
di Emanuela Borzacchiello e Valeria Galanti
foto: Rosa M. Valdez, artwork “665”, immagine trasferita su carta
Gli antecedenti
La parola “femmicidio” – femicide, in inglese – fu usata per la prima volta nel 1976, durante una seduta del Tribunale internazionale dei crimini contro le donne, svoltosi a Bruxelles. A pronunciarla fu Diane Russell, scrittrice e attivista femminista. Nel 1992, Diane Russell e Jill Radfors pubblicarono una raccolta di saggi e interventi sull’argomento dal titolo Femicide: sexist terrorism against women, nella quale il termine “femmicidio” era utilizzato per definire la morte violenta avvenuta per ragioni di genere.
La definizione esplicitava il fatto che le morti non erano “neutre” e ne sottolineava il carattere sociale, descrivendo e analizzando la società patriarcale e maschilista che non solo produceva questo tipo di violenza ma ne distorceva in seguito le informazioni a riguardo.
In questo studio pioneristico, le autrici denunciavano come il femmicidio non fosse da considerare un evento isolato nella vita delle donne vittime di violenze, bensì il tragico epilogo di un continuum di terrore fatto di abusi verbali e fisici, caratterizzato da una vasta gamma di manifestazioni di violenza: dallo stupro alla tortura, dalla schiavitù sessuale alla pedofilia, dalle molestie sessuali all’eterosessualità, sterilizzazione o maternità forzate fino alla mutilazione genitale.
Da femmicidio a femminicidio
Ciudad Juárez è una delle città più grandi del Messico. Posta giusto al centro della frontiera con gli Stati Uniti, dal 1993 al 2003 è stata teatro dell’uccisione di 285 donne. Secondo Marisela Ortiz, cofondatrice della Nuestras Hijas de Regreso a Casa, prima Ong nata per difendere le donne vittime di femminicidio, questi dati ufficiali non coincidono con quelli reali. Molte delle sparizioni, delle violenze e delle uccisioni non sono mai state denunciate e i dati sono stati manomessi dalle stesse autorità, nel tentativo di occultare la propria responsabilità e censurare la gravità del problema. Come molte delle città nate lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico, Ciudad Juárez ha modificato la propria fisionomia socioeconomica a partire dagli anni sessanta, durante i quali sono nate le grandi industrie manifatturiere – le maquiladoras – che hanno attratto copiosi flussi migratori interni. In queste fabbriche erano assunte prevalentemente donne, in quanto il lavoro femminile veniva considerato “a basso costo e docile”. La presenza, in questi territori, di un numero sempre maggiore di donne lavoratrici, per lo più giovani migranti, ha provocato un cambiamento del tessuto sociale e un riassestamento nei tradizionali ruoli di genere.
Nel 1993, la giornalista Esther Chavez Cano iniziò a scrivere dei numerosi omicidi che si verificavano a Juarez. Fu lei a usare, per la prima volta in questo contesto, il termine “femminicidio”, evidenziando come tutti gli omicidi avevano in comune il sesso delle vittime, spesso non identificate, e nella maggior parte lavoratrici nelle maquiladoras. Con il passare del tempo il numero dei crimini è diventato un fenomeno sempre più generalizzato, cominciando a interessare donne di tutte le età e classi sociali.
All’inizio del 2000, Julia Monárrez Fragoso, ricercatrice presso El Colegio de la Frontera Norte a Ciudad Juárez, in un suo articolo – Femminicidio sessuale seriale in Ciudad Juarez: 1993-2001 – sostenne l’importanza di evidenziare nella parola non soltanto l’omicidio (conseguenza più estrema della violenza) ma tutti i vari elementi che generano e riproducono la violenza di genere, come «gli atti violenti, le motivazioni, i disequilibri di potere tra i sessi nella sfera economica, politica e sociale».
In questo modo, con la parola “femminicidio” non si sottolineava solo il “femmicidio”, ossia l’omicidio di donne, ma la relazione diretta tra i cambiamenti strutturali di una società, il maschilismo che la domina, le disuguaglianze sociali e il grado di violenza che in quella stessa società si genera.
La violenza contro le donne veniva così definita come universale e strutturale, fondata su sistemi patriarcali di dominio presenti in quasi tutte le società del mondo occidentale. La morte era la forma estrema di questa violenza, conseguenza di un modello culturale appreso e trasmesso attraverso le generazioni. Nel 2004, Marcela Lagarde, deputata e docente dell’Universidad Nacional Autonoma de Ciudad de México, ribadì come il termine “femminicidio” avesse un significato molto più complesso del semplice “omicidio di una donna”. “Femminicidio” si riferisce alla violenza contro la donna perché donna, crimini di questo tipo si verificano in presenza di condizioni specifiche come l’inesistenza di uno stato di diritto, in cui si riproduce una violenza senza limite e assassini senza colpevoli, in un sostanziale clima di impunità sociale.
Negli ultimi dieci anni, grazie al lavoro congiunto della ricerca scientifica, dei movimenti femministi, delle Ong, questo termine ha preso piede, affermando sempre più la sua incidenza politica, al punto che in molti paesi latinoamericani il reato di femminicidio è stato introdotto negli ordinamenti nazionali (in Unione europea, per esempio, esiste in alcune delle Comunità spagnole). In Italia, è stato da poco presentato il disegno di legge Norme per la promozione della soggettività femminile e il contrasto al femminicidio, in cui si recepisce il concetto comprendente tutti gli atti di violenza contro le donne, fisica o psicologica, che possono portare all’estrema conseguenza della morte, ma non sempre e non necessariamente.
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“Femminicidio” è quindi un neologismo che viene da lontano. Nato nel sud del mondo, ha assunto un forte significato politico a livello globale grazie al lavoro di quelle donne che da decenni rivendicano il diritto alla vita e lottano per la giustizia, convinte che qualsiasi concessione, anche minima, a zone di impunità, possa provocare un devastante effetto domino che mette a rischio i diritti di tutti gli esseri umani. È una parola che ci racconta come la violenza contro le donne coinvolga tutti, donne e uomini, che la violenza di genere è un problema strutturale della società e riguarda il tessuto sociale e politico di ogni paese.
Le messicane ce l’hanno insegnato: nominare la violenza, renderne visibile il nesso delle cause e degli effetti è la strada giusta per non avere più paura.

Emanuela Borzacchiello è messicanista e specialista in gender studies. Dottoranda presso la Facultad de Politicas, Universidad Complutense de Madrid, si occupa di diritti sessuali e riproduttivi e della violenza di genere.
Valeria Galanti è dottoranda presso l’IMT Alti Studi Lucca e Lecturer per la cattedra di Diritto dell’Integrazione della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Buenos Aires.
665 è un progetto d’arte partecipativo che nasce in risposta ai femminicidi in America Latina. Solo nel 2005, sono state uccise 665 donne in Guatemala. L’artista utiliza immagini donate da famiglia e amici per creare l’opera finale, che contiene 665 ritratti individuali su carta. Per maggiori informazioni www.rosamvaldez.com

