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16 Mar 2011

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Ctonio

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[E-book] Massimo Birindelli - Roma italiana. Come fare una capitale e disfare una città
Ctonio Nessun commento E-Book Letture Psicogeografie Condividi

Che Roma forse non fosse la scelta ideale per impiantarvi la capitale di un Regno è bene ricordarlo. In questo acido e gustoso saggio di Massimo Birindelli, in regalo in versione .epub su DeaStore per qualche giorno, si ripercorrono i primi anni di Roma, che da giardinetto privato dei papi diventa nel 1870 capitale d’Italia.

Aldilà delle meraviglie e degli stupori, le testimonianze dei viaggiatori nella Roma preunitaria non riportano un’immagine della città molto positiva, anzi è «una piccola città addormentata, inutile, in via di smobilitazione».

Roma era una città parassitaria, gran parte della sua popolazione viveva alla giornata, più di elargizioni che di lavoro, di attività industriali quasi non c’era traccia, e il modo di amministrare del governo pontificio, l’aria che si respirava, erano tali da scoraggiare qualunque iniziativa, sia politica che imprenditoriale. Ancora in Stendhal ci sono notazioni molto intelligenti: «ad avere un minimo di civismo si muore avvelenati di malinconia».

Secondo l’autore, sono stati proprio i difetti di Roma a farla diventare capitale del Regno. Era isolata e quindi facilmente controllabile, aveva una borghesia politicamente e numericamente debole e una popolazione poco incline alle rivolte, che invece imperversavano nell’ex regno Borbonico. Inoltre era stata scelta per decentrare il potere dei Savoia da Torino ed evitare che l’Italia diventasse una copia dello Stato Sabaudo e per mettere all’angolo Pio IX e dichiarare in questo modo che il Regno d’Italia dovesse essere libero dall’influenza di altri stati europei e in particolare della Francia filopapale.

Pianta di Roma di P. Letarouilly, metà XIX secolo (ill. contenuta nel testo)

Lo spostamento amministrativo ha portato la città ad essere colonizzata da impiegati e commercianti torinesi e fiorentini e fatto alzare improvvisamente i prezzi di affitti e alimenti.

Dopo il 1870 si sono versati altri centomila abitanti dove a stento se ne contenevano duecentomila. […] La parte agiata della popolazione è andata ad abitare ove trovavasi la classe operaia, e la classe operaia è andata a cacciarsi là dove mai essere umano aveva abitato.

Oltre ad una sfrenatissima speculazione edilizia in atto:

I primi anni dopo il 1870 furono tutto un comprare e vendere terreni. A vendere erano il patriziato romano e gli ordini religiosi, a comprare (o a rivendere) i gruppi finanziari venuti da fuori. In breve si arrivò al monopolio. Il numero dei proprietari si fece ancora più esiguo di quanto non fosse stato nella Roma papale. Si arrivò al punto che già nel 1875 una sola società (la Compagnia fondiaria italiana) era proprietaria di u-na superficie pari a un terzo dell’intera area delimitata dalle mura. In queste condizioni è evidentemente inutile parlare di «legge della domanda e dell’offerta» nella determinazione dei prezzi dei suoli. Ed è anche inutile parlare di piani regolatori. I piani regolatori che vennero via via approntati non fecero che registrare quanto desideravano o imponevano le grandi compagnie immobiliari. Si può dire di più: larga parte dell’amministrazione comunale divenne subito uno strumento della speculazione.

A un certo punto si era palesata anche l’idea di una città nuova al di fuori delle mura, un nuovo centro amministrativo che non intaccasse la città vecchia. Idea che però è stata abbandonata in favore di una politica di manipolazione violenta del tessuto cittadino, che ha portato ad esempio alla costruzione di Corso Vittorio Emanuele, che congiunge piazza Venezia a Castel S. Angelo, radendo al suolo le case presenti nel suo percorso, nell’esempio della Parigi rimodernata da Haussman. La città si era quindi espansa lungo le antiche vie consolari, avendo di fatto l’effetto opposto rispetto a lasciare il centro intatto creando così «l’inconveniente di confermare sempre il nucleo originario come baricentro di tutti i pesi umani, di traffico e di scambi dell’intero aggregato».

Demolizioni per corso Vittorio all’altezza della Chiesa Nuova (ill. contenuta nel testo)

Far convergere tutte le strade su Piazza Venezia, suggerisce Birindelli, insieme alla costruzione di numerose caserme e ad una seconda stazione ferroviaria oltre a quella di Termini, rientrava in un progetto preventivo nel caso di sommosse popolari. Dato che i più facinorosi erano gli operai si è pensato bene di evitare l’industrializzazione della città, attraverso

la limitazione artificiosa delle aree utilizzabili per le attività industriali; conseguente loro altissimo prezzo; difficoltà nelle forniture di forza motrice; lungaggini esasperanti nel rilascio delle licenze; accorgimenti fiscali.

E gli operai erano appositamente sistemati in quartieri operai come San Lorenzo e Testaccio che

nelle intenzioni dei pianificatori della nuova capitale, doveva essere una specie di ghetto, molto distante dal resto dell’abitato e in particolare dai luoghi prescelti per i grandi uffici pubblici e per le residenze borghesi. Dall’alto del bastione di Paolo III sarebbe stato facilissimo tenere sotto il tiro dell’artiglieria tutto il quartiere. In attesa che fossero fabbricate le case, torno torno si cominciarono a costruire il mattatoio, l’ampliamento del cimitero, il porto fluviale, i grandi serbatoi dell’officina del gas, i mercati generali. Per i nomi delle strade si scelsero quelli di meccanici laboriosi, di ingegnosi autori di invenzioni utilitarie, di artisti noti per le loro attitudini artigiane: G.B. Bodoni (il tipografo), Beniamino Franklin (parafulmine), Aldo Manuzio (lo stampatore), Nicola Zabaglia («celebre meccanico pratico romano /1674-1750/, quasi analfabeta».

Insomma, secondo l’autore Roma poteva essere la capitale perfetta: i Savoia lontani e il papa sotto controllo, niente operai riottosi, grandi masse di poveracci inermi ed enormi guadagni derivanti dalla speculazione edilizia.

Carta topografica di Roma, 1949 (ill. contenuta nel testo)

Per scaricare il libro cliccare sulla copertina.

Massimo Birindelli

Roma italiana. Come fare una capitale e disfare una città

107 pagine

Dea Editrice

9788886188241

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