
il brano è un estratto da La centoventotto rossa di Elena Marinelli
Quel giorno ho iniziato le parole difficili, il quaderno blu della mamma con le parole difficili. Scrivevo la data e dove le avevo sentite. La maggior parte delle parole difficili me le ha insegnate la zia e cordoglio è stata la prima. 11 luglio 1998, ho scritto, un puntino pieno, con la biro e accanto ho chiesto di scrivermi tutte le lettere in fila. Cordoglio. La seconda è stata mamma, senza maiuscola. Lo stesso giorno.
Mamma l’ho detto dieci anni fa, a diciassette anni, la prima volta, da sola nel mio letto coi piedi al mare, mentre pensavo a tutt’altro. Marco mi aveva appena mollato per la mia amica riccia, ma non la sentivo come una tragedia insormontabile. Il primo che mi lasciava, le mie amiche preoccupate di allearsi contro Tiziana, la nostra amica riccia. Io no, io pensavo che in fondo non era così importante essere mollati. Avevo percezione dei dolori grandi, io. Del cordoglio, che era l’unico dolore del cuore per me, del rimpianto, della privazione. Le mie parole difficili erano queste; io non riuscivo a dire mamma, figurarsi se mi preoccupava Marco.
Ero un po’ arrabbiata con Marco, sì, ho scritto mollata quaderno, ma l’ho cancellato quasi subito. Era naturale essere mollata, non era difficile. Nonostante tutto è stata la terza parola, l’indomani, il 12 luglio. Nonostantetutto, attaccato, pensavo fosse una parola unica, era nella frase Sta tranquilla, nonostantetutto ho sentito la virgola col sospiro, ma non lo spazio. La quarta è stata Yatch, con la pronuncia tra parentesi, così come l’aveva scritto il nonno sotto dettatura della mamma. Io sapevo che era sbagliato, ma non l’ho mai detto.
Il nonno pure lo sapeva, ma non l’ha mai corretto, Giulia non se n’è mai accorta, fino a quando la zia una mattina ha urlato: Ma è sbagliato! Da anni, te ne accorgi ora?
Vabbè, ho capito, ma correggiamolo no? No. Ma perché? Ma posso scrivere come mi pare?
Ma è sbagliato, è un cartello. Sta appeso fuori al vetro. Clementina, diglielo anche tu, mamma, diglielo anche tu.
Io ridevo, insieme al nonno, Giulia non se ne preoccupava, stava facendo una cosa difficile coi numeri e il fisco, nella stanza di là, che è sempre stata la sua stanza. Io ogni tanto andavo lì e le arrivavo al petto e mi stendevo un po’ sulle sue gambe, prona, come un gatto, mi accarezzava e andavo via. Giulia sa accarezzare. È una di quelle persone che fa le carezze giuste, ti fa sentire la sua mano per bene, non ha fretta anche se sta facendo altro, ti tocca a mani larghe la prima volta, subito per non farti scappare e poi comincia ad accarezzarti nel modo che ti serve e non è sempre uguale, dipende dal tocco di cui hai bisogno, lei lo sa che non sono tutti uguali. Il nonno è uno che conserva le cose come sono, per questo mette le navi nelle bottiglie, per smetterle di farle andare e venire. Una nave che parte non è detto che torni, potrebbe rompersi, naufragare, tornare morta. Una nave in bottiglia basta guardarla per sorridere. Io sono come lui, a me piace tenere le cose dentro le bottiglie, ci conservavo anche i soldi nelle bottiglie di vetro, le usavo come salvadanai, ci mettevo il tè al limone d’estate e il succo d’arancia d’inverno. Il mio cassetto ha l’apertura di vetro, ci guardi dentro e ci sono io: il libro che sto leggendo, la musica che sto ascoltando, il braccialetto d’argento della mamma, le ventose del cartello del negozio quando non funzionano più, le lettere e le mail del papà, la foto con la zia a carnevale, una pallina di gomma bianca; ci metto una cosa ogni tanto, ogni cinque o sei mesi circa, devono essere cose di cui non mi posso liberare, nonostante tutto.
