
Testo e foto di Gabriele Basilico
Credo che la scrittura in generale, e soprattutto la narrazione, sia in grado di evocare, descrivere e reinventare un luogo meglio di quanto possa fare un’immagine. Questa consapevolezza è diventata per me un’idea-guida molto importante. La capacità analitica della scrittura approfondisce e dilata il tempo della percezione e dell’immaginazione. Al contrario, spesso il valore simbolico e stratificato che una singola fotografia contiene ha bisogno di essere decodificato per meglio comprendere il messaggio. Posso citare tre scrittori la cui opera è nota anche per avere influenzato direttamente o indirettamente la ricerca dei fotografi, in particolare la generazione a cui appartengo, e sono Italo Calvino, Peter Handke e Gianni Celati. Penso che la minuziosa descrizione che Celati fa dei suoi percorsi minori in luoghi anonimi della pianura emiliana rappresenti non solo un ritratto topografico e sociologico di quella realtà, ma anche una visione poetica che aiuta a interpretare un mondo spesso opaco, misterioso e in fondo incomprensibile. Per me, che sono milanese, è stato molto importante anche Alberto Savinio, di cui in particolare il libro Ascolto il tuo cuore, città dedicato alla Milano dopo i bombardamenti del 1943 – è come un manuale sensibile per interrogare una città amata in un momento delicatissimo, e rivela tutta la capacità visionaria e surreale di un grande autore.

Credo che le immagini possano naturalmente parlare e raccontare da sole (o nelle serie in cui sono organizzate). Posso cercare di descrivere come, in modo forse un po’ compulsivo, mi avvicino alla realizzazione di un lavoro: è una sorta di costante, come un evento ricorrente, una condizione, quasi anche un rito, nel quale è in gran parte raccolta la mia esperienza dell’arrivare a scattare. Mi capita spesso infatti, dopo interminabili ore di autostrada, che un cartello stradale annunci che finalmente sto arrivando alla meta. Il traffico nell’ora di punta della sera aumenta il mio stato d’ansia, e non mi è mai piaciuto arrivare in una città sconosciuta con il buio. Ho bisogno di un po’ di tempo, quantomeno per poter scegliere un albergo dall’aspetto simpatico (che deve diventare per un po’ di giorni la mia casa), né troppo lussuoso né troppo economico, ma soprattutto collocato in un punto strategico e “amico della città”. Tutto questo, si intende, visto dalla strada. Arriva poi la fase più delicata, più psicologicamente faticosa, quella del sopralluogo per le riprese: da dove cominciare, cosa vedere, cosa scegliere, come limitare le aree e i soggetti da fotografare, con quale metodo e con quale arbitrio stabilirne i confini? La zona industriale sarà interessante? Anche se il centro storico e i monumenti in questo primo stadio della ricerca mi interessano meno, non posso escluderli dal sopralluogo. Altrimenti come capire questa nuova città? Le città sono come un libro che bisogna leggete per intero, diversamente si rischia di non afferrarne il senso. La periferia, i margini e le zone di nuova espansione: nella mia vita sono andato a finire sempre un po’ più in là. In effetti, sono le zone che mi interessano di più. E se è vero, come ribadisco incessantemente, che la città è come un grande corpo dilatato, incommensurabile, per capirci qualcosa bisogna avere pazienza, tenere a bada quel sentimento di conquista, quella vertiginosa sensazione di possesso che un’immagine troppo rapida e furtiva può restituire.

Per prima cosa, come sempre, mi procuro una carta. Bisogna provare a imparare a leggere la forma della città, i suoi percorsi urbani. Verificare immediatamente nella realtà, cercare. Le guide, le mappe colorate, a diverse scale di ingrandimento, in genere sono molto meglio di quelle che mi sono state spedite (quei l:5000 o l:10000 bluastri degli studi di urbanistica, iper dettagliati, ma scomodi e quindi inservibili per fare i sopralluoghi). Arrivo finalmente sul luogo: agglomerati recentissimi, non ancora ben riconoscibili sulla carta, che testimoniano una vasta zona di espansione. Ecco forse finalmente una “differenza” dal mio Paese, non tanto sulla tipologia edilizia o sui materiali, quanto sul metodo insediativo: l`infrastruttura urbana precede gli edifici, le strade, i marciapiedi. Cordoli, asfalto, lastricati, lampioni, cavi, sono già in opera, come un tracciato in attesa di architettura, una tavola imbandita in attesa delle portate e poi dei commensali. In me si mette in moto in modo quasi automatico uno dei processi più metaforicamente propri di questa fotografia, quello della “misurazione” visiva, La scelta del punto di vista è come sempre fondamentale. Dal quel punto si proietta, cioè si misura, e quindi si sposta e si decentra, avvicinandosi o allontanandosi dal soggetto. L’esercizio del guardare scorre su binari virtuali in tutte le direzioni, come su un tavolo da disegno, alla ricerca di una configurazione spaziale. Liberare la percezione, provocare un dialogo possibile con lo spazio (l’architettura, la città) e, nel silenzio, registrarne le risposte. Ridefinire in modo soggettivo e speculare il senso di ciò che appare sotto il panno nero, sul vetro smerigliato della camera: scattare la fotografia.

Tratto da Architetture, città, visioni di Gabriele Basilico
pp. 132-135
Bruno Mondadori
9788842420484







bravissimo gabriele basilico; suggestivo il suo modo di vedere le città, le periferie e il rapporto tra queste e i centri. E a questo proposito ho trovato molto interessante anche la ricerca su Palermo, svolta insieme a Ferdinando Scianna, nel volume “Palermo andata e ritorno” edito da edizioni di passaggio. Lo consiglio agli appassionati di fotografia e ancora di più agli estimatori di Basilico. (http://www.edizionidipassaggio.it/schedalibro.php?id=38)