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21 Dic 2012

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Atlantis, storia di un mondo perduto. L’invenzione del futuro
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di Laura Vescovi

Volker Braun

La proprietà

Io sono ancora qui: il mio paese va a Ovest.
GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI.
Del resto un calcio gliel’ho dato anch’io.
Si butta via con i suoi modesti vanti.
Dopo l’inverno l’estate della brama
E allora posso andare in malora dove sono.
E tutto il mio testo diventa oscuro
e quello che non ho mai avuto mi viene tolto.
Di quello che non ho vissuto sentirò sempre la mancanza.
La speranza ingabbiava il cammino.
La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie
Quando tornerò a dire mio e a intendere di ognuno?[1]

(traduzione di Anna Chiarloni)

 

Nel 1990, Volker Braun, poeta tedesco nato nel 1939 a Dresda e uno degli scrittori più riconosciuti della letteratura della Repubblica democratica tedesca (Ddr) insieme, tra gli altri, a Christa Wolf, scrive La proprietà, all’indomani della caduta del muro di Berlino e della fine del paese in cui aveva vissuto e creduto fino alla fine. È una poesia critica verso la piega che stanno prendendo gli eventi subito dopo la svolta e verso la nuova direzione che l’annessione della Ddr alla Repubblica federale tedesca comporta: la via del consumismo e della ricchezza (Ovest, nella versione tedesca, fa rima con palazzi[2]). Braun è consapevole di trovarsi in un momento storico in cui la fine di un sistema e del suo paese vuol dire già fare i conti con quello che è stato e, di conseguenza, con quello che è stata la letteratura degli anni passati. Ha il presentimento che il suo testo è oscuro, incomprensibile (v. 5), parla una lingua che non tutti potranno capire e gli viene tolto ciò che non ha mai posseduto, sotto l’insegna da una parte della negazione socialista della proprietà privata e dall’altra della vita non propriamente vissuta. Ma sa anche che «di quello che non ho vissuto sentirò sempre la mancanza». È questa la sensazione di alcuni scrittori della Ddr, uno stato nato dopo la seconda guerra mondiale attraverso l’impegno di una forte componente culturale, partendo dall’idea che la costruzione di un nuova politica doveva necessariamente partire da una spinta artistica e intellettuale. La fusione tra politica e cultura ha reso gli scrittori i più importanti fautori dell’edificazione nazionale e Volker Braun è stato un importante rappresentante di questo binomio. Nel 1990 delineava in poche righe la situazione politica e umana tra le macerie di un passato, e di una memoria, da ricostruire. Ora che la repubblica democratica ha intrapreso il viaggio verso il riconoscimento dell’occidente e si vota ai suoi ideali di mercato, ecco che perde tutta la sua proprietà, se mai l’ha avuta, la sua lingua, la sua vita vissuta, la sua identità. Sulle ceneri del socialismo sta per nascere un nuovo orizzonte mercificato, una festa del consumo.

 

Berlin, Friedrichshain in den 70er Jahren - Lutz Schramm

Berlin, Friedrichshain in den 70er Jahren - Lutz Schramm

 

All’euforia generale del crollo del Muro segue la presa di coscienza che, con il Muro, è crollato anche un sistema di valori di riferimento che genera, per dirla con le parole di un altro poeta tedesco, Günter Kunert, «una nausea repentina». Le promesse che vengono dall’Ovest non vengono mantenute, in realtà la prosperità e i «paesaggi in fiore» di Helmut Kohl non si vedono. Insieme al Muro viene cancellata un’identità, costretta a venire inghiottita dal mondo occidentale, ed proprio è in questo momento che i cittadini dell’Est cominciano a pensare che proprio quel mondo appena sprofondato era la loro Heimat. Tutto il loro paesaggio familiare cambia da un giorno all’altro e il cambiamento avviene anche attraverso la lingua: le strade e i luoghi istituzionali hanno un altro nome, nei supermercati le cose da mangiare hanno molti più marchi, le pratiche burocratiche e amministrative hanno procedure e definizioni sconosciute, la mistificazione della realtà è norma (basti pensare all’“adesione”, Beitritt, della Ddr alla Brd vista invece come “riunificazione”, Wiedervereinigung, tra le due Germanie). La quotidianità è quindi costretta a una ridefinizione di sé, sia in termini linguistici, che materiali. «Senza nemmeno mettere il piede fuori di casa, avevo lasciato il mio vecchio paese d’origine (o meglio: lui aveva lasciato me)»[3]. Così esprime il suo disorientamento Hinrich Lobek, il protagonista de Il venditore di fontane di Jens Sparschuh (Chemnitz, 1955), uno dei tanti disoccupati di Berlino est, vittima dei primi massicci licenziamenti a causa dello smantellamento del sistema. Apre la finestra, guarda la strada, la sua via ha un nuovo nome, la sua banca anche, l’insediamento dei pionieri occidentali si stava compiendo, a discapito degli ultimi mohicani. Il cittadino diventa all’improvviso un emigrante e la sua città un Nicht-Ort, un non luogo, un punto di passaggio tra due mondi. O meglio, un punto di domanda, grande, che mette in questione, sia metaforicamente che linguisticamente, il futuro. Tra gli scrittori della Ddr è comune la sensazione che la lingua non sia più un mezzo efficace per descrivere la loro situazione, sia perché il tedesco dell’ovest è una lingua diversa, sia perché ora le cose da descrivere sono sconosciute. Was bleibt (Che cosa resta) di Christa Wolf (1929-2011) e Spiegelland. Ein deutscher Monolog (Terra specchio. Un monologo tedesco) di Kurt Drawert (1956) sono le testimonianze più dirette della fatica del ricordo a esprimersi attraverso un parlare danneggiato[4] e le espressioni letterarie del vuoto linguistico venutosi a creare tra i cittadini della ex Ddr:

Ich verstand diese ganze Begriffswelt nicht. Ich verstand gar nichts. Ich war vor lauter Befehls- und Aufklärungsmaterial vollkommen desorientiert […], ich verstand tatsächlich nicht ein einziges Wort, […] ich verstand alles falsch und füllte alles falsch aus und stand an den falschen Schaltern und sprach mit den falschen Leute und stellte falsche Fragen und gab falsche Antworten, ich stand falsch auf und ging falsch zu Bett[5].

[Io non capisco questo mondo di concetti. Io non capivo proprio niente. Davanti a ordini e materiale informativo ero completamente disorientato (…), non capivo nemmeno una parola, (…) capivo tutto in modo sbagliato, compilavo tutto in modo sbagliato e stavo davanti agli sportelli sbagliati e parlavo con le persone sbagliate e facevo domande sbagliate e davo risposte sbagliate, mi alzavo in modo sbagliato e andavo a letto in modo sbagliato.]

I due testi segnano però una differenza di prospettiva da cui guardare al passato, una demarcazione nel fare i conti con le proprie colpe e il senso di responsabilità per aver permesso un Unrechtsstaat, uno stato di non diritto, che separa la generazione dei padri (Christa Wolf) dalla generazione dei figli, disillusa già negli ultimi anni della repubblica[6]. La ridefinizione della propria identità attraverso la lingua, la riconfigurazione dei propri confini, territoriali e psichici, lo spaesamento e le diverse risignificazioni del passato da parte delle due generazioni sono temi con cui ci si deve confrontare durante ilperiodo della cosiddetta svolta. Uno dei romanzi successivi alla Wende che tratta tutti questi temi e la nascente ostalgie, e soprattutto lo fa in un modo nuovo, e cioè usando la lama tagliente dell’ironia, è Il venditore di fontane (1995) di Jans Sparschuh.

 

Il venditore di fontane. La prospettiva della nuova generazione.

Der Zimmerspringbrunnen racconta la neonata Germania unita dalla prospettiva di un io narrante quarantenne che si trova subito dopo la caduta del Muro senza un lavoro e senza alcuna speranza per il futuro. Hinrich Lobek è il degno rappresentante della nuova generazione tedesca, che vive nella sua casa a Berlino con la moglie e il cane, non a caso chiamato Venerdì, passando i suoi giorni tra il divano, i protocolli stile Stasi sui movimenti della moglie e la sua stanza hobby per bricolage. Un giorno decide per scherzo di mandare una domanda d’impiego a una ditta occidentale, produttrice di fontane d’appartamento, che sta cercando un venditore per il nuovo mercato orientale. Lobek viene assunto e da un giorno all’altro si ritrova catapultato nell’ottica capitalista del commerciante di un oggetto kitsch e soprattutto inutile. Le vendite vanno male, i cittadini dell’Est sono sommersi da ogni tipo di prodotti dell’Ovest che, proprio perché ora sono disponibili, sembrano aver perso il loro appeal. Ormai entrati nel mercato capitalista e avendo a disposizione tutto, il valore delle cose perdute assume un’aura magica. Sotto l’effetto della magia, le cose vengono illuminate da una luce irreale («la luce rossastra della nostalgia» di Milan Kundera[7]), e assumono un significato edulcorato, drogato. All’improvviso tutto quello che avevano buttato in strada, tutti gli oggetti che rappresentavano la loro vita all’Est e che avevano gettato tra «l’immondizia del passato» diventano gli oggetti che caratterizzano la loro identità.

Un giorno, sistemando un modello rotto nella sua stanza degli hobby (da lui soprannominata «laboratorio del falsario»), Lobek crea per caso una fontana d’appartamento usando una biro con la forma della torre della televisione di Alexanderplatz e l’oggetto kitsch si trasforma in un nuovo “oggetto di culto nostalgico”, con tanto di scritte personalizzate come «Berlino, capitale della nostra repubblica» o «Karl-Marx-Stadt». “Atlantis” (questo il nome della fontana) è un successo e spopola soprattutto tra le persone più anziane, il suo ideatore è invitato a tutti gli eventi organizzati da associazioni nostalgiche della Ddr e il suo modello avrà a disposizione un intero stand a tutte le fiere ostalgiche, accanto a altri simboli, come le divise della Libera gioventù tedesca o i cetriolini dello Spreewald. Sparschuh tratteggia con ironia gli stereotipi ancora esistenti tra Est e Ovest, tra Lobek e i suoi colleghi occidentali, che pensano che quella della Ddr non sia stata una vera vita, che i nuovi concittadini siano dei primitivi selvaggi da educare alla civiltà o siano semplicemente degli oggetti curiosi, da mettere in mostra per le loro caratteristiche ridicole e un passato senza motivo d’essere. «Non c’è maggior sventura del non vivere. E alla fine non c’è disperazione maggiore del non aver vissuto»[8] concluderà demotivata, dopo un libro di riflessioni, Christa Wolf nel 1989. Atlantis però non è qui, come nota Matteo Galli, «frutto dell’inconfessato, inconscio rimpianto per un mondo dissoltosi, ma un atto di estremo cinismo volto a trarre profitto dalle nostalgie di un ben preciso target»[9], e cioè la generazione dei padri. Sparschuh critica le illusioni dei padri sia durante la Ddr e soprattutto dopo, e critica di conseguenza la trasfigurazione mitica di un paese rimasto sempre e solo un’utopia. Quando, un po’ per caso, un po’ per abilità, crea Atlantis, Lobek si chiede ironicamente se sia stato piuttosto l’inno della Ddr ad ispirarlo. Auferstanden aus Ruinen, “risorti dalle rovine”, è la rinascita di un’utopia, anche se in termini opposti rispetto al progetto iniziale, è una rinascita secondo le leggi del mercato, asservita alla logica del consumo, contro la quale la Ddr aveva sempre combattuto. Il futuro al quale il nuovo uso dell’inno si rivolge (und der Zukunft zugewandt) è quello che i padri avevano sempre cercato di evitare. Lobek ironizza sulle speranze dei padri di fondare uno stato nuovo sulle basi illusorie del semplice cambiar volto a quello precedente. La generazione dei figli è sempre stata disillusa e ora si trova smarrita in un paese che è loro impossibile definire Heimat. Il distacco ironico usato da Sparschuh, così come da altri autori della sua generazione (Thomas Brussig tra tutti, con il suo In fondo al viale del sole[10]), è indice della dolorosa consapevolezza di non avere un futuro, e di essere visti, dai concittadini occidentali e dalla storia, come i perdenti della fine di un sistema. Se per la generazione dei padri è ora facile identificare la Ddr come Heimat e risignificare il passato in un’ottica nostalgica, lo è meno per la nuova generazione, che si trova di fronte a un futuro indefinito e a un’identità senza contorni precisi. Sono visti dagli altri come dei bambini senza più alcuna autorità cui obbedire, infantilizzati come oggetti da circo e mercificati insieme al loro paese. L’ironia permette di distaccarsi da una visione edulcorata del passato e dall’infantilizzazione-deresponsabilizzazione imposta dall’Ovest, ma allo stesso tempo permette di non pensare troppo a quello che verrà e a non prendere sul serio quello che si è stati. Rifugiarsi nel passato è l’unica via possibile di fronte alla tabula rasa della Germania dopo l’annessione della Ddr, ma guardarlo con ironia è terapeutico, un percorso difficile e doloroso, efficace nell’elaborazione del lutto.

 

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Berlin 1969 - Meemo1947

 

La nostalgia come rifugio in una situazione di cambiamento radicale viene parodiata da Sparschuh attraverso la creazione di un oggetto di culto ostalgico, mercificato secondo le regole del nuovo stato sovrano, che serve ad assecondare il desiderio dei padri di tornare “a casa, alle origini”, di farli vivere in una bolla atemporale, in un passato che rivive grazie alla memoria selettiva (fatto solo di cose belle e non di quelle brutte) e che serve però anche a ribadire la convinzione dell’Ovest di avere a che fare con delle persone-oggetto, fenomeni da baraccone. Il loro passato è sintetizzabile nella forma stereotipata della torre della televisione, o della Trabant, o degli omini del semaforo, oggetti che appartengono solo alla sfera quotidiana. L’unico aspetto da rimpiangere della vita nella Ddr è la sua manifestazione quotidiana, non politica. I padri provano nostalgia solo per gli oggetti che hanno caratterizzato la loro vita privata, dalla macchina al cibo di una marca specifica. «Cominciò così a spuntare come il pane la nostalgia della DDR, una nostalgia buona per tutte le occasioni e che si sviluppò a tal punto da generare un neologismo che spiegava tutto: ostalgia. Di colpo l’ostalgia cominciò a vendersi come il pane»[11]. Ma non si voleva di certo tornare indietro, la nostalgia era di un’immagine idealizzata di un mondo che avrebbe potuto essere diverso. «Il fatto che i cittadini della DDR ricordino volentieri quei tempi non significa affatto che li vogliano resuscitare. Fanno semplicemente quello che tutti noi facciamo con piacere: ricordano»[12]. La vita dei padri e le loro illusioni possono ora venire prese in giro sia dal mondo occidentale, che le usa per aumentare le vendite ed espandere la propria area di mercato, sia dai propri figli, che hanno assistito allo sgretolamento da una parte dell’utopia dei padri, e dall’altra a quello della figura paterna stessa. I figli perdono fiducia nel mondo di valori e di punti di riferimento paterni, soprattutto ora che sono stati sconfitti. Atlantis è il risultato della disperazione post svolta. È il frutto dell’asservimento di Lobek alla ditta occidentale Panta Rhein, alle sue regole di produzione e di promozione delle merci, ma diventa poi espressione della dolorosa situazione dei cittadini dell’Est: come la fontana, sono loro stessi una merce, una curiosità da osservare, un prodotto esotico e proprio per questo primitivo, da rieducare alla civiltà. «Sguardo sempre avanti e mai guardare indietro al passato, magari anche un po’ oscuro, signor Lobek, sempre avanti»[13] è il motto della nuova vita tedesca, è l’ordine perentorio del capo di Lobek, Boldinger, che, convinto che il passato del suo dipendente sia anche un po’ losco per la presunta collaborazione con la Stasi, gli insegna le regole di sopravvivenza nel mercato occidentale, in previsione anche di una eventuale nomina a direttore delle vendite, e della sua conseguente trasformazione in un “uomo nuovo”. La vita di prima era una «pre-esistenza. Non ancora una vera vita, ma una pre-vita, una fase di preparazione, l’altro ancora doveva rivelarsi»[14]. Lobek è consapevole dell’immagine che gli altri «dall’altra parte del muro»[15] hanno dei suoi concittadini, e configura la mentalità dell’Ovest come una religione, e i tedeschi occidentali come pellegrini in missione per assoggettare nuove terre al loro credo.

Nostalgia come espressione di infantilizzazione

In un articolo apparso sulla rivista «Internazionale» il 10 febbraio 2012[16], dal titolo Nostalgia sovietica, Vadim Nikitin, un giornalista russo della generazione ormai dei nipoti, descrive la nostalgia verso l’Urss nella Russia attuale. Qui la nostalgia non è, secondo lui, «una reazione emozionale difensiva a una situazione di cambiamento radicale», perché non c’è stato nessun cambiamento nella mentalità sovietica. La nostalgia, così gli racconta il padre di 62 anni, non si prova tanto per il sistema sovietico, quanto piuttosto “per le gente che ci viveva, il senso di qualcosa di vero e genuino, che avevamo allora. Per gli autentici valori umani, l’etica dell’amicizia e delle possibilità creative». Al di là della retorica reazionaria sul ritorno alle origini, Nikitin fa notare come «il crollo del comunismo fu anche il crollo di qualcosa di molto personale, innocente e pieno di speranza, dell’appassionata sincerità e genuinità che caratterizzano l’infanzia e l’adolescenza». La situazione dei paesi dell’ex Unione sovietica è diversa da quella della ex Ddr, ma ci sono certamente anche dei tratti comuni. Quello del rimpianto verso un momento della propria vita pieno di energia e speranza è un tratto comune anche alla generazione dei padri tedeschi orientali, uomini che rimangono bambini nel ricordo di ciò che non è più e forse non è mai stato e nella negazione di ciò che potrà essere. La responsabilità della creazione di un futuro migliore viene delegata alle nuove generazioni, che però, allo stesso modo dei genitori, non si riconoscono nella Germania unita e sono disillusi già verso il passato, e ancora di più verso il presente. La nostalgia diventa un rimpianto per l’innocenza della gioventù e per la vita protetta del socialismo. Sparschuh descrive ora la Germania di nessuno, un mondo di rovine in cui l’unica rassicurazione è guardare indietro e lasciare la guida del nuovo paese ai grandi, i tedeschi dell’Ovest, mentre i nuovi cittadini dell’Est guardano con rammarico a quello che avrebbero potuto diventare, ma ora non sono, mentre osservano il loro futuro rifiutato. La loro infantilizzazione da parte dell’Ovest si legge tra le righe de Il venditore di fontane dal modo in cui i colleghi e il capo di Lobek si comportano nei suoi confronti: «Voglio dirglielo senza mezzi termini signor Lobek, la Sua domanda ci è piaciuta molto! Scritta a macchina. Con la “e” che salta, non è vero? Manca poco ed era scritta a mano!»[17] dice il suo capo dopo aver letto la sua domanda di impiego. Scritta a macchina, perché la Ddr non era un paese tecnologico come la Repubblica federale: quasi scritta a mano!, come avrebbe potuto fare solo un bambino. La delega delle responsabilità alla Germania ovest avviene nel momento in cui nessuno è in grado di orientarsi nel nuovo paese unito, che è regolato per lo più da leggi che solo una parte del paese conosce. Lobek avrà sì successo con il suo modello Atlantis, ma il successo è solo una conferma che i cittadini dell’Est invece che pensare al futuro si stanno ancora facendo coccolare da quello che sono stati e il loro orgoglio si esprime solo con il passato remoto. Lobek, una volta nominato direttore delle vendite all’Est, decide di andare a vivere in stazione con il cane, in mezzo ai senzatetto, meditando di andare a trovare un giorno sua moglie, che l’aveva lasciato perché troppo immaturo. La scelta di una condizione da esule nella propria patria, da immigrato nella sua stessa città, è metafora della condizione del cittadino dell’Est. Lobek lascia passare i giorni, posticipando sempre la scelta che riguarda il suo futuro, forse perché una possibilità concreta ancora non si è profilata. L’infantilizzazione dei cittadini dell’Est è stata messa in scena molto bene anche in Heimat di Edgar Reitz. Nella terza parte della serie, scritta dal regista insieme a Thomas Brussig, la nuova compagna del protagonista, Clarissa, in concerto a Lipsia proprio nei primi giorni dopo la caduta del Muro, conosce due artigiani dell’Est e propone loro di andare all’Ovest a ristrutturare la casa dei sogni che lei e Hermann avevano appena trovato. Una volta arrivati “dall’altra parte” e dopo aver ricevuto i 100 DM di benvenuto all’Ovest, i due operai vanno a fare la spesa in un supermercato di ferramenta. Sembrano due bambini nel paese dei balocchi, si meravigliano dei prezzi, degli attrezzi, dei tanti modelli e se ne escono felici con il carrello pieno, mentre Clarissa e Hermann, nella loro parte di genitori comprensivi, li aspettano davanti alla macchina, entusiasti per la loro incredulità. Le scene della riunificazione rappresentano il culmine della gioia, la vittoria della libertà, sono scene di festa, alla quale però puntualmente si presenterà il mal di testa del giorno dopo. Gli artigiani, attivi in prima persona nella solidale costruzione dei sogni dei protagonisti dell’Ovest, si ritroveranno poi a vivere separazioni coniugali, traslochi e ricerca di una nuova identità e una nuova patria, come la statua di Lenin che viene salvata dall’oblio del magazzino e accompagnata alla ricerca di un nuovo posto dove stare. In Heimat, come ne Il venditore di fontane, uno dei due operai dell’Est, Gunnar Brehme, dopo essersi separato dalla moglie e stabilito a Berlino in una casa abbandonata, trova il successo nella mercificazione del ricordo di ciò che è stato: inventandosi una nuova attività da Mauerspecht (“picchio del muro”), firma un contratto con la Warner Bros, per cui si impegna a preparare entro Natale un milione di pacchettini regalo con i pezzi di quel muro, che è ormai privo di ogni significato politico. Anche qui l’Occidente è spinto dal desiderio di poter confezionare e infiocchettare il passato a proprio piacimento, convinto di offrire «un pezzo di storia mondiale». L’identità di un paese viene ridotta a confezione regalo, ed è solo attraverso la risignificazione della storia in prodotto che Gunnar diventa ricco, nuovo membro attivo degli ingranaggi capitalisti.

 

Oberbaumbrücke ca. 1960 - GenBerlin

Oberbaumbrücke ca. 1960 - GenBerlin

 

L’unica via di uscita dei cittadini dell’ormai ex Ddr all’indomani della scomparsa del loro paese è entrare nella logica di produzione di prodotti (ma anche di individui) del capitalismo e costruire la loro nuova identità in nome del dio denaro. Lobek sceglie la via della stazione, Gunnar invece galoppa l’onda del successo. È proprio in questa prospettiva che si può parlare di rieducazione dei bambini delle regioni dell’Est, di riedificazione sì, ma nei nuovi termini del mercato capitalista. Atlantis, la fontana d’appartamento, un oggetto uscito per caso dalla mente creativa del suo artigiano, è allora un’invenzione del futuro: «A poco a poco mi si fece chiaro che l’intuizione (o quello che mai era stato) mi aveva guidato quella volta, quella sera triste, proprio sulla strada giusta, inducendomi a ricavare dalla lastra di rame con un faticoso lavoro notturno con la sega proprio i contorni della DDR, il mio paese scomparso […]. Il successo fu strepitoso»[18]. La fontana è il simbolo della trasformazione dell’identità di un paese in una terra da conquistare in termini di mercato e di successo, da schiavizzare e da sfruttare sotto il segno autorevole del “civilizzare”, con la giustificazione del “la loro vita non è stata veramente una vita”. «Eh, non era mica vita qui da voi! I giornali non erano veri giornali. Le elezioni non erano vere elezioni. Le strade non erano vere strade. E nemmeno le macchine erano vere macchine»[19], dirà un giorno il collega Strüver a Lobek, “l’aborigeno”. E cos’era allora? Chi lo sa. Bisogna esserci passati di persona per non poterlo capire. Penserà Lobek. La fontana è un oggetto kitsch, una rappresentazione stereotipata e superficiale della vita nella Ddr, funzionale (e già è un paradosso) a relegarla in modo più semplice nel reparto spazzatura. Per creare un uomo, e uno stato, nuovi. Un oggetto che colpisce «le immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria»[20], che genera un sentimento proprio perché rievoca un tassello di quella che il cittadino della ex-Ddr pensa essere un’identità perduta. Sommerso nel passato, come il suo paese-Atlantide, il nuovo cittadino tedesco non riesce a guardare avanti, chiede l’elemosina agli angoli delle nuove città sconosciute e cerca rifugio nella nostalgia mercificata e mascherata che edulcora e dolcifica, e per questo ne cambia il sapore originale, della loro vita passata. La patina del passato data a un oggetto compensa ciò che è andato perduto e di cui si sente la mancanza. Attraverso l’individuazione della mancanza i nuovi cittadini della Germania unita imparano a conoscere ciò che sono stati, ciò che sono e soprattutto ciò che saranno. Un back to the future che li porta a indagare, in un cantiere sempre aperto della memoria, sul loro passato con lo scopo di inventare il loro futuro. Anche se il mondo occidentale vuole far loro credere che è stato loro tolto ciò che non hanno mai avuto ed è «di ciò che non hanno vissuto che sentono la mancanza».

***

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1 Das Eigentum // Da bin ich noch: mein Land geht in den Westen. / KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN. / Ich selber habe ihm den Tritt versetzt. / Es wirft sich weg und seine magre Zierde. / Dem Winter folgt der Sommer der Begierde. / Und ich kann bleiben wo der Pfeffer wächst. / Und unverständlich wird mein ganzer Text / Was ich niemals besaß wird mir entrissen. / Was ich nicht lebte, werd ich ewig missen. / Die Hoffnung lag im Weg wie eine Falle. / Mein Eigentum, jetzt habt ihrs auf der Kralle. / Wann sag ich wieder mein und meine alle.

2 Ribaltando il motto di Georg Büchner «Friede den Hütten, Krieg den Palästen» (“Pace ai palazzi, guerra ai tuguri”), che introduceva il pamphlet Il messaggero dell’Assia del 1834.
3 J. Sparschuh, Der Zimmerspringbrunnen, C.C. Büchner Verlag, Bamberg, 2007 (trad. it. Anna Chiarloni, Il venditore di fontane, Le lettere, Firenze, 2000, p. 35).
4 Si veda A. Rota, Tra silenzio e parola. Riflessioni sul linguaggio nella letteratura tedesco-orientale dopo il 1989. Christa Wolf e Kurt Drawert, Collana Labirinti 127, Università degli Studi di Trento, 2010.
5 K. Drawert, Spiegelland. Ein deutscher Monolog, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1992, p. 137.
6 Verso la fine degli anni ottanta sono nate numerose scene alternative, che criticavano il sistema e ne denunciavano le contraddizioni. Rappresentativa è quella di Prenzlauer Berg, a Berlino, in cui erano coinvolti giovani scrittori e artisti come Bert Papenfuß-Gorek e Drawert stesso.
7 M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 2007, p. 12.
8 C. Wolf, Was bleibt, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2007, p. 93.
9 M. Galli, 1989-2009: cronache di Atlantide, p. 217-313, qui p. 262, in L’invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR, Libri Scheiwiller, Milano, 2009.
10 T. Brussig, Am kürzeren Ende der Sonnenallee, Fischer Verlag, Frankfurt am Main, 1999 (trad. it. Palma Severi, In fondo al viale del sole, Mondadori, Milano, 2001).
11 T. Brussig, Proviamo nostalgia perché siamo esseri umani, p. 106-114, qui p.109, in Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, Bruno Mondadori, Milano, 2003. Sull’interpretazione dell’Ostalgie come pratica della memoria nella Germania dopo l’89 si veda il testa di Eva Banchelli pubblicato su germanistica.net il 20/11/2012: http://www.germanistica.net/2012/11/20/ostalgie-come-pratica-della-memoria-nella-germania-dopo-l89/
12 Ivi, p. 113.
13 J. Sparschuh, Il venditore di fontane, p. 116.
14 Ivi, p. 131.
15 Le espressioni deittiche “da questa parte” (Hier), e “dall’altra parte” (Drüben) sono ancora oggi manifestazione della presenza di un “muro nelle teste”.
16 V. Nikitin, Nostalgia sovietica, in «Internazionale», 10 febbraio 2012.
17 Il venditore di fontane, p. 33.
18 Il venditore di fontane, p. 101.
19 Ivi, p. 108.

20 M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 256.

Bibliografia

Aa.Vv., Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, Bruno Mondadori, Milano 2001.

K. Drawert, Spiegelland. Ein deutscher Monolog, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1992.

M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano 2007.

V. Nikitin, Nostalgia sovietica, in «Internazionale», 10 febbraio 2012.

M. Sisto (a cura di), L’invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR, Scheiwiller, Milano 2009.

J. Sparschuh, Der Zimmerspringbrunnen, Kiepenheuer & Witsch Verlag, Köln 1995 (trad. it. di Matteo Galli, Il venditore di fontane, Le Lettere, Firenze 2000).

C. Wolf, Was bleibt, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2007.

Filmografia

Goodbye, Lenin, dir. Wolgang Becker, 2003.

Heimat 3. Chronik einer Zeitenwende, dir. Edgar Reitz e Thomas Brussig. Versione italiana, Heimat 3. Cronaca di una svolta epocale, 2004.

Sonnenallee, dir. Leander Haußmann, 1999.

Der Zimmerspringbrunnen, dir. Peter Timm, 2001.

Link

Ostalghia. Nostalgia dell’est, La storia siamo Noi. Settembre 2010.

Museo della DDR a Eisenhüttenstadt.

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[Testo prodotto nell’ambito del laboratorio Arrestare il tempo. Nostalgia, immaturità e analisi del presente. Leggi l’introduzione]

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