Proposta da Casini Editore, approda in tutti gli antri nascosti delle librerie – sezione cinema – l’esperienza editoriale di William Dollace: Delirio Cinefilo, manifestazione in forma scritta dell’ossessione cinematografica. Trattazioni testuali che partono dal cinema, attraversano la scrittura e mutano il cinema in visione allucinata dell’esistenza. Scovato, Dollace lascia impronte sulle suggestioni indiscrete dell’Archivio.
AC: Da Roland Barthes: «la scrittura-lettura si dilata all’infinito, impegna l’uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che “non potrà fermarsi da nessuna parte”». Rasentando la domanda retorica, ti senti vicino a questa sensazione nei confronti della scrittura e della lettura?
WD: La scrittura è un atto di dare/darsi amore, e l’amore riveste difficilmente i connotati della pacata e delimitata ragionevolezza, è una ribellione isterica del sistema nervoso che prolunga ed evidenzia spasimi laddove c’erano collisioni innominate e innominabili di nervi immagini e mal di fegato che non sapevamo segretamente di coltivare. La scrittura non è, parafrasando Burroughs, «uno sfizio. È un modo di vivere.» (cit. “La scimmia sulla schiena”). Una dipendenza che trova modi in cui insinuarsi, abbattere confini morali e non morali, ove non esiste nemmeno alcun termine che significhi o per cui abbia alcun valore la parola “morale”. La scrittura è un meccanismo patologico ed incurabile, un’escrescenza maligna che prima o poi trova sfogo all’esterno. E non v’è cura. La scrittura è totalizzante come una violenza. Alimento e Tormento. Essa è, oppure non è. Non ci sono vie di mezzo.
AC: Eppure le vie di mezzo talvolta sono pane per i denti aguzzi del marketing più bieco, operazioni spesso prive di risvolti costruttivi, solo distruttivi, che conquistano attenzione, ottengono partecipazione coatta delle masse, e soprattutto fagocitano lo spazio del confronto, e anche dello scontro e della polemica. La contemporaneità sembra in tutti i modi rifiutare una scrittura vissuta come tu la vivi, sembra spesso resisterle nell’accezione più psicologica del termine. Perché secondo te? Quali pericoli corrono i lettori davanti a una scrittura “totale”?
WD: Il marketing non fagocita lo spazio del confronto. È la mancanza di speranze e altruismo che non ci permette di creare quel particolare spazio dedicato anche dove non sembrerebbe possibile, in un certo senso, semplicemente, desistendo. Il marketing segue il destinatario o è il destinatario a inseguire il marketing? Forse è un circolo non dico vizioso perché è un termine piacevolissimo, ma è comunque un circolo. La contemporaneità vive e sopravvive di facilità, scorciatoie ed espedienti. La scrittura comporta un fardello quasi insostenibile, solitudine, sofferenza. Non una sofferenza nell’accezione formale del termine ma una sorta di malessere incuneato in ogni frammentario scampolo di pensiero che genera emozione azione desiderio aspettativa e, spesso, incomprensibilità per i più che rifiutano meccanismi sociali semplicemente diversi dalla normalità da montaggio. I lettori, se sono lettori totali, corrono il pericolo dello stordimento. Dell’abbandono. Dell’insostenibilità. Del rifiuto di quella parola scritta che non è parola ma serpente che li accoglierà di soppiatto in ogni angolo. Siamo i desideri inascoltati dei nostri genitori. La scrittura è il desiderio inascoltato dei nostri lettori.

AC: Ghezzi qualche volta dice che il cinema è ”nostalgia del presente”. Scrivere di cinema, o attraverso il cinema cos’è invece?
WD: Scrivere di cinema è scrivere soltanto di se stessi interpretando segni morti o moribondi o accecanti su radiografie che non volevamo possedere, ovunque e comunque, è spalancarsi il torace e sentire il male dove non dovrebbe essere, è pura diagnostica non richiesta, è spalancare tale scempio organico dove credevamo di trovare meccanismi perfettamente funzionanti e dove invece troviamo esattamente solo e quello che c’è. Non importa se ciò che vediamo ci piace o meno, è parte del nostro corpo, è nel corpo, comunque, di chiunque, nella vita, nel cinema: la stessa cosa. Scrivere di cinema è impressionare ulteriormente la nostra pellicola proponendo distorsioni nevrosi sovraesposizioni e dilatazioni di quell’attimo o goccia che fa traboccare l’occhio. Fortunatamente non esiste la regia perfetta, se vogliamo chiamarla regia. L’imperfezione alimenta la dedizione allo sguardo. L’imperfezione è il tratto di carne scoperta che abbaglia e spesso la più insignificante delle imperfezioni, il dettaglio, sovrasta completamente il prodotto finale. L’imperfezione e il dettaglio sono la chiave di volta della passione. L’odore. La chimica. Lo sguardo trasversale colto di sfuggita. Rifiuto la definizione di una qualsiasi compiutezza, in definitiva non siamo che dettagli, tempi mal calcolati, meri prodotti di tempismo e geografia, di cambi di passo, di velocità, di particolari trascurati o non trascurati.
AC: Come porti la tua scrittura all’esterno? Qual è lo scambio omeostatico tra la realtà e la scrittura?
WD: Questo scambio nel mio caso credo non avvenga o in rare coincidenze, credo che la realtà non esista, sia comunque una interpretazione personale, la mia realtà è spesso motivata e filtrata da sensazioni visive ed emotive e questo tipo di scrittura è la mia voce personale, talvolta irrompe però una chiarezza che mi stupisce e che sembrerebbe avere un rapporto diretto con un’altra realtà magari maggiormente riconoscibile dall’altrui lettura, allora in quello specifico caso la realtà si fa descrizione di una realtà a me esterna imposta da un cambio di obiettivo visivo privo di filtri o zoom ma che non so scegliere o a cui non so dare spazi temporali e cognitivi. La percezione della realtà non è diretta ma inconscia, derivante sì necessariamente dall’esterno ma che si accumula all’interno in punti imprecisati e senza ordine, al di fuori dei cassetti con sopra etichette consone e adeguate, tutto si ammassa e poi senza ragione alcuna quando scrivo è come se le parole si connettessero e spuntassero da punti distanti e indeterminati della mia testa senza soluzione di continuità tranne quella di un flusso ritmico. In questo è come se la volontà non sia precisamente di dire una specifica cosa o esprimere chiaramente un concetto ma un manifestare o manifestarsi attraverso una lingua conosciuta solo a me di cui comunque non conosco regole, grammatica, fonetica, una lingua che nasce dettata da un impulso che non so disporre, raccontare e accomodare.
AC: Se non avviene uno scambio tra la scrittura e la realtà, perché hai deciso di andare oltre la dimensione semiprivata del blog e di pubblicare un libro?
WD: Certo che c’è scambio e ho spiegato di che scambio personale si tratta nello specifico e per quanto mi riguarda. Lo scambio si accumula in punti nevralgici in cui la coscienza spesso non riesce ad accedere ma lo fa come uno spaventapasseri che ravana spazio fra le colture o si sdraia al sole togliendosi il cappello. Non c’è correlazione nel senso di rapporto diretto tra realtà e scrittura per me al di là di perforare la terra quando e dove si vuole, fare un pozzo, e attingere da una falda dalla natura e profondità sconosciuta. La si chiami visionarietà o incapacità o mancanza di disciplina per me è lo stesso. È così. Il blog è meno privato di un libro specializzato nel delirio e oltretutto cinematografico, del libro mi è stato chiesto e l’ho visto semplicemente come un altro diverso mezzo di espressione delle stesse identiche pulsioni. Certo con estremo piacere, aborro false modestie. Ma la scrittura vince qualsiasi confine.

Il retrobottega dell’editore: due domande a JZK, editor della Casini che ha curato Delirio Cinefilo.
In che modo avete studiato la grafica del libro? Come avete coniugato film e grafica?






William è la visione viscerale dell’inconscio!
Mi fate morire con queste notizie. Ed io morirò volentieri. Complimenti.