione per l’efficienza energetica e alla “efemeralizzazione”, il “fare di più con meno”: oggi il suo nome è spesso abbinato al concetto di decrescita, per quanto tra i due concetti vi siano delle differenze), Brand è convinto che la visione dell’intero pianeta dallo spazio (per la precisione, galleggiante nell’infinita oscurità dello spazio) avrebbe fornito al mondo la più convincente dimostrazione dell’unità della specie umana, annullando in un solo colpo le differenze di pelle, religione, nazionalità e classe (idea peraltro geniale, che la dice lunga sulla sua immensa capacità immaginativa). Ergo la NASA, che non poteva non possedere queste foto, essendo le esplorazioni dello spazio iniziate già da tempo, si rifiutava di diffonderle per motivi politici. E dunque: “NASA: perché non abbiamo ancora visto una foto della Terra tutta intera?”.

Alla fine, prevedibilmente, quando nell’autunno del 1968 esce la prima edizione del catalogo, la copertina rappresenta una fotografia della terra vista dall’alto in campo nero, e, sotto il titolo, poche parole: ACCESS TO TOOLS.

Sugli scopi e la struttura del WEC torneremo tra poco. Per intanto conviene soffermarci un attimo sulla figura di Stewart Brand, che non è affatto delle più scontate. Già all’inizio degli anni Sessanta, infatti, Brand faceva parte di un gruppo proto-hippy piuttosto variegato, i Merry Prankesters, che può essere considerato l’anello di congiunzione tra la cultura Beat e la psichedelia (tra i suoi membri, ad esempio, c’era Neal Cassady, il Dean Moriarty di On the Road). Prima della pubblicazione del catalogo, inoltre, aveva partecipato alle attività di un collettivo di artisti digitali chiamato USCO, che si era fatto conoscere per alcune installazioni audiovisive e per la proiezione di filmati in musei, teatri e università (fonte: MOMA). Soprattutto, sul finire del 1968, cioè in concomitanza con la prima pubblicazione del WEC, Brand aveva assistito l’inventore Douglas Engelbart nella realizzazione di un progetto chiamato The Mother of All Demos (nella foto sotto), una dimostrazione incredibilmente innovativa per l’epoca di tecnologie per computer quali mouse, word processor, ipertesto, video conferenza. Insomma, un personaggio decisamente avanti rispetto ai tempi.

Nell’autunno del 1968 la prima edizione del catalogo viene pubblicata. È stata composta con un’altra tecnologia innovativa per l’epoca: la macchina da scrivere elettrica Selectric dell’IBM, che, a differenza delle altre, non utilizza barre metalliche collegate ciascuna a un carattere, ma una testina dalla forma sferica che può essere facilmente sostituita permettendo di stampare diversi set di caratteri in uno stesso documento. È diviso in sette sezioni:

  • Understanding Whole Systems
  • Shelter and Land Use
  • Industry and Craft
  • Communications
  • Community
  • Nomadics
  • Learning

Riguardo a scopi e finalità, è lo stesso catalogo a definirsi in questo modo:

Al di fuori del linguaggio criptico tipico di certa controcultura, possiamo dire succintamente così: il WEC è un catalogo che serve per fornire accesso, culturale e materiale, a tutti gli oggetti (tools), a loro volta materiali e culturali, che possono servire alle comunità hippy o simili sparse per il Paese: dai metodi e materiali per realizzare una vita ecosostenibile alle iniziative, i film, i libri e le riviste, generalmente di produzione indipendente, che stanno segnando la nuova cultura “libera”. In quest’ultimo campo, forse il meno curioso dal punto di vista degli oggetti ma che fornisce una miniera sterminata di idee e suggestioni ancora oggi più che vitali, si va dalla cibernetica all’elettronica, dalle comunicazioni al design, dall’architettura al software, dalla televisione alla narrativa.

La sezione “Shelter and Land Use”, che fornisce indicazioni sulle pubblicazioni dedicate a “una visione radicale dell’architettura e del design” (MOMA) è tra le più interessanti quantomeno da un punto di vista grafico. Vengono presentate fanzine indipendenti come Architectural Design, Cosmorama (img.1), Archigram (img.2) e pubblicazioni come Inflatocookbook (img.3).



La sezione “Communications” descrive e recensisce lavori che oggi sono classici studiati all’università ma che allora segnavano le tappe di una nuova idea di mass media, come Culture is our Business di Marhsall McLuhan.

Un caso particolare è invece quello rappresentato da Radical Software, una pubblicazione dedicata alla televisione alternativa e ai nuovi media, incredibilmente viva, seppure in stadio mummificato (cioè come archivio) ancora oggi in rete, qui.

Il catalogo viene pubblicato a scadenza fissa dal 1968 al 1972, e in maniera sporadica, assumendo nomi diversi (CoEvolution Quarterly, Whole Earth Review) fino al 2003. Per festeggiare la fine delle pubblicazioni (che poi, appunto, si rivelerà essere tutt’altro che una fine), Brand organizza un “Demise Party” che verrà documentato da Rolling Stone.

The Last Whole Earth Catalog, pubblicato nel 1972, apre con la copertina a cui si riferisce Steve Jobs nel suo discorso di Stanford, e che contiene, in campo nero sopra una strada di campagna, la famosa frase.

Oggi il WEC è completamente consultabile online al sito wholeearth.com, sia per quanto riguarda le edizioni dal 1968 al 1972 che le successive uscite a nome CoEvolution Quarterly e Whole Earth Review. Sul sito si trova inoltre una storia del catalogo e una raccolta di articoli tratti dalle sue pagine.

Per approfondire:

MOMA: Exibitions – Access to Tools

Robert Horvitz – Whole Earth Culture

The Generalist – Stewart Brand: The Whole Earth Enterprise

The Generalist – Stewart Brand: Reinventing Environmental Thinking

Edge – We are as Gods and we have to get good at it: Stewart Brand Talks About His Ecopragmatist Manifesto

Fair Companies – A Fanzine that Preceded Google: Whole Earth Catalog

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Tags: 1968, Buckminster Fuller, Gianluca Didino, IBM, Marhsall McLuhan, Nasa, Selectric, Steve Jobs, Stewart Brand, USA, Whole Earth Catalog
orgone5 7 commenti Abbonàti Tipografie Condividi
5 Comments
  1. 16-11-2011

    Wonderful presentation!

    Rispondi Robert Horvitz
    • 17-11-2011

      Thank you very much, Robert! I’m sincerly honored you liked it. The experience of the WEC is still actual today and I think that people must know the story of this wonderful publication, at least for its powerful influence on what is today the Internet, Google and so on. Good luck for your work and please forgive my bad english :)

      Rispondi Gianluca Didino
  2. 17-11-2011

    Siete riusciti a farmi leggere una cosa lunghissima in un momento in cui non ne avevo il tempo… Bravi, continuate così! :)

    Rispondi Francesca Santarelli
  3. 13-12-2011

    Grazie. Un articolo fertile, bellissimo.

    Rispondi Federica Limone
  4. 12-3-2012

    una stimolante serie di documentari su quello che alcuni definirebbero antropologia dell’architettura, buona visione!

    http://www.youtube.com/watch?v=6MXuHYeiLsA&feature=related
    “How Buildings Learn,” 6-part TV series for the BBC. Aired in July-August 1997 on BBC2. Series directed by James Runcie, music by Brian Eno.

    Rispondi Maurizio

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