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14 feb 2012

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La trama del matrimonio/Le regole dell’attrazione
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di Alessandra Minervini

Se penso a che genere appartengono i romanzi di Jeffrey Eugenides, scrittore americano di origine greca, mi viene in mente un genere scricchiolante per definizione: capolavoro. Capolavoro non inteso come racconto che tende alla perfezione. Al contrario, inteso come un’opera poco edificante che si nutre di incongruenze e idiosincrasie. Un genere letterario che attinge molto dalla tradizione passata e per questo, di solito, ha un grande futuro alle spalle. Un animale in via di estinzione, insomma.

Abbiamo conosciuto Eugenides nel 1993 quando ha esordito con Il giardino delle vergini suicide (da cui Sofia Coppola ha tratto il suo primo film e, per dirla tutta, almeno in Italia, il film ha fatto da traino al romanzo e non viceversa) e, dieci anni dopo, lo abbiamo ri-conosciuto con Middlesex (che nel 2003 gli valse il premio Pulitzer). Ora, dopo quasi dieci anni, ha pubblicato il suo terzo romanzo, La trama del matrimonio, dove l’esistenzialismo del passato si conferma una forma di auto-compulsione questa volta fecondata dall’amore per i libri. (Nei precedenti romanzi era piuttosto una pulsione verso la morte, nel primo, e verso l’accettazione della diversità, nel secondo). La bibliomania, intesa come fuga narcotizzante nella lettura, è uno dei temi del libro. Quello di cui mi piace discutere qui.

Il romanzo è costruito intorno a tre personaggi: Mitchell Grammaticus (che ama) Madeleine Hanna (che ama) Leonard Bankhead (che non ama nessuno). I tre ragazzi, appena ventenni, frequentano l’ultimo anno di università (presso la Brown University, la stessa in cui si è laureato Eugenides). Il triangolo amoroso si consuma nel 1982, con frequenti flashback e flash forward, quando i tre si iscrivono al corso di Semiotica 211 tenuto dal professor Zipperstein che sottopone gli studenti a estenuanti colloqui individuali prima di ammetterli al suo corso (“Questo sondaggio esoterico, insieme alla pelata da guru e alla barba del professore, dava l’impressione di aver superato un accurato esame spirituale e la convinzione di appartenere – quanto meno per due ore ogni giovedì pomeriggio – all’elite critico-letteraria del campus”).

Sin dalle prime pagine Madeleine, bella e dannata e di famiglia wasp, si muove come una sirena fuor d’acqua. È convinta che per laurearsi in letteratura sia sufficiente amare i libri e che per sposare l’uomo della sua vita sia sufficiente innamorarsene. Ovviamente, non è così. Né in un caso né nell’altro.

La materia della sua tesi di laurea, il romanzo d’epoca vittoriana – quella di Austen, James, Eliot – si incentra su una considerazione “Non c’è felicità nell’amore, tranne che alla fine di un romanzo inglese”. Citazione tratta dalle Torri di Barchester di Anthony Trollope. La trama del matrimonio è un tentativo di convalidare questo mantra, che ossessiona soprattutto Eugenides. Il che trasforma il plot in una funzione matematica o, meglio, in questo romanzo una funzione narrativa maschile entra in contatto con una funzione narrativa femminile. La formula che avvalora quest’operazione è: Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, un libro che riporta i discorsi che fa un innamorato, li viviseziona dimostrando (per chi ci crede) che l’amore non sarebbe esistito senza un discorso sull’amore: “Naturalmente, ogni episodio amoroso può essere dotato d’un senso: esso nasce, si sviluppa e muore: segue cioè una strada che può sempre essere interpretata come una causalità o una finalità, sia pure per moralizzare. […] La storia d’amore è il tributo che l’innamorato deve pagare al mondo per riconciliarsi con esso”.

Il testo di Barthes è tutto quello che Leonard offre a Madeleine, al netto della di lui malattia mentale: un disturbo maniaco-compulsivo con tendenze suicidarie. Tutto l’inverso di Mitchell che invece: “era proprio il tipo di ragazzo intelligente e sano, apprezzato dai genitori che avrebbe dovuto amare e sposare”. Madeleine è una bibliomane romantica per cui la sindrome da crocerossina è, a quei tempi di liberalizzazioni sessuali, una forma di ribellione anticonformista così come il nubilato lo fu per la sua eroina Jane Austen. Per capire meglio che aria tira ne La trama del matrimonio non serve dire chi sceglierà tra i due ragazzi. È troppo facile. Serve invece passare a un altro romanzo americano ambientato in un Campus universitario negli stessi anni Ottanta e scritto nel 1987 da Bret Easton Ellis che, all’epoca, era al suo secondo lavoro dopo Meno di zero e prima di American Psycho. Il romanzo in questione è Le regole dell’attrazione. Il parallelismo è naturale, i due romanzi sembrano l’uno la cover dell’altro. Le storie sono molto simili, incentrate nell’ambientazione polemica contro lo spirito conservatore dell’epoca.

Protagonisti del romanzo di Ellis sono tre giovani rampolli che studiano nel prestigioso Campus di Camden (nel new Hampshire): Lauren volitiva negli studi quanto nelle relazioni; Paul, bisessuale a sua insaputa e Sean spregiudicato e cinico. La struttura del romanzo è volutamente nevrastenica; le voci dei personaggi si alternano in prima persona come dilettanti allo sbaraglio che si passano il microfono durante un karaoke. Là dove Eugenides anela a una parodia cameratesca dell’America reazionaria, invocando lo spettro della satira lucida e pungente della Austen; Ellis spariglia le carte della narrazione, realizzando una presa multipla e creando un linguaggio nuovo che portò il nostro Pier Vittorio Tondelli a dire: “Ellis, sia detto senza delirio, è bravissimo”.

La trama del matrimonio sta a Le regole dell’attrazione così come la cover dei Calexico di “Love will tear us apart” sta all’originale dei Joy Division. La precisione di Eugenides può essere devastante non meno della frenesia logorroica di Ellis.

I due incipit valgano come esempio.

… e insomma forse è una storia noiosa ma non ti tocca ascoltarla per forza, mi ha detto lei, perché aveva sempre saputo che sarebbe andata a finire così, comunque secondo lei era successo durante il primo anno di college a Camden, e precisamente un fine settimana, un venerdì di settembre, tre o quattro anni fa, e si era sbronzata a tal punto che era finita in un letto, aveva perduto la verginità (tardi, a diciott’anni) nella stanza di Lorna Slavin – perché allora era una matricola e aveva una compagna di stanza, e Lorna, ricorda, era al terzo o al quarto anno, e qualche volta andava dal suo ragazzo che stava fuori dal campus, uno che secondo lei doveva essere al secondo anno di specializzazione in ceramica mentre era solo uno della New York University, o uno studente di cinema venuto su nel New Hampshire giusto per il party Sotto il Vestito Niente, oppure uno del posto.

vs

 Guardiamo i libri, per cominciare.

(Per la cronaca: il primo è Ellis, il secondo è Eugenides).

Questo percorso letterario in parallelo non ha alcun fine, o forse sì. Di certo non si tratta di scegliere tra l’uno e l’altro romanzo. Non si tratta di dire dove stia il talento dell’uno o dell’altro scrittore. Si tratta di condividere uno stupore. La molla di ogni scoperta, diceva Pavese. L’unico modo per comprendere la vita.

 

[La cover Pironti 1988 de Le regole dell'attrazione su FNall]

[Leggi gli altri percorsi di lettura]

[Proponi anche tu un percorso di lettura: scrivi a Caltari!]

 

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Tags: Bret Easton Ellis, Il giardino delle vergini suicide, Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Le regole dell'attrazione, Middlesex, Pier Vittorio Tondelli
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2 Comments
  1. 30-7-2012

    Scusate il fuoritema ma non riesco a capacitarmi della bruttezza della copertina di Eugenides.

    Rispondi Studio Fludd
  2. 30-7-2012

    …nell’edizione italiana.

    Rispondi Studio Fludd

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