
di Claudia Pianta
Un film in bianco e nero e completamente muto: la scommessa non poteva essere più rischiosa eppure Michel Hazanavicius l’ha vinta a mani basse, raccogliendo finora l’applauso più caloroso e entusiasta della stampa. («Il Corriere della Sera», 16 maggio 2011)
Risate, applausi, spettatori rapiti, almeno quelli un po’ più agée. Inserito all’ultimo momento in gara, “The Artist” di Michel Hazanavicius, potrebbe essere l’outsider che spiazza le previsioni di un concorso grandi firme. («La Stampa», 16 maggio 2011)
È muto, ma parla: al cuore e alla testa. È “The Artist” del francese Michel Hazanavicius, che ci riporta indietro ai bei tempi della settima arte, quando le labbra si muovevano ma senza profferire verbo. («Il Fatto Quotidiano», 8 dicembre 2011)
Questo film diretto dal francese Michel Hazanavicius, ha soprattutto una virtù eccezionale quasi dimenticata dal cinema: con una storiella vecchia come il cucco riesce, proprio perché muto, proprio perché in bianco e nero, proprio perché di massima elegante, raffinata semplicità, a commuovere. («la Repubblica», 9 dicembre 2011)
Queste sono solo alcune delle innumerevoli recensioni entusiaste che hanno accolto The Artist, lungometraggio del 2011 del regista francese Michel Hazanavicius. Il film ha partecipato in concorso al sessantaquattresimo Festival del Cinema a Cannes, riscuotendo subito un enorme successo di critica. Oltre alla nomination alla Palma d’Oro per il regista, The Artist si è visto riconoscere il premio per la migliore interpretazione maschile da parte dell’attore protagonista Jean Dujardin e anche il Palm Dog Award per Uggie, il Jack Russell Terrier diventato famoso in tutto il mondo proprio grazie a questa sua “interpretazione”.
Nel 2012, l’opera di Hazanavicius ha inoltre vinto tre Golden Globes (miglior film commedia o musicale, miglior attore in film commedia o musicale a Dujardin, miglior colonna sonora a Ludovic Bource) e ha dominato la cerimonia degli Academy Awards. Il film ha ricevuto infatti dieci nomination agli Oscar e si è portato a casa ben cinque statuette tra le più prestigiose: miglior film al produttore Thomas Langmann, migliore regia a Hazanavicius, miglior attore protagonista a Dujardin, migliori costumi a Mark Bridges, miglior colonna sonora a Bource.
Non ci sarebbe nulla di particolare o di diverso rispetto ad altri film che ogni anno godono del favore di pubblico e critica, se non fosse per un particolare: The Artist è un film muto e in bianco e nero, ed è, come già detto, del 2011. Negli ultimi decenni, il mondo del cinema, soprattutto Hollywoodiano, è stato soggiogato al dominio della tecnologia: effetti speciali, computer grafica, 3D, stop motion. In questo panorama cinematografico completamente proiettato nel futuro, The Artist ritaglia uno spazio-altro e ci riporta indietro di ottant’anni. La forza di questo film sta proprio in questo: fare provare allo spettatore la nostalgia dei vecchi film muti, quelli che oramai sono stati superati e che hanno visto la loro fine con l’avvento negli anni Trenta del film sonoro.
Dopo la sua uscita nelle sale, sembra che sia scattata un’epidemia: l’amore per il cinema muto della Hollywood dei primi anni del Novecento. Eppure, molti film muti originali sono stati a disposizione del pubblico da sempre, e ciononostante, prima di The Artist, essi attraevano solo gli intenditori del genere e i cinefili di professione.
Quindi, cosa è cambiato? Come mai questo film, muto e in bianco e nero, ha avuto così tanto successo? Ma a questo punto la domanda nasce spontanea: The Artist è davvero un film muto e in bianco e nero? Potrebbe essere una pellicola del 1927 ritrovata solo ora e proiettata nelle sale nel 2011? E se con un’ipotetica macchina del tempo potessimo tornare indietro fino a quell’anno con la pellicola di The Artist stretta tra le mani, andare in un cinema di Los Angeles e fare partire la proiezione, come reagirebbero gli spettatori? Se ne starebbero tranquillamente seduti a godersi uno fra i tanti film proiettati in quel cinema? Oppure il film in questione risulterebbe strano, diverso dagli altri, con caratteristiche nuove non riscontrate fino a quel momento in nessun altro lungometraggio del genere?
In questo articolo si cercherà di trovare una risposta a queste domande, proponendo un’analisi critica di The Artist che lo ponga in relazione con i veri e propri film muti del primo trentennio del ventesimo secolo. I due concetti su cui si basa inoltre questo studio sono l’immaturità e la nostalgia: essi vengono ritrovati sia all’interno della trama del film, sia nella realtà attuale che ha accolto questo film e quindi negli effetti che esso ha prodotto sulla cultura contemporanea.
La trama
The Artist è ambientato a Hollywood nel 1927. Il protagonista è George Valentin, grande star del cinema muto, acclamato dalla critica e amato dal pubblico. Non si può dire lo stesso di sua moglie, con la quale vive una relazione ormai logora e priva di emozioni. La sua vita privata conta giusto un paio di rapporti autentici, tra cui quello con il maggiordomo Clifton e con il cane, un Jack Russell che non lo abbandona mai neanche in scena.
Dopo la premiere del suo ultimo film, Valentin sta posando per i fotografi quando improvvisamente una giovane ammiratrice, inciampando, si ritrova vicino a lui. L’attore reagisce con umorismo all’accaduto, e anzi, decide di posare allegramente insieme alla ragazza. Il giorno seguente, la foto dei due finisce in prima pagina, e la giovane donna, Peppy Miller, spinta da questo bagliore di notorietà, decide di recarsi agli studi cinematografici per fare un provino come ballerina. Più tardi, Valentin e Miller si incontrano di nuovo negli studi, e lui propone di fare partecipare la giovane danzatrice come comparsa nel nuovo film dei Kinograph Studios. Nonostante le obiezioni del produttore capo Al Zimmer, George e Peppy recitano insieme e durante le riprese nasce tra i due una forte attrazione. L’attore decide anche di regalarle un consiglio per la sua carriera, e le suggerisce di disegnarsi un neo al lato della bocca come suo segno distintivo.
Col passare del tempo, Peppy continua a lavorare nel mondo del cinema, guadagnandosi ruoli sempre più importanti. Nel 1929, Zimmer annuncia a Valentin che i Kinograph Studios non produrranno più film muti, in quanto la tecnica per eseguire film con audio incorporato è stata sviluppata e i desideri del pubblico sono ormai cambiati. George non è d’accordo con il produttore, crede che i film sonori non siano affatto il futuro bensì solo una mania passeggera, e decide quindi di produrre lui stesso un film, ovviamente muto. Esso esce nelle sale lo stesso giorno della premiere del nuovo film sonoro con protagonista Peppy Miller, prodotto dagli stessi Kinograph. Non potendo competere con il successo della nuova star di Hollywood e con la potente efficacia del suono, il film di Valentin è un fiasco. L’economia americana viene inoltre fortemente colpita dalla depressione, e in breve tempo, l’attore che una volta aveva Hollywood ai suoi piedi si ritrova solo, visto che la moglie lo caccia di casa, e senza un soldo. George assiste quindi alla sua disfatta e contemporaneamente all’ascesa di Peppy.
Nel 1931, trasferitosi in un modesto appartamento insieme al suo cagnolino, decide di licenziare il fedele Clifton, che si conferma tuttavia come l’unica persona che ancora tiene a lui, fermandosi per svariati giorni sotto l’appartamento di George sperando che cambi idea riguardo alla sua decisione. Ma Valentin, costretto a vendere tutti i suoi averi all’asta, è ormai sprofondato in una profonda depressione, che continua fino all’anno successivo, quando, offuscato dal fumo e dall’alcool, decide di riguardare i suoi vecchi film, quelli che qualche anno prima l’avevano reso famoso. Durante la visione, l’attore si rende conto di aver perso tutto e durante una crisi di nervi appicca fuoco alle pellicole. La nitrocellulosa fa ben presto propagare le fiamme in tutto l’appartamento e Valentin cade a terra svenuto, stringendo tra le braccia un’unica bobina. Il fidato Jack Russell riesce però ad attirare l’attenzione di un poliziotto che entra in casa e salva il protagonista.
Dopo essere stato portato in ospedale, l’attore, ancora incosciente, viene trasferito a casa di Peppy Miller, la quale scopre che l’unico film salvato da Valentin è quello in cui i due avevano recitato insieme anni prima. Una volta sveglio, George scopre che Clifton ora lavora per l’attrice, capisce che i suoi averi sono stati acquistati all’asta proprio dalla stessa Miller e, ferito nell’orgoglio, torna nel suo appartamento deciso a suicidarsi con un colpo di pistola. Fortunatamente, Peppy lo raggiunge in tempo per salvarlo e rivelargli il suo amore, e i due si riconciliano. Infine, la donna propone a Valentin di partecipare a un film sonoro, ma diverso dal solito: ricordandogli le sue doti di ballerino, Peppy lo convince a far parte insieme a lei di un musical prodotto da Zimmer. L’ultima scena del film è parlata: mostra i due attori che ballano insieme la stessa coreografia, e una volta terminato il balletto, il produttore chiede a George di ripetere la scena. Il protagonista rivela quindi la sua voce, e il suo accento francese, dicendo la sua unica battuta del film: “Con piacere!”
Caratteristiche tecniche: «The Artist» è un vero film muto?
Come già accennato nell’introduzione di questa analisi, il lavoro di Hazanaviciuspresenta caratteristiche non comuni ai film solitamente prodotti dagli anni quaranta fino a oggi. Le due peculiarità che balzano immediatamente all’occhio dello spettatore sono l’assenza di dialoghi sonori e il bianco e nero. Nonostante sia stato presentato da tutte le principali testate giornalistiche mondiali come un film muto, The Artist non lo è affatto. Il film è sonoro, a partire dalla colonna sonora presente per settantasette minuti sui cento totali, fino alle due scene in cui si sentono chiaramente i suoni, i rumori e le voci. Una di queste è l’incubo del protagonista al ventottesimo minuto: dopo aver saputo la notizia dell’avvento del sonoro, George Valentin sogna di sentire tutti i rumori intorno a sé. Lui stesso, tuttavia, non riesce a produrre dei suoni né a parlare, e mentre tutto intorno rumoreggia, lui rimane muto e senza possibilità di parola.
Per quanto riguarda la colonna sonora, inoltre, è bene fare una distinzione tra The Artist e i film muti originali del primo trentennio del Novecento. In quegli anni, la tecnica per produrre delle riprese sonore non era ancora presente, o comunque non era ancora sviluppata completamente. Il suono non era tuttavia estraneo ai film muti: «Fin dagli inizi le proiezioni erano state accompagnate da imbonitori che commentavano, interpretandole per il pubblico, le immagini riflesse sullo schermo» [1].
Le immagini proiettate venivano inoltre accompagnate dalla musica: in sala era presente un pianista, o in alcuni casi un’orchestra, che suonava improvvisando la colonna sonora. Più tardi, si poté anche assistere a musica non più improvvisata bensì composta su commissione. Ovviamente, l’audio di The Artist è quello dei normali film sonori: chiaramente, sarebbe stata un’impresa pressoché impossibile portare in tutte le sale cinematografiche del mondo un pianista che accompagnasse il film realmente muto.
Questa differenza tra The Artist e i veri film muti è alquanto palese e scontata, eppure è necessario ricordarla per rendersi conto che quello di Hazanavicius è un film sonoro che dà solo l’impressione di essere muto. Lo stesso tipo di considerazione va fatta per quanto riguarda il colore. The Artist non è stato girato in bianco e nero, bensì a colori. Il bianco e nero è stato aggiunto come effetto in postproduzione.

Il lavoro del regista per fare assomigliare il suo film a un vero film muto non è stato comunque del tutto negativo. Per quanto riguarda il formato, per esempio, l’aspect ratio (il rapporto tra altezza e larghezza dell’immagine) di The Artist è di 1.33:1, molto simile a quello dei film muti degli anni Venti (più precisamente, il formato originale dei film dell’era classica del muto era di 1.37:1). Anche la frequenza dei fotogrammi di The Artist è particolare e cerca di avvicinarsi a quella dei film muti originali. La tecnica di ripresa dei veri film muti era infatti più lenta rispetto a quella dei film sonori, e la frequenza di fotogrammi andava solitamente dai quattordici/sedici ai diciotto/venti fotogrammi al secondo. Ciò conferiva al film i movimenti innaturali e a scatti tipici del cinema muto. Hazanavicius decide di girare il suo The Artist con una frequenza di ventidue fotogrammi al secondo, che è maggiore rispetto ai film muti originali, ma comunque inferiore rispetto ai film sonori moderni (ventiquattro fotogrammi al secondo). Altra caratteristica di The Artist tipica dei veri film muti è la presenza di diapositive didascaliche con sfondo nero che presentano i dialoghi dei personaggi laddove la sola mimica degli attori sia insufficiente.

A proposito di mimica facciale, bisogna riconoscere la bravura degli attori di questo film, a partire dal protagonista Dujardin, eccellente nel trasmettere allo spettatore emozioni, sensazioni e pensieri.
In conclusione, The Artist non può essere considerato un vero film muto né in bianco e nero. Tuttavia, il regista ha ideato un prodotto ben confezionato, in grado di colpire l’attenzione di pubblico e critica e creare nelle sale cinematografiche l’illusione di essere trasportati indietro nel tempo di ottant’anni.
Nostalgia e immaturità nel nostro tempo e nella trama
La nostalgia è un sentimento che negli ultimi anni ha preso il sopravvento su tutti gli altri. È come se, con la svolta del millennio, si fosse creato uno spazio e un tempo diversi dal qui e dall’ora, e ancora più dal domani e dal chissà dove. La nostra cultura è diventata un continuo guardare indietro. La musica, il cinema, internet, la moda, i prodotti d’uso quotidiano, tutto sembra dirci che il passato è un immenso e meraviglioso serbatoio da cui attingere per vivere il presente e immaginare il futuro.
Il successo mondiale di The Artist è un testimone perfetto di questa tendenza retrograda. Accolto con iniziale diffidenza, ha poi conquistato il cuore e le menti degli spettatori, proprio perché, come già detto, le loro vite sono state tinte per un attimo di un vintage bianco e nero. La nostalgia è inoltre connessa con un’altra condizione mentale: l’immaturità. Definire precisamente cosa sia l’immaturità è un compito assai arduo; tenterò quindi di descrivere come mai George Valentin, protagonista del film analizzato, possa essere considerato un immaturo che non vuole rinunciare alla nostalgia.
Come già spiegato in precedenza, lo snodo essenziale della trama del film è l’avvento del cinema sonoro e l’effetto che questa svolta ha sui personaggi. Il primo film sonoro vero e proprio della storia del cinema, ovvero con colonna sonora, effetti sonori e dialoghi, è Il cantante di jazz (The Jazz Singer) del 1927, prodotto dalla Warner Bros, diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson. Nonostante esso sia ancora per buona parte muto e con didascalie, i pochi minuti di dialoghi e sonoro sincronizzato con le immagini lo rendono a ragione il primo lungometraggio sonoro. Il primo film completamente parlato, sempre della Warner Bros, è Lights of New York del regista Bryan Foy, uscito nel 1928.

Sono proprio questi gli anni in cui è ambientato The Artist, e l’atmosfera è quella dubbiosa ma allo stesso tempo piena di entusiasmo e speranza che caratterizza il mondo del cinema durante questo cambiamento epocale. All’inizio del film di Hazanavicius, George Valentin è inconsapevole di questa grande innovazione che sta per essere portata sugli schermi ed essendone inconsapevole è felice, spensierato e si gode la fama guadagnata con i film muti. La sua inconsapevolezza lo rende immaturo, incapace di accorgersi che il cinema muto diventerà ben presto storia.
Anche nel momento in cui Zimmer lo mette faccia a faccia con la nascita del film sonoro, Valentin non ci crede, o meglio, non vuole crederci. L’attore si aggrappa al suo passato, al successo derivato da un qualcosa che sta per scomparire: è come se non volesse perdere la sua inconsapevolezza, la sua immaturità. O meglio, è come volesse rimandare il momento della presa di coscienza di questo cambiamento, in modo da rimandare anche il momento in cui dovrà cambiare completamente il suo lavoro o perderà tutto.

Come si vede poi nel trascorrere del film, Valentin perde effettivamente tutto, poiché non è disposto a effettuare la presa di coscienza di cui sopra che implica lavorare in film sonori. L’attore si rifugia quindi nella nostalgia. Inizialmente prova a mantenere vivo il suo passato, decidendo di produrre un proprio film muto. Durante le riprese egli non si accorge però che quel tipo di cinema di cui lui è protagonista e rappresentante è diventato ormai anacronistico. Se ne accorge solamente nel momento in cui vede con i propri occhi che la sala dove il suo film viene proiettato è semi deserta, al contrario di quella dove viene proiettato il film sonoro di Peppy Miller.
L’attimo della consapevolezza invece di produrre nell’attore un desiderio di cambiamento causa in lui la volontà di tornare indietro. Momento emblematico della nostalgia del protagonista è la scena in cui egli riguarda i suoi vecchi film e improvvisamente decide di dar fuoco alle pellicole. Non sono solo i film ad andare in fumo, ma tutta la sua carriera e il suo passato. L’unica bobina salvata da Valentin rappresenta quel momento del passato che l’attore non vuole eliminare, ovvero l’attrazione nata sul set tra lui e Peppy.
L’atto di volersi in qualche modo eliminare ricorda quello che succede a uno dei più famosi attori di film muti di tutta la storia del cinema, Buster Keaton, in un cortometraggio muto del 1964.
Il film in questione è l’unica sceneggiatura cinematografica del drammaturgo inglese Samuel Beckett, ed è diretto da Alan Schneider.
Il cortometraggio, intitolato tautologicamente Film, racchiude in una ventina di minuti proprio la paura di essere percepiti dal mondo esterno e il desiderio di volersi cancellare. La scelta dell’attore protagonista non è un caso: Keaton è stato uno dei maggiori interpreti del cinema muto che però ha visto nell’avvento del cinema sonoro l’inizio del suo declino, proprio come accade al protagonista di The Artist.
Durante quasi tutto il cortometraggio, Keaton viene ripreso solo di spalle o di tre quarti; la sua faccia rimane nascosta allo spettatore. Il personaggio sta scappando affannosamente dallo sguardo della macchina da presa. A un certo punto giunge in una stanza, e una volta lì, decide di eliminare qualsiasi cosa lo possa in qualche modo vedere e quindi percepire: porta fuori il cane e il gatto, cala una tenda sulla finestra, copre con un telo nero la gabbia di un uccellino, la boccia con un pesce rosso e lo specchio. Dopo aver eliminato tutte le fonti che possano percepirlo, il protagonista apre una valigetta e ne estrae delle fotografie che lo ritraggono fin da bambino: proprio perché anch’esse raffigurano una sua rappresentazione, il personaggio le straccia violentemente.
A questo punto, egli sembra essere più rilassato e sprofonda nella sedia. Tuttavia, improvvisamente, si accorge che c’è qualcun altro che lo sta guardando, rappresentato dall’occhio della cinepresa, il quale fa una veloce panoramica sulla stanza e si ferma finalmente sul viso del protagonista con un occhio coperto da una benda nera. All’improvviso, però, lo spettatore lo vede in piedi che guarda sé stesso seduto sulla sedia. Il cortometraggio termina infine con un primissimo piano su un’iride, presumibilmente quella dell’attore protagonista. Il senso di Film può in buona parte rappresentare il desiderio di George Valentin di non volersi più vedere, che passa attraverso l’eliminazione degli elementi che lo raffigurano, come le pellicole dei suoi stessi film.
L’immaturità di Valentin si risolve alla fine del film con un compromesso: Peppy lo convince a recitare in un film che è sì sonoro, ma che fa parte di un genere in cui i dialoghi non sono l’unica parte essenziale, ovvero il musical. Non è necessario che lui metta in atto uno stravolgimento delle sue doti attoriali basate sull’interpretazione mimica poiché esse sono fondamentali anche nella danza. In un certo senso, quindi, l’attore riesce a rimanere in un limbo sospeso tra immaturità e maturità, e non è tenuto a rinunciare alla sua nostalgia e a staccarsi del tutto dal suo passato in quanto esso può ancora fornire una base per il suo lavoro futuro.

Conclusioni
The Artist è figlio del proprio tempo. Può sembrare una contraddizione, visto che vuole apparire come un film muto degli anni Venti. Eppure, nonostante la trama e la tecnica, è un film più che mai attuale perché attuale è la sensazione che trasmette. Il suo enorme successo è dovuto al fatto che sia riuscito a cavalcare l’onda nostalgica che attraversa il mondo culturale di oggi. E poco importa se quasi nessuno tra gli spettatori di The Artist ha avuto l’opportunità nella vita di andare al cinema nei primi anni del Novecento e guardare un film muto. La nostalgia che questo film comunica funziona e colpisce anche se non si è vissuto in prima persona gli anni e gli avvenimenti che racconta.
Non bisogna dimenticare inoltre che, come già detto, il film di Hazanavicius non è un vero film muto e in bianco e nero. Esso dà l’illusione di esserlo, ed è proprio questa illusione che regge la nostalgia trasmessa e di conseguenza che crea nel pubblico un senso di immaturità. Nel momento in cui guarda The Artist, lo spettatore non è consapevole delle differenze tra questo film e i film muti originali; quello che lo colpisce è la sensazione di essere tornati indietro nel tempo. Chi guarda questo film convinto che sia un film muto e in bianco e nero è come George Valentin: si aggrappa a una nostalgia che lo tiene vivo un momento di inconsapevolezza e quindi di immaturità. Nel momento in cui scatta la presa di coscienza del fatto che The Artist sia un prodotto studiato ad arte, la magia della nostalgia svanisce, arrivano la consapevolezza e la maturità. Forse però, anche lo spettatore preferisce fare come Valentin. Anche lo spettatore preferisce giungere a una maturità incompleta e incompiuta, tenendosi stretta l’illusione che possano ancora esistere film che ti trasportano in un tempo che non ci appartiene più. E forse solo in questo modo si può godere a pieno e senza delusioni del mondo nostalgico creato da Michel Hazanavicius.
1 Paolo Cherchi Usai, Una passione infiammabile. Guida allo studio del cinema muto, Torino, UTET 1996, p. 12.
Bibliografia
– F.M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Einaudi, Torino 2004.
– P. Cherchi Usai, Una passione infiammabile. Guida allo studio del cinema muto, UTET, Torino 1996.
– M. Michel, Il cinema muto.Un linguaggio universale, Lindau, Torino 2008.
– E. Morreale, L’invenzione della nostalgia. Il vintage nel cinema italiano e dintorni, Donzelli, Roma 2009.
– S. Reynolds, Retromania, ISBN, Milano 2011.
– P. Rotha, R. Griffith, Storia del cinema, Einaudi, Torino 1964.
Filmografia
– Film, regia di S. Beckett, 1964.
– The Artist, regia di M. Hazanavicius, 2011.
Testo prodotto nell’ambito del laboratorio Arrestare il tempo. Nostalgia, immaturità e analisi del presente
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