
di venus
Quando si parla di editoria lo si fa prevalentemente con due stati d’animo. Invidia per chi crea qualcosa che, in fondo in fondo, noi malati di libri avremmo desiderato saper fare (capacità e successo sono poi discorsi a parte); spocchia/superbia verso altri editori o autori. Inutile dire che a questa seconda categoria appartengono coloro che l’editoria la fanno – chi più, chi meno, chi bene e chi… lasciamo stare.
I bravi editori, quelli che ammiriamo per lo spirito di abnegazione con cui cercano, coltivano e curano scrittori noti e meno noti, sono sotto gli occhi di tutti. O meglio, sotto gli occhi di chi ha la volontà di guardare oltre il posto in prima fila sugli scaffali delle librerie. I bravi editori accompagnano gli autori delle loro scuderie al nastro di partenza, sanno scegliere e promuovere. Sanno anche quando è ora di convincere i loro “clienti” dell’opportunità di aspettare tempi più propizi, incoraggiando un allenamento a colpi di editing che sappia fortificare le cosce per un uno sprint iniziale coi fiocchi e per una resistenza maggiore sul lungo periodo. Quello che resta invisibile a noi lettori è proprio quest’attività preparatoria, e invisibili restano specialmente tutti i no che il bravo editore è costretto a dire a chi, sempre più spesso, si autodefinisce autore senza aver mai preso una penna in mano o che impiega una consistente manciata di secondi prima di individuare la lettera A sulla tastiera di un computer.
Aldo Moscatelli ha fondato nel 2006 la casa editrice I Sognatori che, saltando a pie’ pari il sistema di distribuzione libraria, «pubblica libri cartacei ma li vende esclusivamente tramite internet», direttamente ai lettori, consentendo così al libro di conservare un prezzo accessibile. Dopo qualche anno ha deciso di raccontare l’esperienza saliente che tutti gli editori, aderenti o meno al consolidato sistema distributivo, devono affrontare quotidianamente: assistere alla crescita supersonica della pila di manoscritti proposti per la pubblicazione e arrovellarsi per una risposta che non urti la sensibilità di chi, comunque e nel peggiore dei casi, ha pensato di dare i propri diari in pasto ad estranei. E davanti alla convinzione diffusissima che il-mio-libro-non-può-non-essere-pubblicato ha smesso di disperarsi in solitudine e ha scelto di condividere gratuitamente le risate, i nervi e la rassegnazione che solo una punteggiatura sballata, una sintassi scriteriata e una trama inesistente o copiata pedissequamente dal bestseller arcinoto possono regalare a chi si è votato anima e corpo a quella pila che non accenna a sfoltirsi. Poco importa che nel capitolo che più mi accingevo a gustare, quello dedicato alle sgrammaticature, si parli di autori esordenti e della basi necessarie. Ma… chiaro, qualche svista può capitare a tutti. Peccato per la mia orticaria.
Tra le tante incursioni, quelle nel magico mondo dell’editoria a pagamento, dei concorsi letterari poco seri, del print on demand, dei lettori che latitano e dei critici improvvisati, rendono queste 114 pagine un interessante scorcio dal buco della serratura di ciò che è l’editoria prima della libreria.






molto d’accordo, anche se i refusi non sono pochissimi. bella idea, ma l’orticaria resta.