
via Web Urbanist
Che contengano segreti spirituali o semplici calcoli della vita di tutti i giorni, i testi antichi che gli studiosi contemporanei non sembrano in grado di decifrare potrebbero essere la chiave per comprendere civiltà che sono da tempo scomparse. Molte di queste dieci lingue morte forse non saranno mai capite, eppure esse rimarranno come testimonianze criptiche della complessità non solo del mondo in cui viviamo ma anche nella nostra storia come specie.
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Liberus Linteus

(immagini via: wikimedia commons)
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Come se non fosse già abbastanza affascinante un libro completamente fatto di lino prodotto da una civiltà scomparsa da tempo, l’origine del Liber Linteus lo rende ancora più morbosamente attraente: era originariamente la fasciatura di una mummia. La maggior parte degli scritti del Liber Linteus, rimossi dalla mummia di una donna egizia e poi raccolti in un libro nel XIX secolo, non possono essere tradotti poiché scritti in etrusco, una lingua ancora poco compresa. Ma ciò che gli studiosi sono riusciti a capire suggerisce che il Liber Linteus fosse una sorta di calendario rituale.
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Codice Rohonc

Su 448 pagine di carta sono trascritte – da destra a sinistra – simbolici unici che insieme sono dieci volte più numerosi di ogni alfabeto conosciuto nella storia del mondo. Ma nessuno sa per certo cosa Il Codex Rohonc dica, o chi l’abbia creato. Scoperto in Ungheria, il testo è stato studiato da numerosi esperti e studiosi di paleografia e sembra avesse una natura religiosa, con il codice accompagnato da illustrazioni e simboli di origine cristiana, pagana e musulmana. Molti esperti ungheresi ritengono che sia un falso, ma se anche lo fosse, non sarebbe del tutto sconclusionato, dal momento che i pattern del testo seguono quelli delle lingue autentiche.
Codex Seraphinianus

È stato chiamato il libro più strano del mondo, ma il Codex Seraphinianius è molto più di una bizzarra collezione di arte surreale e sconvolgente. Creato dall’artista italiano Luigi Serafini alla fine degli anni ’70, questo non è un tomo antico scritto in antiche lingue indecifrabili ma contiene un suo unico e illegibile alfabeto che i decodificatori non sono stati in grado di scoprire.
Rongorongo

Può il Rongorongo rappresentare un esempio indipendente di invenzione della scrittura, separato da quelli che già conosciamo? Non sarebbe troppo sorprendente, considerato che questo sistema di glifi è stato ritrovato nella già incredibilmente misteriosa e affascinante Isola di Pasqua, nota per le sue enormi statue di pietra. Le circa due dozzine di tavolette di legno, ora situate in musei in giro per il mondo, non possono essere tuttavia riconosciute come tali, poiché gli esperti non riescono neanche ad accertare se i segni su di esse possano essere una lingua.
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La Pietra di Singapore

Ritta alla foce del fiume Singapore, quest’enorme lastra di arenaria di 3 metri nota come la Pietra di Singapore è legata a una leggenda del XIV secolo che parla di un uomo forzuto di nome Badang, il quale si dice avesse scagliato la pietra in quel posto. La pietra è ricoperta da un’iscrizione consunta che non potrà essere mai più decifrata, dato che un ingegnere l’ha fatta esplodere nel 1843 mentre costruiva un forte. Uno dei frammenti è stato preservato ed esposto al National Singapore Museum.
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Il manoscritto Voynich

Il manoscritto Voynich si è classificato facilmente tra i dieci più straordinari antichi oggetti misteriosi della Storia. È la prova di una civiltà perduta o una beffa ben elaborata? Questo manoscritto il cui testo i migliori crittografi e decodificatori non sono mai stati in grado di decifrare, risale al XV secolo ed è stato scoperto nel 1912 dal collezionista Wilfrid M. Voynich. Se fosse un falso, sarebbe incredibilmente convincente, vista la grande eleganza con cui questo testo è stato scritto e considerato che analisi statistiche hanno rivelato pattern simili a quelli che si ritrovano nelle lingue naturali.
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Lineare A

È la chiave per decifrare numerose testimonianze scritte dell’era minoica dell’antica Creta, ma i filologi non sono stati in grado di scoprire la lingua che si nasconde dietro il lineare A, una scrittura ritrovata su numerosi manufatti. In uso intorno al 1900-1800 a.C. il Lineare A era la lingua ufficiale del palazzo e dei culti cretesi, ma essa e altre lingue minoiche sono andate perse nella storia.
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Simboli Vinca

Che i simboli Vinca possano essere la più antica forma di scrittura del mondo? Alcuni archeologi ritengono di sì, mentre altri sostengono che essi non rappresentino affatto una lingua scritta. Probabilmente erano solo una specie di proto-scrittura – essi cioè veicolano un messaggio ma non esprimono alcuna lingua – in ogni caso hanno affascinato gli storici sin da quando sono stati scoperti da un archeologo in Ungheria nel 1875. Probabilmente sono stati creati intorno al 4500 e il 4000 a.C., e molti studiosi credono che fossero utilizzati per scopi religiosi.
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Scrittura Indu/Happaran

Ad oggi sono stati scoperti più di 4000 oggetti che riportano la misteriosa scrittura dell’Indo, ma nessuno sa bene cosa dicano; la lingua codificata in essi non è mai stata decifrata. Molti si sono cimentati ma nessuno ha avuto successo, principalmente perché la lunghezza media delle iscrizioni è particolarmente breve, in media di cinque caratteri ognuna. Alcuni studiosi ritengono che essa rappresenti una lingua proto-dravidica, e che quindi sia l’antenata delle lingue parlate oggi in luoghi come l’India, lo Sri Lanka, il Pakistan, il Bangladesh e la Malesia.
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Scrittura Protoelamita

Come mai la scrittura proto-elamita è stata usata per un così breve periodo di tempo e poi abbandonata? Questo sistema di scrittura dell’inizo dell’età del bronzo fu usato dalle più antiche civiltà dell’Iran in un’ampia area geografica, ma solo per duecento anni. Per gli esperti è difficile anche solo indovinare che simboli possano rappresentare dal momento che sono per lo più di tipo astratto.
Rev. P. Notizia

Molto interessante!
(Lo so, è un commento, fragile, appena ricevibile, scritto di corsa… forse indecifrabile;-)
mi piacerebbe sapere più che pensare che mistero meraviglioso la vita
Dato che molte lettere dell’alfabeto sono tracce dell’animale, e cioè dell’animale stilizzato (anche una “cosa”, come una caverna o una radura o un albero) mi domando a volte cosa sia rimasto di quello strascico nelle nostre lingue, se non altro a livello protocerebrale-mentale. La ridondanza cioè che dovevano ancora possedere le parole che da animali, alberi ed altre cose andavano a comporre le lettere che da una pagina di segni divenne alfabeto.
Ho un’esperienza personale a riguardo (e quindi di nessun valore scientifico ma cionondimeno curiosa) : dei vaghi ricordi da bambina di quando le parole erano cose e parlare di una ciliegia significava averla sulla lingua, la lingua parlata con le sue parole si masticavano come cibo, ed ogni parola aveva un odore, una consistenza e un colore…. o forse questo è un fatto puramente individuale. Mi piace pensare che non lo sia. Che deboli tracce vestigiali siano ancora impresse in un cervello giovane e che poi si dimentichi quest’ombra confortante dinnanzi al precipizio del mondo concreto, letteralizzato. La parola non getta più dietro una sua ombra, non ha vestigia nè un significato-ombra che lo colora e che lo plasma a seconda del significato. La parola è stata rasa al suo, razionalizzata, in un certo senso “perduta”.
Tuttavia siamo ancora legati alle funzioni inferiori del cervello, quelle che vennero ben prima di qualsiasi alfabeto. Un commento od un osservazione possono farci arrossire, aumentare il battito cardiaco, provocando così una risposta limbica (regione mammifera del cervello). La rabbia e la furia sono ancora vive in noi alla base del cranio (cervello protorettile) o nell’amigdala. Le parole hanno ancora potere, in un intreccio di fili elettrici che dal cervello “evoluto”, la corteccia superiore, attraversano vene, arterie e nervi per esplodere nella bocca e nelle orecchie dell’udente, rinsaldandosi ogni giorno di più verso il concreto ed il simbolico, l’astrazione.
Potrebbe anche essere che le parole abbbiano perso le capacità vestigiali, sacre, a cui dava forse importanza il sacerdote ( da qui le leggende e le credenze sulle formule magiche).
E’ il logos spermatikos di Aristotele (poi ripreso da Hillman in senso psicologico) il liquido caldo di spume che unisce il fisico con lo spirito.
Il logos, la parola, è in grado di generare, formare, materializzare: possiede dunque una potenza enorme, pari a quella di un dio. Un dio di carne dalla cui simbiosi ci si separa una volta che coscienza e linguaggio trasformano il dio da carne in pietra.
Io credo che prima l’alfabeto possedesse una forte valenza animale e che il confronto continuo coll’animale abbia giocato un ruolo nel cammino che ha impiegato la lingua da simbolo a linguaggio a tutti gli effetti.
L’animale non era solamente carne e basta come per noi, ma è stato un compagno sacro, anche un dio, fondamentale per la nostra evoluzione. Al cacciarlo nelle umide, calde radure post-glaciali, gli si chiedeva perdono. Una prima rozza forma di empatia o piuttosto una paranoia primitiva che chi da’ morte dovrà riceverne? I due concetti non sono affatto antiteci: dal negativo della paura è scaturita l’empatia, sempre sacra, cerimoniosa, nei confronti dell’animale. Nel mondo contadino recente, in Sardegna solo fino a qualche decade fa, alle pecore si sussuravano parole che sono poi risultate, dopo serie ricerche antropologiche, antico assiro. Esisteva quindi un dialogo, una continuità che ci ha nutriti fino al sorgere dell’alfabeto. Il momento in cui il segno divenne Lingua è qualcosa che mi ha sempre affascinato e quasi sicuramente riflette il salto mentale che ha permesso di oltrepassare la stilizzazione, ancora primitiva e di organizzare la mente in maniera del tutto simile alla nostra, abbandonando i vecchi dei in collera, pietrificati, in mezzo al folto della boscaglia e rifondando un mondo di parole, di frasi compiute e non di semplici cenni.
Molta strada si è fatta dall’animale sacralizzato per la sopravvivenza o per riti d’iniziazione necessari particolarmente cruenti: si pensi all’orso che nel Magdaleniano (70.000 - 80.000 anni fa) veniva bersagliato da sassolini fino a che non si svegliava inferocito dal suo letargo: l’orso (molto più grande del nostro e anche del Grizzly) si ergeva in tutta la sua spaventosa altezza (3,50 m.) e barriva spalancando l’enorme bocca colante bave di letargo. Il corpo a corpo con l’orso cavernario, che doveva concludersi con lunghe frecce o bastoni, era il rito di passaggio per diventare uomini, una prova di paura mica da niente.
Poi comparve il dio-umanizzato, pre-romano, poi buttato nel ripostiglio dei vecchi dei. Nella penisola Italica compare ogni tanto questo dio, o uomo dalle corna di cervo inanellate, Cernunnos: anch’egli vestigia della differenziazione, del salto quantico che l’uomo, fece sull’uomo, superando sè stesso? L’animale stilizzato diventò parola e la parola alla fine schiacciò anche gli dei, riducendoli a statue, idoli, cose. (A meno che non spunti un’altra stele di Rosetta a sciogliere il mistero della lineare A.) Secondo una teoria ben accreditata, i primi Celti e Indoeuropei che si distanziarono nelle loro peregrinazioni di pochi secoli, lasciarono lungo la loro strada attraverso l’Europa dei toponomi di radice simile segnalandole la presenza ed il tragitto, fino a stabilirsi udite udite, nei Balcani. Poi da lì si sarebbero lanciati su imbarcazioni ed approdati in Italia. Questa nuova teoria deriva dallo studio già accennato dei toponomi; indirettamente, attribuendo nomi alle città in cui vissero, gli indoeuropei nel loro viaggio alla ricerca di una terra, formarono una mappa che forniva dati sui loro spostamenti ed insediamenti. La lingua era comune nella radice. Invariabilmente compariva la figura del toro e poi di altri animali, divenuto importante per chi si volle fermare, rinunciando al nomadismo. Siamo già al 10.000, ai bordi dell’iliade, gli dei sono diventati fumo, apparizioni intangibili, nebbie azzurrognole: gli antichi dei nella boscaglia si frantumano, un blocco dopo l’altro e si ricoprono d’edere e fogliame. Forse sono sopravvissuti anche loro, per via della loro stessa leggendaria rabbia: il lago di Nimeo, con le sue terribili leggende, testimoniano di periodi ben più feroci e primitivi e forse il dio da custodire fu quello abbandonato nella boscaglia che nelle teste ancora pie dei primi romani (ed etruschi) risuonava il grido, la sete di sangue, di vendetta, implose dentro cinquemila anni o più di rifiuto ed abbandono. Siamo al 10.000 circa forse 9.000 anni prima di Cristo, siamo alla leggenda di Pasifae che si accoppia con un toro. E’ qui che improvvisamente o quasi, sembra cambiare tutto. Che cosa è avvenuto ndurante gli ultimi dieci secoli prima di Cristo? Grosso modo dalla fine della glaciazione di Wurms fino ad Hammurabi e agli eroi dell’Iliade? Ed i tori cavalcati dai Micenei? Questo fu molto più tardi, settemila anni dopo.
Comunque non si sa nulla o quasi, io non sono nulla: mi sono solo divertita ad andare a briglia sciolta.
Mi piace immaginare la fine dell’era glaciale: il cambiamento fu certamente brusco per via dell’innalzamento delle acque (Il diluvio?) e la terra, calda e ospitante ogni genere di alberi e fiori, dovette apparire un giardino incantato, un eden, forse. Con foglie di fico che pendevano apposta per chi prendesse improvvisa coscienza di sè stesso, (I fichi sono fra gli alberi più antichi, esistevano fino a 3,5 milioni di anni fa). Insomma c’era anche di che mangiare. Anche se i fichi sono piuttosto indigesti. Non so se fu l’indigestione o l’allucinosi da essa provocata, (secondo alcuni studi mai comprovati l’allucinosi era scatenata dallo stress e dalla certezza che la divinità sarebbe di lì a poco apparsa) ma si udì uno smottamento di terra ed un urlo belluino: in un sol tuono, il cielo si fece di pece, e all’ombra della paura e della tragedia di menti incapaci ancora di guardare loro stesse, era nata la religione e la proprietà privata. E scusate se è poco. Due rogne che ci trasciniamo almeno dal 12.000 anni.
oggi scopro il sito e leggo il tuo post…geniale! però non fare la falsa modesta: tu scrivi “Comunque non si sa nulla o quasi, io non sono nulla: mi sono solo divertita ad andare a briglia sciolta”…non credo proprio…sempre che le tue parole siano “vere” e non “simboliche”!
e dov’è il problema della proprietà privata?
Scusate, rettifico: il lago non era di Nimea, ma di Nemi.
Ho scoperto solo oggi questo sito e ho letto con molto interesse delle dieci lingue morte ed indecifrabili. Spero si possano leggere presto degli approfondimenti. Complimenti!
bellissimo post, quasi tutte le immagini richiamano antiche memorie e questo è impagabile.
ah.. e mi sono permessa di ripostare il commento di Anna Laura a briglia sciolta, che io e il mio compagno abbiamo trovato geniale!
Vorrei presentaVi un mio libro “Quando Dio non era solo” con molta modestia di fronte a tanti esperti, ho un dialogo accessibile e libero.
Saluti E.R.