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19 Feb 2010

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Caltari

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Roma pretende, Berlino dona. Intervista a Sabrina Ramacci
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Nelle sue indagini, si sa, Caltari è un po’ naif e l’eccesso di informazioni lo disturba e lo inquieta. Dunque ha deciso di chiedere aiuto alla Ramacci per spulciare libri e snocciolare insieme qualche riflessione sul flusso creativo e sociale che anima due immense capitali europee, Roma e Berlino. La Ramacci, che di nome fa Sabrina, ha scelto, non molto poc’anzi, di vivere a cavallo tra le due città, e anche di raccontarle, forte anche dello strettissimo rapporto che da anni intrattiene con la carta stampata; tra le cose è autrice di Hollywood Criminale, rassegna di delitti e morti violente del mondo della Cinecittà d’America ed è stata caporedattore dei magazine Next Exit e Purple Magazine. Ma lo spunto da cui partiamo per attraversare insieme i muri e le mura delle due capitali, per svelarne differenze e sottolinearne evidenze è la sua ultima fatica editoriale, “1001 Cose da vedere a roma almeno una volta nella vita“.

Caltari, ludico e impensierito, ha preparato delle domande a cui La Ramacci ha compostamente risposto, nonostante permanesse nella sua testa il sospetto della latente insanità caltarea.

C. Raccontare lo spazio urbano attraverso degli scorci è un modo per entrare nella città dagli interstizi delle guide classiche. È quello che stai cercando di fare con il tuo libro, appena edito per la Newton Compton e con il tuo neonato blog multiautore Sinn Berlins. Dove vuoi arrivare?

SR: “Il libro nasce per raccontare in modo coinvolgente più di Duemila anni di storia. Roma è una città costruita per strati, sia simbolici che naturali, per questo motivo ho cercato di togliere un po’ di polvere, strato dopo strato: dai Sette Colli alle curiosità quotidiane, passando per i monumenti antichi e l’eredità di ogni epoca, dal Medioevo al Rinascimento fino ai nostri giorni. “1001” è un racconto che si delinea nel tempo, attraversando migliaia di anni e intrecciando vite e leggende di imperatori e di papi, di nobili e gente del popolo. In ogni singola scheda ho cercato di scavare nel corso della storia, di intuire le connessioni, di capire l’evoluzione di questa città e le sue contraddizioni. Più di una volta dietro a una storia ne ho incontrate altre mille cercando al meglio di districare la matassa. Capita così di leggere di una chiesa ristrutturata nel Cinquecento e scoprire sotto di essa le arcaiche fondamenta di un tempio, oppure, di osservare un palazzo e, ammirando la geniale opera di un architetto, incuriosirsi per le vicende delle nobili famiglie che nei secoli lo hanno abitato, spesso lasciandovi dentro un’oscura memoria o qualche inquietante fantasma. Strato per strato, secolo dopo secolo, s’inizia davvero a conoscere Roma, fomentati da una dedizione maniacale. Per quanto riguarda il blog (un’idea nata insieme a Cristiano Fioravanti ed Eleonora Montanari) stiamo raccontando Berlino nel dettaglio delle piccole cose, delle mille sfumature che identificano questa incredibile città dove ho scelto di trascorrere molto tempo e dove ho scritto il libro appena pubblicato”.


C: Berlino e Roma sono due città molto diverse tra loro, nei confronti di un passato denso e problematico e di una contemporaneità esibita e vissuta. Berlino sembra avere imparato tolleranza e apertura mentale, mentre Roma usa spesso l’identità come strumento di difesa. Come fanno loro? Dove stiamo sbagliando?

SR: “Roma è la storia e si compone di strati che spesso sono difficili da gestire e che provocano nei romani e nei turisti una faticosa elaborazione del quotidiano. Berlino è l’esatto opposto: la città simbolo che rinasce dalle sue ceneri e accoglie il visitatore, e a volte lo aiuta a comprendere se stesso. La capitale tedesca è senza dubbio più filosofica, fonte di consapevolezza, Roma è in un certo senso l’opposto: ogni cosa è al suo posto da millenni e bisogna imparare a conviverci rispettandola e amandola senza riserve. Roma pretende, Berlino dona, entrambi sono luoghi celestiali e dannati. Per quanto riguarda le differenze tra i popoli: loro elaborano e volgono lo sguardo al futuro, noi purtroppo non riusciamo a stare al passo con i tempi, ma siamo gli unici responsabili, Roma (la città) è assolta”.

C: La cultura in Italia sembra andare avanti per festival, come una qualsiasi macchina macina ospiti. Come vivi la mondanità culturale? Quanti bicchieri di vino ti servono per socializzare?

SR: “Io non socializzo. Anzi sono un tantino sociopatica. Il Gewürztraminer però aiuta anche me a socializzare, anche i rossi piemontesi lo ammetto hanno un buon ascendente sul mio sorriso. Purtroppo in Italia la cultura passa troppo spesso attraverso la mondanità e lì si ferma. Berlino in questo senso mi ha cambiata. Centinaia di gallerie d’arte, inaugurazioni continue. Non c’è bisogno di mettersi in mostra: le opere sono le uniche protagoniste della serata; la musica è offerta ma la birra e il vino si pagano. Il sistema è più onesto”.

C: Data la tua esperienza nel settore, cosa pensi che manchi all’editoria italiana che si può molto facilmente trovare all’estero? Quali pratiche editoriali e culturali importeresti per un risveglio non temporaneo dal coma in cui versa, prona, l’Italia?

SR: “La mancanza di fantasia e di idee sono il nostro grande limite. Mi riferisco soprattutto ai magazine che poi corrispondono al mio percorso professionale più significativo. Qui tutto si copia e poco s’inventa. In una rivista gli account hanno più voce in capitolo dei redattori e i risultati, anzi l’assenza di risultati, è tangibile. Gli esperimenti più ambiziosi sono destinati a chiudere dopo poche uscite: l’omologazione impera. All’estero le riviste sono sperimentazione pura: sia nella grafica che nei contenuti. Cosa imporrei? Meno chiacchiere e più apertura mentale”.


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