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26 lug 2012

Autore

Giusiana

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Interno b4 | Un reportage multimediale e multisensoriale
Giusiana 1 commento Psicogeografie Condividi

Come si potrebbe definire un “Interno”, se ce ne fosse bisogno?

Forse è un progetto psicogeografico che prova a re-immaginare uno spazio in un qui e ora denso di istanze, senza per questo disperdere la storia che contiene.

Forse è anche un tentativo di decostruire il concetto di proprietà privata, concedendosi il lusso di una intimità domestica allargata, scelta e condivisa.

Forse è anche strappare l’espressione creativa alle grinfie dei piccoli e grandi sistemi di potere, delle logiche commerciali, smettendo di credere che sia impossibile.

Il principio è semplice: occupare temporaneamente case. Case da riabitare, case in via di ristrutturazione, case rimaste vuote, ma in fondo piene, eccetera.

E portarvi dentro – in tempi e modi non determinati – fotografie, installazioni, musiche, scritture, disegni, cibo, vino, pensieri, desideri e tutto ciò che viene in mente a chiunque abbia voglia di interpretare lo spazio. Si tratta anche di riportare alla luce ciò che si nasconde all’interno, rovistare nelle soffitte, riscoprire oggetti, utensili, scorci, testimonianze della vita passata del luogo.

Dal momento in cui inizia c’è chi semplicemente “entra” e si abbandona al flusso. (Le possibilità sono infinite.)

E ogni volta questo flusso si aggiunge o si sottrae a una definizione.

Abbiamo chiesto (prima) ad alcuni dei partecipanti dell’ultimo “Interno” di raccogliere (durante) una suggestione  per poterlo raccontare (dopo). E di usare qualsiasi media a disposizione per farlo.
Questa è la storia che ne è uscita fuori:

 

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Alessandro Ciccarelli | Sito

…questa cosa crea una sinergia forte, ce ne siamo accorti subito a conclusione della prima volta, ed eravamo solo io, francesco e giusi nella casa temporaneamente inabitata di francesca e dario. Dicembre 2011, era “due stanze”. Il meccanismo funziona, te ne accorgi quando parlare non serve, diventa superfluo, dunque ridotto al minimo. L’intesa poggia su altri presupposti.

 

Ovvio provare a rifarlo… Accade questa volta sotto la neve insolita e un interno 17, l’intesa si allarga, marco, daniele, andres. Consapevolezza, c’è e ce ne accorgiamo domenica sera, seduti per terra stanchi e omaggiati di gigli.

 

 

Con il caldo s’approda a casa di alessandra, interno 15 tra vicini sospettosi. È domenica e michele osserva le cose, parla di riduzionismo, non vede… Nuovi arrivi all’interno e nell’intesa c’è anche lili: chiusi gli occhi – miei – per incontrarci nel magma sonoro primordiale di chitarre, voci e tromba. Alla fine con ubriachezze di vino e poesia lasciamo la casa: pareti vuote e le parole di pavese sul muro.

 

 

Adesso è stato interno b4, molti incontri, insoliti e sorprendenti…

 

 

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Paolo Cardinali | Sito

Prima che arrivasse la gente, con il caldo, e quell’atmosfera rilassata, l’ingresso nella stanza di “Album di Famiglia” sembrava portarti dentro un hamman. Con le mattonelle verdi che esplodevano la luce dappertutto. O forse era un’allucinazione.

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Francesco Viscuso | Blog – Flickr

 

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Sara Martini | Blog

Interno b4, come gli altri interni che ho vissuto, ti rimangono dentro per un po’, anche dopo che ne sei “uscita”. Per certi versi è come se non ne uscissi mai davvero, credo dipenda dalla natura degli interni stessi, che si sostanzia di un dentro e un fuori: di chi ci entra e li fa suoi per un momento in cui lo spazio diventa liberato dalle costrizioni del suo uso comune e di chi ci transita, amando o meno quello che esiste in un tempo e uno spazio specifici.

Rotolo di frittata
::
Ingredienti per 8 persone
::
8 uova (free range if possible!)
Pomodori rossi (7 grandi da sugo)
Provola affumicata 70gr
Burro (una noce)
Sale q.b.
Latte a piacere
Origano
::
Scaldate il forno a 170 gradi e metteteci una teglia quadrata o rettangolare dai bordi alti 3,4 cm con dentro una noce di burro. (Fate attenzione che il burro si sciolga ma non si bruci, ci mette pochissimo a diventare marrone!)
Nel frattempo avrete già grattugiato la provola, provate il taglio julienne della grattugia, fate prima!
Sbattete le uova in una ciotola con il sale e un goccio di latte.
Versate le uova nella teglia e lasciate cuocere per 10-12 minuti, aprite ogni tanto il forno per capire come va la cottura.
Intanto tagliate i pomodori a pezzetti e conditeli con olio sale e origano.
Una volta cotta la frittata, tiratela fuori dalla teglia (usate un mestolo piatto di legno per staccare i bordi della frittata!) e appoggiatela su una superficie piana per poterla lavorare.
Metteteci sopra i pomodorini e le scaglie di provola e poi arrotolate il tutto comprimendo delicatamente il rotolo in modo che il composto al suo interno non fuoriesca dai bordi.
Mettete il rotolo in forno, io lo decorerei con ulteriori pomodorini a pezzi e scaglie di provola adagiati sul dorso del rotolo, e lasciate che si sciolga la provola.
Tirate fuori dal forno e una volta che si è freddato, tagliate e servite!

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Daniele Pinti | Sito

un posto strano e strana gente.
caldo.
notte.
stanze senza porte, senza muri.
voci amiche ma sconosciute, musiche strambe per la danza di uno sciamano sul tetto.
interno.
intenso.
interiore.

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Vanessa Cicchinelli | Blog – Flickr 

Ci sono Luoghi che non sai proprio dimenticare. Luoghi dove ci si affolla. Luoghi dove tutto quello che poteva accadere è accaduto e non restava altra cosa da fare che scriverne.

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Marco Soellner | Sito – Flickr

Voglio parlare del riverbero e concentrarmi sulla riflessione del suono.
Un accordo di chitarra ha bisogno d’aria per esistere ma necessita di spazi ampi, vuoti e chiusi per riflettersi, sovrapporsi, disintegrarsi. Le note rendono partecipi i volumi, le pareti. Costringono gli spazi ad esprimersi, a partecipare.
Risuonano i ricordi di una grande casa vuota, gli stessi che hanno lasciato sindoni sull’intonaco, tracce di una vita lunga e tortuosa fatta di momenti indimenticabili e segreti. Il riverbero ha obbligato casa Celesia a raccontarsi usando le parole di qualcun altro. Ci ha parlato malinconicamente, con i toni rarefatti degli addii. Ci ha spiegato che la vita continua, che le stanze dove una famiglia ha vissuto per tanti anni possono diventare un luogo sospeso e primordiale dove all’improvviso riecheggiano suoni diversi ed inconsueti.
Le case si abituano ai toni della voce di chi ci abita. Le stesse frequenze, le stesse canzoni suonate prima da un giradischi a manovella, poi da uno stereo, infine da un lettore mp3. Una gamma di vibrazioni che hanno modellato lo spazio psicoacustico graffiando i muri, levigandoli impercettibilmente.
A un tratto una chitarra attaccata a un amplificatore, una tromba, un flauto, il suono ripetitivo di tacchi di legno percossi sul pavimento. Rumori ed armonie diverse. Note che hanno destato casa Celesia, l’hanno sicuramente disturbata, forse costretta a svegliarsi da un torpore di congiunzioni sonore calibrate dai decenni.
Quando si è costretti a cambiare all’improvviso ci si rende conto di molte cose. Si acquisisce coscienza, padronanza delle proprie possibilità. Casa Celesia ha imparato qualcosa di nuovo sulla rifrazione, si è accorta che qualcosa era cambiato nel mentre. I mobili, le tracce oggettuali che ne avevano modulato il timbro erano scomparse. È rimasto un vuoto enorme, una grande quantità d’aria. Dentro l’ossigeno questi suoni nuovi. Le voci di un’incarnazione postuma o addirittura antecedente. È la celebrazione per qualcosa che finisce oppure lo schianto gioioso di qualcosa che comincia? È un po’ tutte e due le cose insieme. Sono i bordi consunti della rimembranza e al tempo stesso le impronte materiali e spirituali del futuro. È un mentre di racconti cantati, suonati, stonati, stirati, stipati, stocastici.
Una processione di rumori, una parata con tanto di orchestra per celebrare il cambiamento. Riverberi per addolcire il distacco. Far parlare le pareti, ascoltarle raccontare prima di  lasciarle abituare alla voce di un estraneo. Offrire loro da bere le melodie, ubriacarle, renderle ebbre, inebriare l’aria. Spingere le stanze a danzare a piedi nudi; forzarle a vibrare per l’estemporaneo senza indurle a dimenticare il trascorso, l’andato, “l’ito”. Essere, sopravvivere, sorridere, prendersi in giro, meravigliarsi di quanto tutto possa cambiare e tutto continui a favellare, come se nulla fosse mai cambiato. Come se adesso fossimo stati anche noi parte del passato. Il passato più recente, ma sempre passato. L’ultima fiammata, oppure la prima. Non importa. Siamo andati anche noi, come la banda che ha attraversato il paese e ora lo supera, lo lascia indietro. Il trombone immenso scompare lasciando un’impronta decisa ma smorzata.
Un riverbero che si attenua, si placa, fino a scomparire. Nel tempo.

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Francesca de Cesare | Blog

 

 

 

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[Info]

In principio fu DueStanze

Seguono a ruota Interno 17 | Interno 15 | Interno b4

Per segnalare case vuote (a Roma o?) e ospitare un “Interno” – a vostro rischio e pericolo – scrivete a info@archiviocaltari.it, rigireremo la proposta.

La serie degli Interni è, tra le altre cose, anche una gemmazione del Festival OcchiRossi

 

 

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Tags: Alessandro Ciccarelli, Daniele Pinti, Francesca De Cesare, francesco viscuso, Interno b4, Marco Soellner, Paolo Cardinali, Sara Martini, Vanessa Cicchinelli
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