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18 Nov 2012

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[Gli Ambi] Franzen e Fitzgerald: Solitudini americane
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di Eleonora Marangoni

Il crollo, Francis Scott Fitzgerald, Adelphi, 2010 (titolo originale The Crack-up, trad. di Ottavio Fatica, pp. 64)
Come stare soli, Jonathan Franzen, Einaudi, 2011 (titolo originale How to be alone, trad. di Silvia Pareschi, pp. 284)

Solitudini americane a sessant’anni di distanza

Il crollo è l’inconsolabile confessione in tre atti che Fitzgerald consegna nell’inverno del 1936 a Edmund Wilson, «coscienza intellettuale» 1 dell’autore del Grande Gatsby nonché caporedattore di Esquire. La crisi del ’29, l’alcool e il ricovero di Zelda in un sanatorio della Carolina del nord avevano spazzato via allori, salute e buonumore, e la rivista era una delle poche fonti di guadagno rimaste allo scrittore. Nel 1935 Fitzgerald firma un contratto da sceneggiatore con la Metro Goldwyn Meyer, si trasferisce a Hollywood e va a vivere con Sheila Graham in una villetta sul Pacifico. Cerca di lavorare a Gli ultimi fuochi, ma l’unica cosa che sembra riuscirgli davvero è compilare liste che poi getta via:

“Approfittavo di ogni pretesto per dormire o sonnecchiare, a volte per venti ore al giorno, e negli intervalli mi mettevo d’impegno a non pensare – compilavo invece elenchi – compilavo elenchi a centinaia: comandanti di cavalleria, giocatori di football e città, motivetti popolari e lanciatori di baseball, momenti felici, passatempi, case dove avevo abitato e quanti vestiti avessi avuto dopo il congedo militare e quante paia di scarpe (…) Ed elenchi di donne che mi erano piaciute, e di tutte le volte che mi ero lasciato bistrattare da qualcuno non certo migliore di me ne’ per carattere ne per doti” 2.

Per settimane Wilson lo supplica di buttar giù un articolo, una qualunque cosa che potesse valere come contributo editoriale alla rivista e giustificasse dunque il versamento di un anticipo. «Visto che non riuscivo a scrivere», dice Fiztgerald, «decisi di provare a spiegare perché non riuscivo a farlo» 3 .

Come stare soli è una raccolta di testi sparsi il cui nucleo fondante è un saggio apparso originariamente nel 1996 su «Harper’s Magazine» sotto il titolo di Forse sognare. All’epoca Franzen si era separato dalla moglie e viveva «un periodo di volontario isolamento a New York City». 4

Sei anni dopo, nel cantiere devastato post 11 settembre, l’autore di Freedom riprende il testo, ci rimette mano e smussa le «molotov di retorica» 5 e il tono di «sublime sdegno teorico» 6 che aveva cavalcato per sua stessa ammissione durante la prima stesura. Pubblicato nel 2002 insieme agli altri scritti che vanno a comporre il libro, il saggio si chiama adesso Perché scrivere romanzi?

Nella nota introduttiva, Franzen annuncia: «Questo libro vuole essere, in parte, la testimonianza del passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato a un’accettazione – persino una celebrazione – dell’essere lettore e scrittore» 7.
Chissà, magari anche Scott avrebbe superato il suo periodo più buio e si sarebbe lasciato dietro il suo “crack-up”, se il 21 dicembre del 1941, mentre mangiava una barretta Hershey al cioccolato, ascoltava l’Eroica di Beethoven e sfogliava il «Princeton Alumni Weekly», un infarto non lo avesse stroncato nel salotto di Hayworth Avenue.

 

Sterling Hundley “Sleeping Prophet”

Fatto sta che, a sessant’anni di distanza, sia Fitzgerald che Franzen sono entrambi intellettuali alienati, depressi, sfiduciati, che si nascondono in America dall’America e non riescono più a dare un senso al loro mestiere. Dopo essersi per lungo tempo mossi nel mondo in modo così diverso – divorando la vita in prima classe al ritmo di gin e foxtrot il primo, scalando la vetta con la pazienza di un ornitologo e a colpi di pagelle esemplari il secondo – ecco che i due si fermano alla stessa maniera. Da camere vuote, col «tono coraggioso di chi ha perduto la propria innocenza» 8, si chiedono se nel mondo ci sia ancora posto per loro. Si domandano se sia ancora possibile, e sano, e vero essere scrittori «coi tempi che corrono». Incolpano la loro epoca, il loro paese, i nuovi mezzi di comunicazione e certo loro stessi.

Inutile dirlo, si tratta di libri molto diversi. Il crollo si srotola pigro, aristocratico e laconico come il monologo di un viveur disilluso; il saggio di Franzen corre dritto sulle rotaie della dialettica da conferenziere accademico e lungo il binario dell’attivismo propositivo. Eppure i due testi riflettono preoccupazioni gemelle, e medesimi disincanti. Fitzgerald scrive:

Vidi come il romanzo, che quando avevo raggiunto l’età matura era il mezzo espressivo più forte e più duttile per trasmettere emozioni e pensieri da un essere umano all’altro, si andasse assoggettando a un’arte collettiva e meccanica che, nelle mani dei mercanti hollywoodiani o degli idealisti russi, era capace di riflettere soltanto il pensiero più banale, l’emozione più scontata. […] fin dal lontano 1930 ebbi sentore che il cinema sonoro avrebbe reso perfino il romanziere di maggior successo arcaico quando il cinema muto. La gente leggeva ancora, se non altro il libro del mese segnalato dal professor Canby – i ragazzini curiosi ficcavano il naso nel pattume di Tiffany Thayer offerto dalle biblioteche circolanti –, ma restava l’offesa cocente, che per me era diventata quasi un’ossessione, di vedere il potere della parola scritta subordinato a un altro potere, a un potere più luccicante, più volgare… Era qualcosa che non potevo né accettare né combattere, qualcosa che puntava a rendere obsoleti i miei sforzi, come le catene di grandi magazzini hanno danneggiato il commercio al dettaglio, una forza esterna, invincibile… 9

Basta sostituire “cinema sonoro” con “Internet e tv”, “1930” con “anni 90”, “professor Canby” con “Jay Leno”, “Tiffany Thayer” con “John Grisham” e ci sembra di sentire Franzen che dice:

Così come la macchina da presa ha conficcato un piolo nel cuore dell’arte descrittiva, la televisione ha ucciso il romanzo di cronaca sociale. […] Oggi l’editoria è una filiale di Hollywood, e il romanzo di cassetta è un prodotto per il mercato di massa, un sostituto portatile della Tv. […] Tuttavia, proprio mentre andavo santificando la letteratura, ero così depresso da non riuscire a far altro, dopo cena, che accasciarmi davanti alla Tv.

In Come stare soli non trovate soltanto la confessione di uno scrittore sconsolato. Gli altri dodici saggi che compongono il volume parlano, in modo prepotentemente americano e inevitabilmente occidentale:

  • dell’Alzheimer (Il cervello di mio padre)
  • della privacy post-Lewinsky (L’alcova imperiale)
  • degli uffici postali di Chicago (Lettere smarrite)
  • del vizio del fumo (Setacciare le ceneri)
  • di dell’obsolescenza dei romanzi (e dei Sony Trinitron) nell’era di Internet (Il lettore in esilio)
  • di come sia difficile vivere (e in fondo impossibile abbandonare) New York (La prima città)
  • delle ingiustizie filosofiche nei confronti delle tecnologia old school (Materiale di recupero)
  • dei penitenziari moderni (Unità di controllo)
  • del profondo imbarazzo stilistico provocato dalla lettura dei manuali di sessuologia (Libri a letto)
  • dei talk show (Ci vediamo a St Louis)
  • del disagio che un intellettuale prova, sempre e comunque, a essere parte di un “gruppo” (Giorno dell’insediamento, gennaio 2001)

Scritti negli anni novanta, epoca in cui la quotidianità non si ammassava ancora sui social network, non veleggiava in streaming e non si incipriava dietro ai touch screen, questi saggi oggi potrebbero e forse dovrebbero apparirci sorpassati. Un esempio su tutti. Con l’ingenuità e lo scetticismo dell’intellettuale del secolo scorso, Franzen sciorina a pagina 169: «In una cultura di false prospettive, è difficile capire se Internet sia davvero una novità importante». Una frase che oggi ci fa lo stesso effetto della vista di un lettore CD portatile e che potrebbe bastare a farci chiudere il libro scuotendo la testa e pensando: «Altri tempi».

E invece quelle pagine continuano a saperla lunga, e a dire qualcosa, al di là – o forse proprio in virtù – della loro inevitabile obsolescenza. È in fondo per la stessa ragione che un testo come Il crollo ci appare oggi irresistibilmente moderno. Questo accade perché, sebbene siano cambiati i riferimenti (e i supporti, gli strumenti, il modo di stare davanti a un film, i piani telefonici e il modo di cercarsi) – per chi scrive (come per chi legge) gli interrogativi, le necessità, le profondità del testo e gli abissi della pagina bianca sono rimasti gli stessi. Siamo sempre lì a chiederci come si debba fare, adesso che tutto sta cambiando, ora che niente è come prima.

Oggi i tempi sono cambiati, ancora una volta. Si legge sempre meno, sempre peggio, e, se un tempo il sonoro aveva annientato il cinema muto, adesso il web fa fuori i giornali, la tv continua a buttar fumo, internet ci ruba il tempo e la vita mentre ci illude di organizzarli. Ma niente di nuovo, dopotutto. «Il mondo sta sempre finendo», come scrive Franzen nella conclusione del saggio di «Harper’s», eppure gesti paleolitici come il leggere o lo scrivere sono ancora in grado di tenerci vivi.

In una lettera a Franzen, Don de Lillo ha scritto:

La scrittura è una forma di libertà personale. Ci libera dall’identità di massa che vediamo formarsi intorno a noi. Alla fine, gli scrittori non scriveranno per diventare gli eroi fuorilegge di una sottocultura, ma soprattutto per salvare se stessi, per sopravvivere come individui. 10

La letteratura non fornisce risposte, ma ci ricorda, nel miglior modo possibile, che siamo tutti lì a farci le stesse domande. Scrivere romanzi oggi non è più difficile o inutile di quanto non lo fosse negli anni 90, o nel 1936. Forse più faticoso, più utopico, e certo più demodé. Nel suq sempre affollato e spesso ingrato del mondo moderno, gli scrittori (e i lettori) devono avere il coraggio di continuare a prediligere un certo tipo di solitudine. Trovare delle zone d’ombra e di costanza. Arrivare a concedere il giusto spazio a un certo tipo di silenzio significa salvarsi, come lettori e come scrittori: ecco come “stare soli”.

In fondo, come scrive Scott nella prima pagina del suo canto del cigno, «il banco di prova di un’intelligenza superiore 11 è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare» 12 . Per questo, forse, siamo ancora qui.

 

 

Altri articoli di Eleonora Marangoni:

Le piccole donne di Rebecca. Sorelle inglesi, ciliegie candite e fontane che straripano Le piccole donne di Rebecca

 

Altri Ambi:

Il compagno Astapov e il medico di corte

La trama del matrimonio/Le regole dell’attrazione

 

 

Note:

1.Il crollo, pag. 21

2. Il crollo, p. 16

3. Francis Scott Fitzgerald, prefazione a “La felure”, editions ???

4. J. Franzen, Prefazione a Come stare soli.

5. Ibidem

6. Ibidem

7. Ibidem

8. Come stare soli, p. 60

9. Il crollo, pp. 26-27

10. Come stare soli, p. 95

11. “First rate intelligence” nel testo inglese originale

12. Il crollo, p. 11

***

 

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