di Ivana Vesovic
La nostalgia è rendersi conto che le cose non erano insopportabili come sembravano allora.
(Arthur Bloch, La legge di Murphy)
Quando si parla di nostalgia, intesa come stato psicologico di rammarico, come sentimento di dolore e al contempo di felicità lontana per ciò che si è vissuto e che si vorrebbe tornare a vivere, ma ancor più quando essa si libera dal riferimento a precise epoche ed esperienze passate per assurgere a condizione di anelito indefinito, ecco che diventa lecito e quasi del tutto istintivo prendere in considerazione anche tutta quella serie di meccanismi atti a metterla in discussione, a devastarne l’effetto deprimente e a rivelarne quindi gli aspetti che possono diventare oggetto di spregio. Possono essere definite “tecniche di sabotaggio”, ovvero l’uso non complice, e appunto contrastante, oltre che danneggiante, della nostalgia: un modo di reinterpretarla, di rivederla in termini ironici, parodici e destrutturanti.
Un esempio lampante è dato da un noto pezzo di cabaret dal titolo “Il funerale. I luoghi comuni”, tratto dallo spettacolo teatrale In principio era il Trio, scritto, diretto e interpretato interamente dal trio Lopez, Marchesini, Solenghi nel 1991 e trasmesso dalla Rai nel 1993. Attraverso questo sketch si mette in scena un clamoroso dispositivo di boicottaggio del sentimento nostalgico, il quale viene depredato di qualsivoglia melensaggine con il preciso intento di farlo a pezzi, destrutturarlo, metterne in risalto gli aspetti più umoristici, risibili e faceti. La nostalgia delle cose passate è infatti il leitmotiv del dialogo che si viene creando, un meccanismo che si innesca automaticamente e che diventa esperienza vissuta condivisibile con chiunque altro. Ciò che ne scaturisce è un’esilarante e irrefrenabile parata di luoghi comuni sempre in voga e talmente radicati nel linguaggio e nel pensiero da riuscire paradossalmente a costituire un dialogo di circa dieci minuti che possa apparire sensato e dotato di filo logico.
La maggior parte dei luoghi comuni che si susseguono nel corso della conversazione è espressa al passato e non fa altro che reiterare il costante rivolgersi all’indietro caratteristico di tutto lo spezzone, a partire dall’ambientazione: il funerale è uno dei luoghi del ricordo per antonomasia, nonché, peraltro, apogeo di tutte quelle situazioni emotivamente costrette in cui le parole vengono a mancare e che portano all’inevitabile azionarsi dei convenevoli come una sorta di “salvagente”, come mezzi per alleggerire una situazione dopo un iniziale imbarazzo. Le prime battute sono difatti perfettamente contestualizzate nella funzione funebre; la morte è il luogo del non ritorno, ciò che dà origine al compianto e al rimpianto, un rimpianto che spesso è legato alla consapevolezza – o ancor più all’autoconvincimento – che ciò che non c’è più non potrà mai essere raggiunto ed equiparato da ciò che viene dopo. È come se nelle manifestazioni di nostalgia, che spesso e volentieri assumono la forma dell’opposizione a un presente indesiderato, si delinei una specie di elaborazione del “lutto” personale per i tempi andati. Da qui la persuasione che «sono sempre i migliori quelli che se ne vanno», affermazione incipit che viene immediatamente privata di tutta la sua drammaticità per dare spazio alla comicità, vero obiettivo degli autori, con il tentativo forse di sdrammatizzare e quindi esorcizzare la morte.
Si assiste in seguito a uno slittamento contestuale che potrebbe apparire a prima vista forzato ma che si fa via via più naturale e disinvolto: il passaggio dal tema della morte ad altri assunti di carattere ordinario avviene in modo inesorabile, sfociando in una degenerazione che non abbandona mai la costante del luogo comune e che fa sistematicamente riferimento a una presunta supremazia del passato. Il discorso è infatti costellato di formule consolidate e di frasi fatte che di continuo mettono a confronto un presente riprovevole, un “oggi” bieco e corrotto, con un passato che è, al contrario, encomiabile, irreprensibile, esemplare. In questa carrellata di ovvietà si profilano espressioni come «Oggi come oggi, la vita non è più come una volta», «Non esiste più la mezza stagione», «Non esiste più religione» o ancora «Si stava meglio quando si stava peggio» ed altre che consistono in effettivi raffronti: è il caso di «Oggi le città sono diventate invivibili, […] le città oggi sono giungle, Bronx!», «Se tu oggi cerchi un impiego, tu non vai avanti se non hai una poderosa raccomandazione» – per sottolineare un’ennesima volta come i valori di correttezza del passato siano ormai scaduti nella disonestà e nel lassismo –, per arrivare a lamentare la degradazione di aspetti ben più elementari dell’esistenza: «Una volta era diverso, una volta… Ma i sapori di una volta! Adesso vai a mangiare qualunque cosa […] ha tutto lo stesso sapore: acquetta! E coloranti, e conservanti, e falsificanti… Veleno!», «Ma i giovani di adesso! Si baciano per strada, arroganti, le parolacce… Sporchi!». In definitiva, è tutto attinto da un frasario atto a imbarbarire il presente, saturo di difetti, per nobilitare dall’altra parte il tempo che fu, che di difetti sembra invece scevro e perciò elevato a condizione migliore.
Ma è precisamente da questa cristallizzazione della nostalgia per il passato che parte il luogo comune proprio perché essa si pone come uno dei raccordi fondamentali tra l’identità personale e i processi di identificazione collettiva, ovvero tra il piano psicologico e quello politico. Da sentimento personale, il sentimento nostalgico diviene condivisione idealizzata e stereotipata di un’idea o di un’opinione. Il luogo comune è in fondo questo: un’opinione – non necessariamente vera – la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà; un concetto facilmente riconoscibile che vola veloce di bocca in bocca senza troppe meditazioni; un’espressione abusivamente utilizzata da tanti per riferirsi a qualcosa o a qualcuno. Una facile scorciatoia, insomma, per trovare il consenso di chi si ha di fronte.
Una chiave per comprendere la fortuna dei luoghi comuni e, talvolta, l’impossibilità di evitarli, viene da Gustave Flaubert e dal suo Dizionario dei luoghi comuni [1]. Questa sua raccolta di note, infatti, viene definita dallo stesso autore come uno «sciocchezzaio» e rappresenta una minuziosa e quasi maniacale raccolta di prove dell’estremamente diffusa stupidità umana – dalla quale era ottenebrato –, quella che in francese si chiama bêtise e la stessa che percepì anche Baudelaire, definendola «l’ala dell’imbecillità» [2]. Redatto insieme al compagno Edmond Laporte, lo Sciocchezzaio si presenta come una raccolta di citazioni riunite in rubriche, un ricettario in cui, come egli stesso affermò: «Vi si troverebbe, in ordine alfabetico, su tutti gli argomenti possibili, tutto ciò che è bene dire in società per essere un uomo come si deve e amabile». L’autore vi trascrive i cliché della conversazione, che è il linguaggio sociale anonimo e vi riporta le citazioni utilizzate dai borghesi nella vita di società del suo tempo, ne aveva formato «un fascio formidabile che sconcerta qualsiasi fede e affermazione» [3]. Ma è soprattutto durante la redazione di Bouvard e Pécuchet che Flaubert si occupa maggiormente dei luoghi comuni, riunendo gli elementi sparsi delle sue ricerche sulla stupidità. In un articolo del «Corriere della Sera» del 31 marzo 1969 Ennio Flaiano raccontava di aver visto una “riduzione” teatrale del romanzo e la commentava così [4]:
Questi due personaggi sono gli immortali testimoni della stupidità e Flaubert con essi intendeva dimostrare quella del suo tempo; servendosi delle idee allora correnti […]; mettendoli alla prova nell’applicazione di quelle idee[.]
Il luogo comune viene quindi deliberatamente utilizzato come tecnica empatica: affermando un’opinione condivisa, non si comunica nulla e tuttavia si è quasi certi di attirare la simpatia dell’interlocutore anche per dimostrare l’appartenenza, o per lo meno la vicinanza, allo stesso modo di pensare: ci si serve di frasi fatte, detti e proverbi appartenenti al popolo e che a distanza di tempo continuano a circolare nell’atmosfera odierna. Si tratta di affermazioni, a volte vere a volte false, che non nascono dall’osservazione diretta dei fatti ma dal “sentito dire” senza fonte: il luogo comune, essendo ritenuto una ovvietà, non richiede infatti alcuna prova fisica né ci si attende che sia sottoposto a critica o falsificazione, resistendo persino all’evidenza – nei rarissimi casi in cui vi è confrontato.
Nella trappola dell’esperienza individuale, è molto facile che i fatti che si accordano con la propria opinione siano ricordati come più frequenti e significativi dei fatti che la smentiscono. La discordanza tra l’evidenza e il luogo comune viene attribuita al caso, alla cosiddetta “eccezione che conferma la regola”, mentre la concordanza viene interpretata e ricordata come una conferma: la loro frequenza relativa subisce l’effetto deformante della memoria che, con una serie di nessi e meccanismi, innesca un processo di conferma e amplificazione.
Così come la condivisione di un luogo comune crea fratellanza, allo stesso modo la sua negazione può risultare sgradevole ed essere interpretata analogamente alla violazione della regola di un gioco. Perciò, anche di fronte a una plausibilità soverchiante e a un’evidenza palese, il risentimento nei confronti di colui che rompe il “giocattolo” del luogo comune è tale che molti si ostinino a rivendicarlo, mantenendo la – per così dire – propria opinione nonostante tutto, come se l’oggetto del luogo comune fosse oggetto di fede, anziché cosa dimostrabile. Ma, come del resto sosteneva Schopenhauer, «l’universalità di un’opinione, parlando seriamente, non costituisce una prova e non è nemmeno una probabilità che l’opinione sia corretta» [5].
Si potrebbe a questo punto omologare l’aberrazione in difesa del luogo comune, compreso quello particolare legato alla nostalgia, a una chiara espressione di dialettica eristica, e precipuamente all’atteggiamento puerile e irrazionale insistente sul fatto di aver ragione. Anziché correggere lo sbaglio commesso, si tende a proseguire la propria azione – biasimare il presente in nome di un passato più puro, per esempio – perché ritenuta entro i canoni di giustezza. Più si persevera, tuttavia, e più diviene complicato ammettere il torto, fare i conti con l’evidenza in sostanza, il che denoterebbe l’adozione di una condotta matura.
Appare quindi più che mai evidente che, messa in questi termini, la nostalgia viene vissuta con una certa immaturità: non si proietta più come un sentimento intimo, profondo ed esclusivo della persona ma come verità inconfutabile approvata all’unanimità. Per non correre alcun rischio e non assumersi la responsabilità del proprio pensiero, si diventa vittime della parola inerte: si accetta di rinunciare alla propria identità, alla libertà di dire per, al contrario, venire detti dall’immaginario linguistico collettivo. L’immaturo vede il luogo comune come un’istituzione, un dogma da accettare passivamente senza soffermarsi a comprovarne la validità, senza esternare il coraggio – tantomeno la volontà – di approntare una riflessione per metterlo finalmente in questione: si limita a ripetere ciò che è già stato detto e pensato da altri, prendendo parte così alla categoria degli “stupidi”, di coloro che parlano per associazioni e non per dimostrazioni. E d’altronde la natura dello stereotipo non è data esclusivamente dalla sua infondatezza e banalità, ma soprattutto dalla sua accettazione acritica e dalla conseguente approvazione incondizionata da parte della totalità.
In conclusione, non esiste un’evidenza delle cose così come non esiste un’univocità della risposta. Le esperienze, le cose in generale, urtano e spingono il pensiero che attraverso la lingua raggiunge l’espressione e alla forma di questa espressione può rispondere solo l’apertura continua, la domanda in grado di produrre una più intensa coscienza della realtà e di essere l’antidoto a quella che Kundera – in L’insostenibile leggerezza dell’essere – diede il nome di «seconda lacrima». Perché «una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro».
[Testo prodotto nell’ambito del laboratorio Arrestare il tempo. Nostalgia, immaturità e analisi del presente. Leggi l’introduzione]
[Leggi anche: Atlantis, storia di un mondo perduto, di Laura Vescovi]
Note
1 Dictionnaire des idées reçues. Flaubert distingue i lieux communs e le idées reçues che nell’uso attuale tendono a confondersi: «Niente differenzia veramente questi due termini se non le connotazioni legate alle loro origini. Il luogo comune insiste sul consenso e rinvia all’opinione condivisa che per la sua banalità stessa comporta l’adesione del più gran numero […]. L’idea ricevuta invece mette in rilievo il carattere fittizio delle idee collettive, adottate senza discernimento critico» Ruth Amossy, Les idées reçues. Sémiologie du stéréotype, Nathan, Parigi 1991, pp. 31-32. La traduzione è mia.
2 Charles Baudelaire, Diari intimi, SE, Milano 2012, p. 128.
3 Guy de Maupassant, Étude sur Gustave Flaubert, in Œuvres posthumes, Conard, Parigi 1930, p. 138. La traduzione è mia.
4 L’articolo si trova in una raccolta di testi di Flaiano curata da Maria Corti e Anna Longoni in Scritti postumi, Bompiani, Milano 1988, poi ripubblicata con il titolo La solitudine del satiro, Adelphi, Milano 1996, pp. 309-311.
5 Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi, stratagemma n° 30, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1991.








e forse è proprio questo il virus della disaffezione alla parola. C’è troppo parlare e troppo parlare porta alla formazione dei luoghi comuni; tuttavia se non si parla non si costruisce e de- costruisce la realtà e se ciò non avviene non vi è vita. Non se ne esce, ma se ne può parlare! ; )