
[Tutte le immagini appaiono per gentile concessione della Associazione Archivio Storico Olivetti - Ivrea]
Un designer dovrebbe sapere che gli oggetti possono diventare lo strumento di un rito esistenziale.
Ettore Sottsass [Nel mondo degli oggetti, conversazione del 10 marzo 2004, "Domus", n.869, aprile 2004]
Usare una macchina da scrivere significa prima di tutto stabilire con lo strumento una relazione. Come girare la chiave in una serratura, come impugnare un paio di forbici e dosarne la pressione, la relazione che si instaura è di tipo fisico e meccanico, e in questo caso si traduce nell’impressione di un grado di tensione sul foglio bianco, ovvero nella possibilità di affidare alla scrittura la traccia anche materiale di un’enfasi.
Rumore di tasti, giochi di leve e tiranti, hanno dettato fino a pochi anni fa il ritmo delle narrazioni, hanno scandito i tempi e caratterizzato le modalità del giornalismo, e in Italia hanno segnato l’inizio della favola Olivetti.
Siamo negli anni ’50 quando entra in produzione il primo grande successo della ditta di Ivrea: Lettera 22 è il primo esempio di macchina portatile, pratica, leggera e maneggevole, che diviene col tempo l’insostituibile compagna d’avventura di personaggi come Enzo Biagi e Indro Montanelli. Lettera 22 contribuisce all’espressione di un nuovo giornalismo, praticato per la strada e vissuto con impegno e passione.
Manifesto pubblicitario disegnato nel 1955 da Giovanni Pintori per la macchina per scrivere Lexikon 80, uscita nel 1948 su progetto di Giuseppe Beccio e design di Marcello Nizzoli.
Il merito e l’intuizione della Olivetti stanno proprio nell’aver concesso sia agli oggetti, che ai loro ideatori e fruitori lo spazio dell’eccitazione e dell’entusiasmo, investendo su un’idea audace di disegno industriale e allo stesso tempo su un’etica del lavoro fortissima, basata sulla concezione di fabbrica come bene comune e non interesse privato. Questa idea si manifesta innanzitutto nel ripensamento della struttura fisica della fabbrica. Un esempio su tutti l’architettura dello stabilimento di Pozzuoli, che fu realizzato negli anni ’50 su un progetto di Luigi Cosenza nel rispetto del paesaggio circostante.
Immerso in una zona verde, prevedeva al suo interno una mensa, spazi per il riposo, una biblioteca, un laghetto, vialetti, sdraio per le ore di intervallo. Queste le parole di Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, all’inaugurazione, nel 1955: «Di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza».
Il secondo atto di questa rivoluzione di idee coincide con la messa in commercio di Valentine. La forma delle cose, fino alla fine degli anni ’60, era rimasta fedele a certi dettami, arrivando a quei tempi senza grandi scossoni. Ed è proprio in questo mondo di colori noiosi e oggetti amorfi che irrompe Ettore Sottsass, con le sue plastiche laminate, forme sensuali e brillanti, e con in tasca l’idea che la seriosità di uno strumento di lavoro e l’ironia di un giocattolo potessero convivere nello stesso oggetto.
La presentazione di Valentine avviene nel 1969, dalle pagine di “Notizie Olivetti”, all’indomani delle rivolte studentesche, mentre per le strade si invoca l’immaginazione al potere. Ecco le parole dello stesso Sottsass: «La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello, voglio dire queste cose alle quali si bada e non si bada, […]. La Valentine l’abbiamo disegnata pensando un po’ a queste cose e pensando che una biro, un cappello, una giacca, una portatile, possano anche far parte, a un certo punto, di un tipo di ritmo, un catalogo di valori, di una misura di spazi che non siano inevitabilmente quelli della proprietà, del sussiego, della continuità, della definizione e tutte queste cose, ma possono anche essere gli ambienti, gli spazi, i ritmi, le dimensioni e i valori di una continua creatività, della permanente sconfessione e ricreazione dei linguaggi, di un permanente spostamento degli equilibri e alla fine di una specie di gioco di strizzatine d’occhio, di strette di mano, di passaggi di idee, di proposte».
Anche la promozione pubblicitaria della Valentine è un’esperienza unica nel suo genere. L’immagine della macchina da scrivere viene definita e connotata in un modo che ancora oggi è riconoscibile in tutto il mondo. Dal catalogo della mostra dell’Archivio storico, ancora le parole di Sottsass: «La Valentine è nata come il prodotto popolare della Olivetti in contrapposizione al carattere chic della Lettera 22. Questo traspariva in tutto: dal design alla comunicazione».
Inserzione pubblicitaria realizzata da Ettore Sottsass e Roberto Pieraccini, pubblicata sulla rivista "L'Architettura" nel 1970 per la macchina per scrivere Valentine
Poster pubblicitario del 1969 di Roberto Pieraccini e Maurizio Turchet per la macchina per scrivere portatile Valentine
La grafica è dal principio una componente fondamentale dell’intera epopea Olivetti. L’assenza totale di personalismi dei progettisti grafici permette di individuare uno “stile Olivetti”, ben presente a chiunque negli anni si accosta alle vicende culturali della fabbrica, eppure non inquadrabile in un modello unico. Lo “stile Olivetti” è continua sperimentazione di generi, attraversa fotografia, illustrazione e tipografia.
Nomi storici della grafica Olivetti sono Egidio Bonfante prima, autore anche delle copertine della rivista “Notizie Olivetti”:
E successivamente Giovanni Pintori. Ma le più varie personalità si alternano per disegnare idee e promuovere le macchine.
Locandina pubblicitaria disegnata nel 1938 da Giovanni Pintori per la macchina per scrivere portatile Studio 42, progettata da Ottavio Luzzati e presentata nel 1935.
Manifesto pubblicitario disegnato nel 1954 da Raymond Savignac per la macchina per scrivere portatile Lettera 22, qui riprodotto su una cartolina.
Locandina pubblicitaria di Giovanni Pintori, graphic designer, per la macchina per scrivere portatile Lettera 22, pubblicata su riviste e quotidiani nazionali nel 1958 e nel 1959.
Locandina pubblicitaria di Giovanni Pintori, graphic designer, per la macchina per scrivere portatile Lettera 22, pubblicata su riviste e quotidiani nazionali nel 1958 e nel 1959.
La favola delle macchine da scrivere Olivetti è finita da tempo. Intanto anche il rapporto con il testo ha subìto una mutazione profonda: i programmi di videoscrittura hanno liberato il testo stesso da una certa autorità, lasciando che acquisisse i caratteri di un lavoro costantemente in progress. Di sicuro la relazione con la carta non è più così diretta, e le Valentine sono ormai pezzi di modernariato esposti nei più celebri musei di design.
Sono nati e nasceranno nuovi riti, il linguaggio verrà ancora sconfessato e ricreato, e gemmeranno nuove manie legate agli strumenti, ma di certo l’Olivetti rimane ad oggi un’esperienza mai eguagliata nella storia della politica industriale e della cultura italiana. La domanda è se è ancora possibile nella cultura digitale e nei linguaggi attuali, in particolare in quelli legati al commercio degli oggetti, mantenere questa eredità, preoccuparsi della misura delle persone e non di quella del profitto, a partire dalla produzione fino alla promozione.
Per approfondire
Olivetti, storia di un’impresa
Museo dell’architettura moderna di Ivrea
La storia siamo noi – Adriano Olivetti 1/4 – 2/4 – 3/4 – 4/4












Giu’ il cappello.
quale onore, Mr Scalich!
che bello, il tuo commento ha la fascetta di qualità!
la volevo levare col ditino, ma non si stacca…
grazie!
quando leggo certe memorie dell’italia migliore mi si riempie il cuore di nostalgia
e bisogna parlarne il più possibile, di certe esperienze, perchè sono il modo concreto per di-mostrare come potrebbe e dovrebbe essere il mondo del lavoro (…e quello del design, aggiungerei)
intelligenza, cultura e soprattutto civiltà – gli ingredienti per rifondare l’imprenditoria italiana!
ps / su radio3 stato trasmesso nel febbraio 2010 un interessante ciclo di puntate su adriano olivetti
si possono riascoltare qui:
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/archivio/ContentSet-27fd8dd7-d516-481e-801a-d0cb7bc5a24a.html
Hai ragione. Non dobbiamo dimenticare che non c’è stata solo la Fiat (per dirne una che perdura e che continua a intasarci di automobili).
Olivetti ha costruito, tra le altre cose, anche il primo personal computer da tavolo.
http://www.101project.eu/it
a proposito di Olivetti lettera 32, ereditata dal papà http://thunalab.blogspot.com/2011/05/la-lista-resistente.html
come dice R. Saviano… Adriano Olivetti è uno dei miei “antidepressivi cognitivi” io degli italiani che amo profondamente e mi fa sentire orgogliosa di essere italiana. Ha dimostrato concretamente perchè lo ha creato, un mondo diverso è possibile
Bell’articolo.
Sullo stesso argomento vi segnalo il documentario “In me non c’è che futuro” – Ritratto di Adriano Olivetti (2011)
di Michele Fasano
http://www.fctp.it/movie_item.php?id=760
http://www.fondazioneadrianolivetti.it/attivita.php?aggiornamenti&singolo&id_attivita=139