di Conrad
Comincio raccogliendo sparse tutte le mie sensazioni. Così mi è stato insegnato da piccolo. «Quando non sai da dove cominciare fai così!», mi ha detto. Io «fatto!» dico, mostro il foglio, alzo la testa ma intorno a me non c’è nessuno…
Quello che mi chiede di fare Alessandro da un po’ di giorni a questa parte ha un lato violento. Parlare del perché faccio quello che faccio scricchiola. È come parlare di uno di quei sogni che ti rimangono vivi anche fino a mezzogiorno, a patto però che tu non li racconti. Altrimenti diventano pane secco. E poi mollica.
Sono un collezionista di radio.
Ascolto le radio vere piuttosto (io piuttosto lo dico per dire invece e non per dire oltre) che le webradio, che sono solo una biscia di canzoni, che sono senza atmosfera e senza geografia. A me piace ascoltare le radio che trasmettono anche le parole. A me piace ascoltare le radio che hanno una propria lingua. A me piace ascoltare le radio con la lingua.
Le radio piovono sulle città.
Grazie alle radio on line (радио онлайн) ho imparato ad esempio che in russo radio on line si scrive radio onlain, solo che in cirillico.
Grazie alle radio on line dicevo, posso rispondere alla domanda «Dove vorresti essere in questo momento?».
Questa è la mia collezione di risposte.
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«Che bella mattina, che clima fresco al punto giusto, con l’asfalto bagnato e il cielo limpido. Guiderei volentieri un camper in Baviera.»
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«A Budapest! Voglio sentire che ritmo imprime alla giornata l’ungherese parlato.»
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«Vorrei togliermi le scarpe e camminare sulla moquette. E guardare di fuori, da un finestra con gli infissi bianchi, un po’ sverniciati e che si affaccia su una strada stretta.»
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«Voglio sentire l’odore del dopo la festa, cenere mista a birra sul pavimento.»
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«A Mosca! A Mосква!»
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Quando la risposta è quella giusta allora sì, la trasmissione succede e mi entusiasma. E io registro. E strappo un frammento di città.
Che in futuro porterò da qualche altra parte.
…e poi, cioè adesso, mi fermo pensando di avere quasi finito un lavoro.
Ho la sensazione di non rispettare la mia intimità. E nemmeno di riuscire ad accontentare Alessandro.
Tengo comunque qualcosa per me. Qualcosa di simile a uno di quei
sogni.
Sì, penso di avere finito. «Fatto!» dico, alzo la testa e Alessandro è qui. Lo guardo, gli mostro il foglio e gli dico: «Questa è la mia collezione di nuvole».



Che bella idea e realizzata con grazia. Purtroppo oggi la musica pop ha abdicato al suo compito di enfatizzare il brusio della vita riducendosi, come sentiamo qui, a un uniforme brusìo industriale, identico dappertutto. Non fosse per le lingue, tanto varrebbe starsene seduti in cortile con un transistor sulle ginocchia.
(Trovo affascinante che, in ungherese, una parola su quattro sia “Budapest”(.
Ipofrigio
ebbene sì, voce del verbo linkar(vi)!
saluti,
g.
una bella collezione.