
Esiste un posto al mondo in cui anche una meridionalista pasionaria come me si trova smarrita. Gela. La patria della rinuncia gastronomica, l’avamposto del disastro architettonico, un monumento ai fallimenti della politica italiana e di un uomo in particolare. Enrico Mattei. Un posto così di merda che penso che la gente continui a viverci per due sole ragioni: povertà o ricchezza. Altri motivi non ce ne sono. Il sentimento, l’attaccamento alle radici, alla famiglia, sono tutte cazzate. In un posto del genere non si può vivere.
La pagina di wikipedia ci dice che Gela ha quasi ottantamila abitanti, che è un insediamento antichissimo, che da tempo aspira a diventare capoluogo di provincia (come se nove non fossero già troppi). Ci dice anche che fino alla metà del secolo scorso Gela aveva un artigianato se non fiorente quanto meno attivo, e ci dice anche che era un importante centro balneare, basato sulla pesca e sull’agricoltura. Poi è arrivato il petrolchimico. La storia, brevemente, la trovate qui.
In questi ultimi mesi sono andata spesso a Gela. Per arrivare a Gela da Catania si percorre la statale 417, la Catania-Gela, appunto. Una strada a doppio senso di marcia, una corsia per parte, trafficatissima, con curve tagliate senza goniometro e rotonde disegnate senza compasso. Per me è la strada dell’infanzia, e anche una buona sintesi di quello che è la Sicilia oggi.
Attraversati gli ultimi quartieri di Catania, composti da edifici a un solo piano, quasi esclusivamente officine, sfasciacarrozze e tabaccherie, e una desolata caserma dei Carabinieri, si abbandona la città e ci si tuffa nella Piana, la valle fluviale alimentata dal Simeto, in cui crescono agrumi, grano, carciofi, fave, girasoli, cocomeri, cemento armato e prostitute africane che se ne stanno al cellulare sotto un ombrellone nelle piazzole di sosta o a ridosso di fabbricati rurali pericolanti.
Dopo qualche chilometro si arriva a Sigonella. A servire la base NATO c’è un primo villaggio american style, con le villette a schiera, i barbecues, i campi di baseball.
Prima del bivio per Mineo si incrocia Palagonia, città dei mattoni forati. Se venisse bombardata, nessuno noterebbe la differenza. Il bivio per Mineo conduce da un lato, giustappunto, a Mineo, da cui discendo per parte materna, condividendo questa disgrazia con noti esponenti della cultura siciliana quali Paolo Maura, Luigi Capuana e Giuseppe Bonaviri. È su un altopiano di Mineo che crescono i miei alberi.
Dalla parte opposta, il bivio mena fino a Borgo Pietro Lupo, villaggio fondato nel 1940 dall’Ente Siciliano Colonizzazione del Latifondo.
Oggi conta 15 abitanti, dediti all’allevamento dei maiali e allo smistamento di partite di droga (non ne ho la certezza, ma molti dettagli portano in quella direzione).
Procedendo verso Gela si sfiora Caltagirone, bellissima cittadina barocca, patria di don Sturzo e della ceramica. Superatala, si corre senza altri notevoli incontri verso Gela, anticipata dalla variazione del colore del cielo e della sostanza delle cose. I campi si imbrulliscono, gli alberi si diradano, la polvere si addensa. Lontano, nel tremolare dell’asfalto, si comincia a intravedere la città, disordinata e bassa. Case su case risalenti agli anni ’60, costruite le une addosso alle altre senza alcun criterio con facciate incompiute, balconi senza ringhiere, tutto a perdita d’occhio, una crescita abnorme che ha soffocato e sommerso quello che sembrerebbe essere stato un centro storico graziosamente barocco. A sinistra, il petrolchimico. Il più grande petrolchimico d’Europa per estensione, ma non per produzione. Come dire: il massimo del danno col minimo del guadagno. È la Sicilia, certo, ma è anche l’Italia. In un articolo si legge: “Su 13.060 nati vivi, 520 bambini ovvero il 4% rivelano malformazioni tra cui l’ipospadia, l’insufficiente sviluppo dell’uretra, ha una incidenza particolarmente alta. Nascono poi bambini con sei dita ai piedi o alle mani, bimbi con un orecchio solo o senza palato, idrocefali con teche craniche abnormi. E dato che non è stato possibile verificare le malformazioni di bambini nati morti o abortiti per gravi malformazioni riscontrate, si suppone che la percentuale di malattie genetiche dovute all’inquinamento sia parecchio superiore.”
A Gela c’è un sacco di gente per strada. Nei paraggi della Chiesa Madre, del Palazzo di Città e del Palazzo di Giustizia, una folla, per la maggior parte uomini dai quarant’anni in su, occupa i marciapiedi e le piazze senza alcuna ragione. Alcune persone parlano, altre stanno perfettamente in silenzio e si guardano intorno. Così è, a qualunque ora del giorno. Nei bar è impossibile trovare della rosticceria tipica siciliana. Servono solo dolci, quando va bene. La granita bisogna andarsela a cercare. I gelesi parlano un dialetto per me incomprensibile. Le ragazze di Gela, forse a causa della vicinanza del petrolchimico, sono molto belle. Gli uomini no. La Chiesa Madre, in stile neoclassico, è brutta di fuori e insignificante dentro, ma custodisce una notevole statua della Madonna Addolorata (che altro non è che la rappresentazione classica della vedova siciliana alla quale hanno ammazzato pure i tre figli maschi, mentre le femmine non le vuole nessuno).
In questo periodo in città c’è campagna elettorale per il sindaco, c’è il ballottaggio tra il candidato della sinistra e quello del centro. Il sindaco uscente, che ha coperto due mandati, è Rosario Crocetta, che il 13 maggio 2007 fu eletto al primo turno col 55%. Crocetta: di sinistra, omosessuale e devoto alla Madonna (un po’ come Nichi Vendola, se è pure lui poeta siamo a cavallo).
Questo, in breve, quello che avevo da dire e da mostrare su Gela. Dopo aver fatto quello che avevo da fare colà, sono rientrata a Catania ascoltando Brazilian Guitar, Fuzz Banana. Se venite in Sicilia e insistete un poco, vi ci porto, ma non dite che non vi avevo avvisati.







Già.
complimenti
Gela. Estate 2008, in viaggio verso Agrigento.
Ad Agrigento c’ero stato già un paio di volte, a Gela invece mai. La vedevo in lontananza, a nord ovest, le torri sull’acqua, le torri nella foschia dell’orizzonte. Di Gela ricordo ancora l’impatto visivo, prima ancora di tutte le altre sensazioni. Ci arrivai dalla statale 115, impietosa lama di coltello che trapassa per il lungo la città. Si vedono le torri, ma non si tratta di un castello. Avvicinandosi diventano sempre più alte, poi iniziano le cisterne, tante, come i secchielli di sabbia dei bambini, ma molto più grandi.
Quello che mi ha sorpreso è la vicinanza, la convivenza, la commistione, l’interpenetrazione di produzione industriale e cicli vitali. Il viaggiatore profano rimane basito e sconcertato man mano che s’addentra. Torri e ciminiere a sinistra, che nascondono il mare, e vita urbana e campi bruciati a destra. Dopo aver attraversato un piccolo ponte inizia la città vera e propria.
La statale, arteriosclerotica, in città è un sovrapporsi di flussi sporchi, il traffico non si riesce a interpretare secondo il consueto codice del “qui si può andare, là no” e del “la precedenza a destra, prima tu poi io”. Vige una strana norma di sopravvivenza per prevaricazione sistematica, impersonale. Non si tratta di uno stato di natura in cui il successo del singolo è garantito da astuzia e forza. Si tratta di uno stato innaturale e disumano in cui non c’è successo, ma degenerazione progressiva, impersonale dovuta al mero sovrapporsi delle unità nel flusso. Ciò che prevarica è un ritmo, quello del ciclo continuo. Ritmo accelerato che trasforma il rapporto degli umani con le cose. A Gela non si respira ossigeno, ma idrocarburi. A Gela non si guida dal punto A al punto B, ma si fa circolare la benzina. Il benzinaio allora non è un’oasi di rifornimento per il viaggiatore ma l’equivalente dello spacciatore sempre pronto a rinforzare la dipendenza del tossico.
Da Gela il viaggiatore profano vuole uscirne illeso il più presto possibile, come se la permanenza potesse gravare sullo stato psichico oltre che sul fisico. Da Gela se ne esce attraverso la stessa arteria statale e una volta alle spalle ci si rende conto della portata esistenziale di un tale attraversamento. Solo allora iniziano a tempestarsi nella mente le domande su come sia possibile… vivere, sopravvivere a Gela. O più distaccatamente, come Gela sia possibile.
Così si contestualizza e ci si sposta sempre più a nord, magari fino a Porto Marghera. Ma si comprende davvero qualcosa di Gela contestualizzandola? O forse ha assunto una forma e metabolismo inediti? Le normali aspettative della malattia italiana qui sembrano in gran parte saltate, il flusso è in aumento nonostante l’elevato rischio vitale e la carente produttività. Potrebbe apparire come un tentativo disperato di ri-generazione socio-economica alle spese della salute. No, la produzione industriale assieme all’abusivismo esistenziale hanno riscritto il DNA urbano e umano della città. Qui più che altrove la contro-natura ha preso il sopravvento sull’uomo, declassato a “carburante”, come nelle più classiche distopie tecnofobiche.
R.
Caro R. mi spiega dove ha visto questo traffico disordinato? E mi direbbe, di grazia, in che città vive lei e dove è abituato a guidare? Perché giuro che se è un altro catanese è veramente il classico bue che dice cornuto all’asino!
natura stuprata, abbandono…mestizia che traspare dalle tue parole e si riflette nel mio ascoltarle.
sono stata in sicilia. l’anno scorso, a Catania, ne rimasi affascinata nonstante la poca pulizia[ma anche a Cagliari ci son quartieri che non scherzano al riguardo] e la completa anarchia degli automobilisti.
Secondo me lei non ha affatto visitato Gela con gli occhi di una persona curiosa ma con quelli di qualcuno che guarda con disprezzo ciò che non rientra nelle sue abitudini. Sacrosanto è l’attacco all’abusivismo e all’inquinamento, da sempre grossi problemi della città ma sparare a zero sulla Chiesa Madre, sulla statua della Madonna, meno che mai sulla Gastronomia (mi permetto di usare il maiuscolo) è da idioti, da persone che non sanno ciò che dicono. Perché in tutto questo non leggo dei resti delle mura greche? Della necropoli? Del museo? Della colonna dorica? Chi scrive articoli dovrebbe essere imparziale e non giudice di qualcosa che non conosce, se lo ricordi.
Caro Antonio, mi costringi ad un lungo intervento.
Io credo che sia possibile scrivere di una città, come di qualsiasi cosa, seguendo la propria pancia, le proprie idiosincrasie e i propri disturbi e le proprie fascinazioni. L’imparzialità implica una responsabilità nei confronti di chi legge, che viene considerato ignorante e/o irresponsabile.
Così ci si aspetta che l’informazione e l’istruzione sia imparziale quando deve raggiungere le masse ignoranti.
Sorge quindi la questione dell’emancipazione: il lettore quando sarà in grado di affrontare e consumare contenuti “di parte”? O detto altrimenti, quando sarà in grado di conoscere attraverso se stesso, attraverso i propri strumenti critici?
Detto questo, cosa c’è che non va col disprezzo che può trasparire in questo articolo? Rispondi dicendo che questo disprezzo cancella/ignora tutta un’altra metà dell’universo. Quale? Ma ovviamente quella dei morti! Quella “delle mura greche, della necropoli, del museo, della colonna dorica”.
Ma in realtà anche in questo articolo si parla molto di morte: la morte edilizia, la morte chimica, la morte religiosa. E mi dirai: c’è morte e morte! Oppure: il catalogo della morte doveva essere esaustivo!
Suppongo che i riferimenti erano più ai residui di cultura classica piuttosto che alla loro morte in quanto tale. Ma sebbene i contenuti di un sistema culturale, una volta posti in essere, se non vengono disintegrati sono eterni, non è lo stesso per il consumo di tali contenuti da parte di un sistema sociale. Anzi spesso nel corso della storia un sistema sociale ha usato elementi di un sistema culturale come materiali edilizi e le statue in bronzo per costruire cannoni! - esiste declassamento maggiore?
A quel punto che ne è del sistema culturale? Esso si disgrega e si deteriora in quanto “rovina”, sopravvive, ma per la società è insignificante.
Il culto turistico-economico delle rovine non è altro che segno della morte del sistema culturale stesso, così come la celebrazione funeraria lo è della morte fisica dell’individuo.
E la Sicilia, come forse tutti i luoghi caldi del mondo, è una terra di morte.
Tornando all’articolo, attenzione! questo non è una voce di una guida turistica, cioè non è un necrologio visuale. Non traspare nessuna finalità educativa o turistica, il tono è più intimo, da diario di viaggio o da resoconto pubblico. Ma anche se si volesse scrivere una guida turistica su queste basi emozionali, il problema non sussiste in chi scrive, ma sempre in chi legge, nelle sue aspettative e nei suoi bisogni.
Evidentemente avevi bisogno di una rassicurazione, che oltre al peggio c’è anche il meglio. Questa volta il meglio non c’è. Ci sarà la prossima volta, o forse non ci sarà. Ma intanto si avranno approfondito le proprie idiosincrasie. E di questi tempi non può che essere di giovamento, contro lo stupidismo imperante…
R.
ps. vivo a Verona, ma sono stato più volte in Sicilia avendo parenti nella provincia di Ragusa, e il traffico di Gela non è definibile semplicisticamente con “disordinato”, possiede un ordine che sarà sicuramente comune ad altre città d’Italia e del mondo, ma si tratta di un ordine non fisiologico, ma patologico. Preciso: patologico per l’uomo, non per il sistema urbano che prevarica sull’esistenza umana ed è divenuto autoreferenziale.
Non sono riuscito a finire di leggere il tuo primo intervento tanta era la mia commozione nel vedere realizzare uno dei miei sogni catartici. Hai espresso nel modo più soddisfacente agli occhi e al cuore quello che la frustrazione, lo sconforto e lo sgomento provato nell’ultimo mese, mi impedivano di fare con la tua stessa lucidità. Ho prestato servizio in una scuola di Gela, dove sono stato accolto da colleghi assenteisti, disinteressati alla mia accoglienza nonostante avessi percorso circa 200 km, sveglio dalle 4 del mattino, per firmare un contratto ad un orario che non teneva conto della mia condizione di pendolare. Colleghi che al secondo giorno di lavoro mi proponevano imbrogli per cui si può perdere il lavoro anche per sempre, tipo timbrare cartellini non miei o affidare loro il mio o lasciare minori incustoditi o ancora in presenza di ore buca, abbandonare il posto di lavoro per fare una “passeggiata”. La presunzione che ricoprire il mio stesso incarico solo da più tempo li privilegiasse nella scelta delle strategie lavorative, considerando le precedenti “proposte” come tali. Notare l’assoluta indifferenza dei superiori sia al loro atteggiamento che al mio tentativo di distinguermi come un membro efficiente e propositivo. L’inesistente considerazione della mia condizione di pendolare, nel comunicare senza preavviso turni di lavoro straordinario o in giorni non di mia competenza, appellandosi alla presenza di un albo ufficiale e insindacabile dove comunque tali avvisi non venivano mai messi per tempo o in generale mai messi. Organi di segreteria che definire mafiosi è riduttivo. Uno di questi, dopo avermi chiuso il telefono in faccia in seguito ad un suo intervento poco rispettoso dei ruoli, lo avevo definito un “vastaso”, cioè maleducato in siciliano. Lui capendo “bastardo” si permise di mettermi le mani addosso una volta giunto in segreteria con tutt’altre intenzioni prendendomi a parolacce ben più gravi di quella che lui presumeva erroneamente, e minacce. Insomma. Tralasciando i commenti sulla Madonna o sulla Gastronomia (con la G maiuscola) io penso che Gela non abbia speranze. Grazie dello sfogo, lo tenevo dentro da più di un mese.