• Cos’è l’Archivio?
  • Chi è Caltari?
  • Collabora!
Archivio Caltari










  • Scritture
  • Psicogeografie
  • Memorie
  • Segni
  • Generi e relazioni
  • Tipografie
  • Letture
    • E-Book
    • Recensioni
    • Web-comic
  • Rubriche
    • Fotobiografie
    • FuoriFuoco
    • Regole di scrittura
    • Stanze degli scrittori
  • Indice
  • Gli ambi a sorpresa di Caltari
18 giu 2011

Autore

Abbonàti

Condividi

Articoli correlati

  • Microaggressioni quotidiane
  • Le Teddy Girl dimenticate degli anni ’50
  • Femminicidio. Molte storie di donne in una parola
  • Cartoline antisuffragiste del primo Novecento
  • Donne barbute
  • The Whole Earth Catalog
  • Ulisse di Joyce e le 3 dimensioni del marketing editoriale - #2 Design
  • Ulisse di Joyce e le 3 dimensioni del marketing editoriale - #1 Hype
  • L’agguato al Corpo delle Donne
  • In quale andare? Bagni, sesso e genere
  • Per fare un libro ci vuole…
  • L’8 marzo è la festa delle donne barbute
  • Fanucci, l’on demand e la riapertura di Novaro Libri
  • Le porte alchemiche - seconda parte
  • FNL: NUE
  • Gela
  • Le porte alchemiche - prima parte
  • Prodigal Sons. L’incredibile storia del quarterback che diventò una regista lesbica
  • La Schmiss è il risultato di una Mensur
  • Le radio piovono sulle città
Alcune considerazioni a partire dall’Europride
Abbonàti Nessun commento Abbonàti Generi e relazioni Condividi

A una settimana dal pride pubblichiamo una riflessione di Anna Zinelli.

di Anna Zinelli

Torno dal mio primo pride carica di entusiasmo, quasi euforica. Nonostante dubbi e perplessità iniziali, raramente mi sono sentita coinvolta da una manifestazione a questi livelli.

Ora, razionalizzata la cosa – e recuperato finalmente il sonno!- mi interrogo però sulla valenza politica di questa iniziativa. Se è vero che la realtà che ho visto è stata completamente differente da quella macchiettistica a cui ci hanno abituato i media (certo non mancava uno spirito queer, o camp per dirlo alla Sontag, ma pride è anche questo e trovo giustissimo che lo sia, in qualità di celebrazione della diversità in ogni sua forma), è anche vero che chi non era là e basa la sua concezione dei pride su servizi televisivi di pochi minuti in cui è ricercato solo l’aspetto più appariscente, difficilmente può avere le stesse impressioni.

Parlando, leggendo forum e confrontandomi con altre persone, scopro che sono moltissimi gli stessi gay a ritenere come poco efficaci, se non addirittura del tutto controproducenti, tali manifestazioni; anche la filosofa Judith Butler, in occasione del pride berlinese del 2010, ha preso le distanze, rifiutando il premio assegnatole per il suo impegno civile e accusando addirittura l’iniziativa di essere diventata di fatto complice del razzismo di stato anziché aver mantenuto una linea comune anti-sessista come anti-xenofoba.

Eppure, resto dell’idea che questo Europride romano con la sua massiccia affluenza, in un’Italia sempre più distante dalle direttive europee in materia, possa costituire un momento fondamentale per la strada del riconoscimento dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali italiani e non solo; e che la celebrazione, anche festosa, della diversità nella sua normalità sia una tappa necessaria per un processo di emancipazione che non si identifichi con l’omologazione passiva, ma faccia della differenza un punto di forza.

Parlo di celebrazione della diversità e della differenza, e lo faccio consapevolmente. Spesso sono termini criticati e osteggiati, come lo è l’idea di un “orgoglio” omosessuale; “siamo tutti uguali”, “chi percepisce come diversa l’omosessualità è in fondo una persona che non si accetta”, “gli etero non festeggiano un proprio orgoglio, perché dovrebbero farlo i gay?” . Ma per me, fortunatamente, non siamo tutti uguali, e c’è un orgoglio che non è un sentirsi migliori o peggiori, ma che semplicemente nasce dalla consapevolezza di essere, senza vergogna, ciò che si è (“gay by nature, proud by choice” recitava uno slogan), in una società che ci vorrebbe invece silenziosi. Un orgoglio che deriva dunque da un percorso intimo e personale, ma anche segnato dalle convenzioni sociali, che l’omosessuale è chiamato a compiere nell’accettazione di sé. Siamo diversi, e non semplicemente in relazione a una presunta “normalità” eterosessuale; non si tratta cioè di una semplice contrapposizione binaria, tra un bianco e un nero. Esistono diversità interne, esterne, esiste una totale pluralità di modi di vivere non solo la sessualità ma i rapporti umani, e questa diversità deve essere tutelata con uguali diritti.

La pluralità è appunto l’aspetto da cui non si può prescindere quando ci si rapporta all’omosessualità in senso identitario. Ogni concetto legato a un’identità (sessuale come etnica, religiosa, ideologica) è in fondo un’arma a doppio taglio, che rischia facilmente di trasformarsi in una forma di auto-discriminazione, di stereotipizzazione o chiusura quando cristallizzato, quando non concepito come costrutto culturale continuamente soggetto a ridefinizioni. Con questo non voglio aprire l’annosa diatriba sulle origini (naturali-genetiche o culturali-educative) dell’omosessualità, anche perché la contrapposizione netta tra naturale e culturale – sempre più messa in crisi dalle scienze umane - forse non fa altro che perpetuare dei binarismi che non possono che risultare semplicistici e inefficaci ad esaurire la questione. Certamente comunque esiste una componente culturale legata alla sessualità, o quantomeno al modo in cui è praticata, vissuta e concepita, e l’autodefinizione di sé come omosessuale è un atto che ha implicazioni personali come sociali; è un atto, come ogni definizione, di esclusione e di inclusione, è comunque una scelta (cosa che non è invece l’essere omosessuale) e come tale ha una serie di conseguenze che investono il modo in cui la collettività concepisce questa condizione.

L’emergere dell’omosessualità, e dell’orgoglio di essere diversi, non può quindi essere senza conseguenze, non può non determinare delle reazioni che possono essere anche quelle del rifiuto e della non accettazione, ma che portano alla continua riconsiderazione del modo in cui è concepito l’individuo che si auto-dichiara come omosessuale, che manifesta (e si manifesta) in quanto omosessuale, che richiede una parità di condizioni in quanto, e non a discapito, del suo essere omosessuale. Iniziative come il pride non possono dunque che favorire l’apertura di spazi di dialogo, e forse anche di scontro, ma comunque fondamentali nel contribuire a una dialettica tra le differenti posizioni che permetta di formulare nuovi modi in cui intendere la questione, premessa necessaria per ogni raggiungimento politico.

Il concetto stesso di omosessualità a ben pensarci è in fondo moderno, un termine ottocentesco, un bizzarro ibrido greco-latino; e questo non può che far riflettere, perché ogni definizione linguistica implica necessariamente una ridefinizione anche del suo referente. Ovviamente l’omosessualità esisteva anche prima che venisse nominata in quanto tale, ed esiste anche nel mondo animale con buona pace di tutti quelli che la vorrebbero come una cosa “contro-natura”, ma è solo in epoca moderna che si è sentita l’esigenza di una sua definizione, ancora ancorata a schemi mentali classificatori e tassonomici, gli stessi che l’avrebbero poi inquadrata in un’ottica di patologia e devianza, gli stessi che avrebbero portato alla sua persecuzione culminata con le spesso dimenticate deportazioni, ma anche con le cosiddette “terapie riparative” e le esclusioni dai diritti civili tutt’ora esistenti; ed è un concetto che forse oggi dovrebbe essere riformulato, perché si possa comprendere in senso più complesso e meno convenzionale. Prima di tutto, a mio giudizio, non ponendo più l’accento esclusivamente sulla sessualità, ma considerando anche questioni quali l’omo-affettività (il problema infatti di un omosessuale non è non potere andare a letto con il suo compagno o la sua compagna, ma le difficoltà che incontra a realizzare con lui o con lei un progetto di vita, o quantomeno le maggiori difficoltà rispetto a quelle di un eterosessuale), l’omo-genitorialità, ma anche l’identità di genere (i transessuali sono i più soggetti a discriminazioni e aggressioni), non assolutamente assimilabile alle preferenze sessuali.

La necessità è cioè di riconoscimenti e tutele giuridiche di forme di unione e di stili di vita diversi da quelli tradizionali, e che permettano dunque di avere una legge davvero “uguale per tutti”, per tutti nella loro diversità.

A Roma ho percepito una grande consapevolezza di questo, una grande voglia di rivendicare il proprio diritto di essere, di esistere, di mostrarsi per quello che si è, nelle sue forme molteplici, sfruttando l’ironia, la parodia, la rimessa in discussione dei luoghi comuni e degli stereotipi in nome di una società civile, laica, complessa, diversificata; e questo mi è piaciuto moltissimo. Ma quanto di questo passa all’esterno? Quanto iniziative come il pride possono aiutare a colmare quel vuoto giuridico che subiamo in Italia, in cui, da un punto di vista istituzionale, non esistiamo? E quanto invece passa solo il messaggio della “carnevalata” fine a se stessa attorno alla pop star di turno?

Io comunque sono tornata a casa ottimista, con l’idea che in questi giorni, in cui un milione di persone ha manifestato per i diritti lgbt, forse alcune cose stiano finalmente cambiando. Ma anche con la convinzione che non basti sfilare un giorno all’anno, che si debba cercare di cambiare le cose giorno per giorno, che si debba rivendicare e sostenere una cultura della diversità, non nella sua semplice tolleranza o sopportazione, ma nella sua esaltazione come forma di arricchimento sociale.

Abbonàti Nessun commento Abbonàti Generi e relazioni Condividi
Cancella risposta
Che ne pensi?

Archivio Caltari – 09-14 | Alcuni diritti timidi e riservati, altri no | Testata probabilistica aggiornata con frequenza randomica | Frailespatique modificato da Sim Dawdler a.k.a. Simone Petralia