“New Orleans è una città che vive dentro la sua stessa aura, un’aura di mistero e di unicità.” Così incomincia l’introduzione dello scrittore Jon Newlin e del fotografo D. Eric Bookhardt a “Le meraviglie Geopsichiche di New Orleans”, una curiosa e splendida collezione di fotografie suggestive e prosa delirante pubblicato per la prima volta privatamente nel 1979.
Nel 1992, una ristampa del volume regalatami da uno degli autori divenne una specie di mappa stradale personale quando mi trasferii a New Orleans per la prima volta, sebbene un numero significativo dei diversi fenomeni menzionati da Newlin e Bookhardt a quel tempo fossero già scomparsi. Tuttavia, la sua praticità è un’assurdità: assomiglia più ad un sondaggio sulle idiosincrasie di New Orleans e delle sue realtà segrete, diversamente da quelle che un turista o un residente si potrebbe comunque aspettare di trovare passeggiando per strada. Il libro è fuori stampa da tempo e difficile da trovare (sebbene delle copie usate appaiano online di quando in quando).
Ma nello spirito del mio “Marigny Walking Tour” della settimana scorsa, ho voluto condividere con voi alcuni stralci per darvi un’idea di ciò che è veramente New Orleans. Quando guarderete attentamente questo set di foto, comunque, ricordate: “Questi fenomeni, queste meraviglie di New Orleans, sono per la maggior parte inspiegabili in termini strettamente storici e culturali. È ovvio che esista una forza vivente qui, un altro sistema, un mondo di realtà segrete che è continuamente e silenziosamente in contatto con il nostro. In altre parole, gente: non siamo più a Bourbon Street.”

In perfetto contrasto ed equilibrio, su una severa facciata completamente nera, un cartellone che recita “Wonderful Boys Pleasures Club” promette sghignazzate, sorrisetti, una sorta di ilarità di sottintesi e risate nonché un’allegria licenziosa. Ma addossato a questo immutabile e immutato muro, privo di variazioni strutturali, questo invito ad una baldoria semi-Massonica, ci appare… raggelante. Che cosa accade dentro questo edificio?

Il Brown Derby, o meglio, The Original Brown Derby, altro non è che un lancio di un morbido cappello di feltro dal Robin Hood Hotel; nelle sue decorazioni e fascinazioni esterne evoca l’intera cosmologia Amos-and-Andy del tempo passato; un riflesso di specchi dentro altri specchi - una visione nera della visione bianca sulla vita nera.

Questo bovino color malva, con motivi floreali sta lì, a vigilare, come il dio animale dei guardiani dell’antico Egitto, al di sopra di quel formicaio che è Franklin Ave. È stato semplicemento dipinto ed è rimasto così, sempre immobile? Guardate meglio: quello zoccolo diviso che si fa strada attraverso i paletti del suo minuscolo steccato, e chiedetevi perchè quella creatura non è più al suo posto, e dove potrebbe correre, imbizzarrito, magari trascinandosi dietro un’ Europa che mastica-chewing-gum, fino alle rive del lago Pontchartrain, in questo stesso istante.

La S&M Iron Works: una speculazione più sordida deve essere sollevata - scene da Caravaggio e Pauline Raege illuminate dalla luce, sotto gli sguardi dei lascivi abitanti dell’ottavo distretto, provvisti lampade ad arco e torce all’acetilene. Ma la facciata, nonostante le sbarre, è una promessa mancata: sono solo affari, come al solito.

Una visione della corte dei miracoli alla Chiesa del Campo Santo di St. Roch - una scena di devozione, fervore e immortalità del vecchio mondo e matrici di gesso (ortopediche) per nuove parti del corpo completamente intere, che ricordano della transitorietà fisica: tutte ammassate insieme nella canonica a lato, lontane dall’altare della Cappella.

La Madonna Dixie, un fortuito allestimento fra il religioso e l’impudenza secolare, raffigura un quadro vivente all’interno dello spazio limitato di una vetrina di un negozio: tutto ciò di cui si ha bisogno per conoscere il cattolicesimo di New Orleans. Dietro le modaiole miss anni quaranta ed i simbolici, muscolosi Jack Falstaff, si levano, nel velo vellutato della Veronica del perpetuo dolore, sia L’uomo dei dispiaceri che la Mater Dolorosa. E naturalmente questo rappresenta la realtà: sullo sfondo, una spirituale caligine, affollata da figure di dolore e redenzione e sul davanti, insegne luminose con la Dixie alla spina.

Derivato dall’occhio Egiziano di Horus, Il Sigillo Massonico, in neon blu, sorveglia la notte in silenzio su Poydras Street; il progetto di Sam’Stone per il Tempio Massonico del 1926 era anni avanti per il suo tempo. Assieme all’Italian Plaza - un recente monumento a certuni innovatori culturali locali, costruito in uno stile che mescola il Palladio, De Chirico e Cinecittà - Il Tempio Massonico è la creazione più incredibile che circondi Poydras Street, la così detta “Park Avenue di New Orleans”.

Il merlato Cancello di Ishtar, adornato di dragoni e torelli, si spalanca e un rigurgito di folla lo attraversa - non verso la Avenue della Torretta a righe, quella di Marduk, ma bensì su Canal Street, Canal Royal e Chartres e Bourbon and Dauphine Streets, e Rampart e Basin e La Salle Streets, e St. Charles Avenue di fronte a Gallier Hall. Saltano e si dimenano febbrilmente con l’accompagnamento dei tamburelli e delle grancasse e ai fischi e al caos dei flauti e dei violini dei mendicanti, e al costante ruggito di sottofondo, simile a quello di migliaia di bestie: salutano o dicono addio alla processione reale sulla Shrove del Martedì - che sia Rex, il più egalitario e riformista dei monarchi, oppure Comus, il più aristocratico e venerabile, la cui parata passa con una leggerezza che solo brevemente indora le ombre della notte di Carnevale che iniziano ad allungarsi.

Come è giusto che sia, i più bei reperti egizi sono riservati alla necropoli locale - New Orleans e la Valle del Nilo sono entrambi centri di un culto della morte che si esprime in un modo immensamente e accuratamente teatrale… Un signore con un nome che meno faraonico non poteva essere, quello di Lucien Brunswig, riceve gli onori nel Cimitero Metairie, per mezzo di un sepolcro a forma di piramide alle cui porte è accucciata una sfinge giustamente arcigna, mentre dall’altro lato una figura Tolemaica con indosso una veste, solleva in alto il braccio in atto di perpetuo dolore.

Fra le curiosità funerarie, questa è una delle più curiose - il monumento (dalla forma particolarmente allusiva) al Cimitero Metairie per il Capo della Polizia David C. Hennessey… Il monumento non fu innalzato fino al 1893, circa tre anni dopo la morte di Hennessey; costruito da Weiblen, appare fra le astute annotazioni del “Volume degli Amici di Cabildo” sui cimiteri di New Orleans, una colonna di “granito Hollowell” alta 26 piedi. L’iscrizione alla base ci serve una burla enorme : “Eretto dai suoi concittadini”.

La Casa Di Pietra di Louisa Street è un incredibile esempio di “indoratura di gigli” (ossia dell’eccesso ornamentale) del Nono Rione, e di una fantasia architettonica che sfida qualsiasi classificazione - fu lo svago del suo proprietario, fattosi scalpellino per competere con le stravaganze di Gaudì a Barcellona su scala minore.

Queste pietre d’acciaio ammassate come giocattoli abbandonati, o come un filo di perle rotto o come macchine spazio-temporali, stanno in agguato, sinistre e in disuso (come un qualcosa uscito dal primo De Chirico) nel distretto Warehouse nella parte dei quartieri alti di New Orleans: nessuna natura morta sarebbe in grado di dare il senso delle proporzioni - enormi, come giocattoli che i giganti hanno testato sul dio Thor alla sua visita a Jottunheim.

L’elegante facciata sbucciata in stile Greco con i pannelli apparentemente in rovina, sovrasta un mantello di fogliame - un’apparizione spettrale in pieno giorno, una vista comune a New Orleans dove apparizioni spettrali si trovano dietro l’angolo in ogni quartiere e strada.

