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26 Gen 2014

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Caltari

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[i racconti di Caltari] L’angelo
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di Simona De Marchis

L’angelo arrivò zoppicando.
Nessuna musica soave in crescendo, nessuna luce che si spegne di colpo un attimo prima dell’entrata in scena.
Anzi, fu una visione piuttosto misera e scarna.
E inquietante.
Si teneva la testa con una mano e nell’altra stringeva un piccolo mazzo di fiori gualciti, aveva un’espressione di dolorosa tristezza che tracimò dalla sua figura fragile e mi sommerse. Non aveva un alone di luce intorno al corpo, come credevo avessero tutte le creature celestiali ma i piedi, nudi, erano straordinariamente candidi, sembravano fatti di marmo.
Non aveva un’aria magnifica e potente; le ali grandi lo avvolgevano, non simmetriche: una era più bassa, sporca di sangue e spezzata in un punto, in basso, all’altezza delle ginocchia.
Era vestito tutto di bianco; il suo abito si chiudeva in una piccola coda che toccava terra.
Io strusciavo i piedi sul lucido pavimento di marmo. Tre passi veloci e poi mi lasciavo scivolare, cercando di non far troppo rumore. La sagoma robusta di mia madre mi precedeva di qualche passo. Vista da dietro sembrava il vaso di alabastro nero che teniamo sul tavolo del salotto; aveva le mani intrecciate sul grembo, come fosse in preghiera. La gonna le fasciava i fianchi e si apriva sulle ginocchia, la giacca le aderiva perfettamente alla schiena, le stringeva la vita e disegnava geometricamente le spalle.
Un-due-tre, swishhh.
Un-due- tre, swoushh.
Era divertente.
Mi aveva svegliato la mattina presto, annunciando che saremmo andati al museo.
Il giorno prima eravamo stati al parco, ma solo per poco perché era davvero molto freddo.
E il giorno prima ancora avevo ricevuto in regalo un libro di Jules Verne, anche se non era ancora il mio compleanno.
Il mio compleanno veniva in giugno, il 21, mancavano ancora tre mesi e sei giorni.
Più tardi, avrei provato a chiederle di portarmi in pasticceria, prima di tornare a casa, sfruttando quell’onda di magnifica generosità.
Era successo qualcosa, alla mia mamma, ma non so cosa, non ricordo bene. Un giorno, all’improvviso, aveva smesso di comportarsi normalmente e si era concentrata sui miei desideri. Erano molti giorni che non andava al lavoro; veniva a svegliarmi e mi chiedeva Cosa ti piacerebbe fare oggi?
Non che prima non si occupasse di me, è sempre stata una mamma premurosa e profumata.
Mi piace moltissimo il profumo di mia mamma; quando la abbraccio infilo il naso nell’incavo del suo collo, per sentirlo meglio, e ultimamente mi abbracciava spesso.
In quel posto confortevole, l’incavo del suo collo, io potevo entrarci tutto intero. Mi rannicchiavo e mi facevo piccolo come una noce, ed era caldo e comodo.
Sicuro.
Così mi alzai e infilai la camicia, il maglione blu e i pantaloni di panno che la mamma aveva messo sul letto. Mi pizzicavano un po’ addosso, ma non volevo piagnucolare.
Uscimmo a prendere il tram. Il ghiaccio si era cristallizzato attorno alle bocche delle fontane. La neve ai lati della strada era sporca, ma sui tetti era gonfia come ovatta.
Osservavo persone strette nei loro cappotti attraversare il parco, mentre il tram sferragliava verso il museo.
Cani che correvano sulla neve, signore con grandi borse e piccoli cappelli.
Quando arrivammo, ci fermammo ad osservare la facciata imponente dell’edificio. La mamma mi guardò e sorrise, e quando fu certa che fossi completamente sereno e felice, entrammo.
Salimmo le scale, verso una porta con una grande vetrata.
Presi dei volantini da una cassetta di legno, poco oltre la porta. C’era l’immagine della facciata con le quattro grandi statue di marmo, bianco e lucido. Quattro donne, tenevano degli oggetti nelle mani, avevano grossi riccioli intrecciati sulla testa e lo sguardo severo.
Chi sono, mamma?
Sono cariatidi.
Mi venne da ridere, che nome strano. Forse sono statue con molte carie. Le immaginai sorridere con i denti neri. Evidentemente anche a loro piaceva poco il dentista.
Piegai il volantino e lo misi in tasca e mi affrettai a raggiungere la sua mano, che mi cercava cieca. Entrammo in una sala molto luminosa, tutta bianca.
Lei rallentò il passo e si mise a guardare uno per uno i quadri appesi alle pareti.
Mi diceva Guarda, guarda questo com’è bello, guarda che colori.
E io guardavo, la facevo contenta per un minuto, poi provavo a scivolare di nuovo sul pavimento, ma su quello non riuscivo perché era meno lucido.
Un-due-tre, swish.
Un-due-tre, swish.
Poi sentivo che si fermava a guardarmi, con la faccia un po’ triste. Allora tornavo da lei e, poggiando mollemente la testa sul suo braccio, lasciavo che mi raccontasse la sua visione di quei mondi racchiusi in una cornice.
Fu allora che lo vidi, l’Angelo, con la coda dell’occhio.
Era un Angelo femmina e bambina dai capelli biondi fini e lisci, fin sopra le spalle.
Nessuna spada, nessun mantello porpora come quello disegnato sui fogli della messa a San Giovanni.
Voltai poco la testa, oltre il braccio di mia madre, spiandola.
Sembrava essere caduta o forse era stata picchiata, trascinava una gamba.
Alzò lo sguardo verso di me e io prontamente girai la testa verso il quadro, inquieto.
Tirai un po’ la giacca della mamma, volevo che si girasse a guardare, ma non volevo che l’Angelo se ne accorgesse, così le feci solo un cenno della testa verso l’ingresso.
Lei si voltò ma poi tornò a guardare me, sorridendo.
Forse era normale incontrare gente strana, al museo. Forse da qualche parte c’era una recita di ragazzini.
Sporsi di nuovo la testa oltre il braccio di mia madre.
L’angelo bambina si teneva la testa, con gli occhi bassi, affranta.
Sentii dei passi sull’altro lato della sala e mi voltai.
Erano due ragazzi, uno dietro l’altro. Si fermarono a metà della sala come congelati. Avevano visto anche loro l’Angelo.
Tornai a cercare lo sguardo rassicurante di mia madre, ma non riuscivo ad attirare la sua attenzione, lei fissava il quadro, rapita. Mi strinsi ancora di più al suo braccio.
Il ragazzo che stava davanti aveva un vestito elegante e scuro, teneva il cappello nelle mani e un fazzoletto bianco e lo sguardo contrito. Il secondo reggeva un attrezzo di legno che sembrava una scala, ma con due soli pioli, alta quanto lui; guardava l’Angelo e sembrava davvero arrabbiato.
Dopo qualche secondo di attesa, ripresero a camminare. Il primo si infilò il cappello e il secondo alzò la scala un poco e la spostò sul fianco destro.
Percorsero tutta la sala indifferenti a noi e agli altri visitatori; era come se non esistessimo. Li seguii con lo sguardo, fin dove il mio collo permise, poi mi girai dall’altra parte, sporgendomi oltre il braccio di mia madre, che a quel punto si accorse della mia agitazione e mi chiese Cosa c’è tesoro?.
Sorrisi, come lei faceva con me mille volte al giorno, e compresi in quel momento cosa volesse dire sorridere a quel modo, dire con un’espressione che andava tutto bene, mentendo.
Non credo di aver imparato a farlo in quel momento, era qualcosa che sapevo già, di certo, solo non me ne ero mai reso conto prima di allora.
Ci fu un guizzo, dentro di me, come la coda di una lucertola che sparisce nell’incavo di una roccia quando tenti d’afferrarla. Un’ombra scura che tentò di invadermi il petto, ma che non riuscì, in quel momento, a vincere la luce del sorriso di mia madre, né il calore che riusciva ad irradiare dentro di me.
Qualcosa di non-del-tutto dimenticato. Qualcosa come una ferita profonda sulle ginocchia o sui gomiti, di quelle che tardano a guarire perché si riaprono continuamente. Una caduta, un’umiliazione.
Un’ala d’angelo spezzata.
I ragazzi avevano raggiunto l’Angelo bambina, e le si pararono davanti. Il ragazzo con il cappello le avvolse la fronte e gli occhi con il fazzoletto e lo legò dietro la testa con un piccolo nodo. Poi afferrarono la scala con due pioli, il ragazzo con il cappello davanti, quello arrabbiato dietro, e la passarono sulla testa dell’Angelo fino a racchiuderla fra i due staggi. Lei afferrò il legno con le mani e si sedette sui due pioli, accomodandosi un poco.
Dal piccolo mazzolino di fiori, ne cadde uno, staccato dal suo stelo, bianco e soffice come un fiocco di neve.
L’Angelo stringeva forte il legno, si vedevano le nocche, si contavano tutte le ossa delle mani, sembravano voler uscire dalla pelle trasparente. I ragazzi aspettarono che si fosse sistemata bene sulla seduta e poi, con aria grave, la trasportarono verso l’altro lato della sala.
Ero incapace di staccare gli occhi dalla scena. Mi stavo convincendo di poterla vedere solo io, di farne in qualche modo parte.
E ne fui sicuro quando mi passarono dinanzi, ancora con mezza faccia nascosta dal corpo di mia madre, che mi faceva da scudo.
Il ragazzo che stava dietro, quello che sembrava arrabbiato, mi fissò.
Mi vedeva, stava guardando me, ne ero sicuro. I suoi occhi erano pieni di domande che capivo, anche se non sapevo in quel momento tradurre.
Chi poteva aver voluto fare del male all’Angelo?
Con quale coraggio, con quale cattiveria? Sentivo solo una lunga coda di lucertola strusciarmi nel petto, fredda e potente.
Sapevo perché era arrabbiato e sapevo perché il ragazzo con il cappello era triste e silenzioso.
Se quella era una recita, conoscevo tutti i sentimenti messi in scena, ma non avrei saputo raccontarlo.
Il ragazzo arrabbiato si voltò e proseguirono verso il fondo della sala, dove svanirono, fondendosi col buio del corridoio.
Mi sentii molto triste e molto in colpa. Avrei dovuto fare anche io qualcosa per l’Angelo. Forse una carezza.
Strinsi mia madre, che si piegò sulle ginocchia e mi restituì un abbraccio triplicato, intuendo il mio disagio. Si chinò a chiedermi Vuoi andare a casa?
Annuii e mi accoccolai nella sua stretta, infilai il viso nel comodo posto tiepido nel suo collo. Annusai a fondo il suo profumo finché la coda della lucertola sparì in un anfratto, liberandomi il petto.
Mentre mi abbracciava, vidi il piccolo fiore posato sul pavimento.
Mi sciolsi dalle braccia di mia madre e andai a raccoglierlo; nella mia mano era così liscio e delicato.
Cos’è?
Un fiore, mamma, solo un fiore.
Sarà caduto a qualcuno.
È caduto a un Angelo, mamma. Un Angelo ferito.
Come quello del quadro, disse lei.
Allora mi voltai a guardare la tela con la cornice d’oro, e lì, tra due ragazzi, l’uno rassegnato, l’altro arrabbiato, stava l’Angelo bambina. Le sue mani stringevano gli staggi della seduta, e in una teneva un piccolo mazzo di fiori bianchi. Un piccolo mazzo gualcito da cui spuntava uno stelo senza corolla.
Mia madre mi guardò come sempre faceva, traboccante di amore e di pietà, benedicendo qualche divinità per la mia fervida fantasia.
Con delicatezza prese il piccolo fiore dalla mia mano e lo infilò nell’asola della mia giacca.
Poi mi diede un bacio sulla fronte e tenendomi la mano, ci avviammo verso l’uscita.
Sai cosa vorrei, mamma?
Cosa, amore mio?

L'angelo ferito (Hugo Simberg, 1903)
L’angelo ferito (Hugo Simberg, 1903)
***

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