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23 feb 2014

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Caltari

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Buster
Caltari 3 commenti Racconti Condividi

di Michele Orti Manara

*
1947

“Buster” Hendrix si guarda nello specchio sull’armadio, e sull’armadio nello specchio vede James Hendrix.
Buster Hendrix vede il suo viso di bambino riflesso e proiettato in una versione matura, con baffetti ispidi e rughe sottili come capelli attorno agli occhi. Vede la sua bocca, le labbra diventate carnose e adulte tirare un boccata da una sigaretta ed esalare un batuffolo di fumo. Buster Hendrix vede sé stesso da adulto, e non si riconosce.
– Chi sei? – chiede.
– Forse la domanda esatta sarebbe quando sei – risponde James Hendrix. Indossa una giacca di pelle chiara che sembra venire a galla dal buio alle sue spalle, e che è troppo grande di almeno tre taglie. Da sopra la spalla destra spunta a mo di faretra il manico di una chitarra. James Hendrix sorride, stupito. Poi vede qualcosa dietro le spalle di Buster, l’istinto gli fa piegare la testa da un lato e la pettinatura afro esce dall’inquadratura dello specchio. Buster mima lo scatto del collo di James con un leggero ritardo, e qualcosa gli sfreccia di fianco alla testa, con un sibilo gli sfiora il lobo dell’orecchio.
La spazzola lanciata da Lucille Hendrix ha mancato il bersaglio, ovvero la fronte di Al Hendrix, e ha attraversato in volo la stanza, con capelli impigliati che fluttuano come le code di un aquilone. Sfiorata la testa di Buster, la spazzola sbatte contro lo specchio, e dove c’era la faccia di James Hendrix adesso c’è solo un puzzle di vetro.
Buster apre l’anta e schegge irregolari di tramonto si staccano dall’armadio e si infrangono a terra. Allarga le gambe con un saltello per mettere in salvo i piedi, poi si accuccia dentro l’armadio e socchiude le ante.
– E questa grande idea del nome, poi, come ti è venuta in mente? – sta urlando Lucille. – Cosa c’è che non va in Johnny, si può sapere? Se volevi cambiarlo avresti almeno potuto dirmelo!
– Dirtelo? Perché, tu me l’hai forse detto, quando hai scelto di chiamarlo Johnny?
– Tu non c’eri, Al, eri in mezzo all’oceano, a migliaia di chilometri da casa! Io invece sono qui, e pretendo che prima di prendere una decisione come questa tu la condividi con me! È anche figlio mio, Cristo santo!
– Già, forse è solo figlio tuo, tuo e di qualche ubriacone da cui ti sei fatta scopare quando non c’ero – dice Al, la voce su note acute che quando è calmo e sobrio non riesce a raggiungere. – Tuo e di John Page, magari… E guarda caso, tra tutti i nomi del mondo, hai scelto di chiamarlo proprio Johnny. Sapevo che sei una puttana, ma non ti facevo anche così stupida.
– Oh cazzo, non ci posso credere che tiri fuori ancora questa storia. Sei paranoico, Al. E sei anche uno stronzo.
Nel buio dentro l’armadio, Buster si stringe le ginocchia al petto e spinge gli occhi sulle rotule. Ombre e bagliori danzano sullo schermo delle palpebre chiuse.
– Quand’è che smettono, – sussurra – quand’è che smettono, S-Sessa?
Si tappa le orecchie con le mani.
– Io n-non ne p-posso più – dice. – Non n-ne posso p-più
Al e Lucille nel frattempo alternano insulti e sorsate di whisky. Perdono la calma, perdono lucidità. Le loro parole sempre più liquide, le voci impastate. Buster, cinque anni, nauseato dall’odore di naftalina e da liti troppo frequenti, ascolta.
– D’ora in poi il ragazzino si chiama James, James Hendrix. Porta il mio cognome, e spetta a me decidere anche il nome. E prega che il bambino che hai nella pancia mi somigli un po’ più di lui, o è la volta che te le faccio pagare tutte assieme.
– Ti odio e vorrei che tu non fossi mai tornato! Io e Buster stavamo molto meglio senza di te.
– Tu devi imparare a rispettarmi, Lucille. E se non lo impari da sola te lo insegno io.
Uno schiaffo, Lucille che geme, i suoi tacchi sul pavimento, la porta che sbatte.
Silenzio.

– Buster, esci di lì, forza.
– Devo andare, Sessa, se no…
– Buster, esci di lì, adesso!
Le ante si aprono piano. Due occhi spaventati e tondi fanno capolino dalla fessura, poi il buio dell’armadio partorisce Buster.
– Si può sapere con chi diavolo parli, lì dentro?
– C-con nessuno, p-papà.
– Ti ho sentito, non fare il furbo. Ci mancava solo un figlio che parla con gli amichetti di fantasia, in questo cazzo di manicomio.
– Perché t-tu e la mamma l-litigate sul mio n-nome? Io non voglio che litigate, non potete c-continuare a chiamarmi Buster? Oppure scegliamo un n-nome che ci piace a t-tutti?
– … un nome che ci piace a t-tuttiiii – pigola Al, imitando in falsetto la voce balbettante del figlio mentre cerca di metterlo a fuoco, nonostante gli occhi spenti e il collo che fatica a tenergli su la testa.
– Nascere in mezzo a tutte quelle donne ti ha fatto diventare una mezzasega. Ti hanno riempito la testa di merda, ecco cosa è successo. E i due anni da quando sono tornato non sono bastati, a tirarla fuori tutta. Ma adesso le cose cambieranno, ragazzo mio. Nuovo nome, nuova vita. E adesso vattene a giocare fuori e lasciami in pace, che tu e tua madre mi avete fatto venire il mal di testa.
– Ma c’è la n-neve, fa f-freddo…
– Non me ne frega. Un. Cazzo. Fuori di qui.
Al Hendrix finisce le ultime due dita di whisky e sbatte la bottiglia sul tavolo abortendo un rutto. Poi sembra inghiottire qualcosa e la sua faccia si accartoccia.
Buster si infila la giacca, raccoglie il cagnolino di pezza cucito da zia Delores ed esce di casa.
Dall’altro lato della strada, una mano riaccosta una tenda. Nonostante la loro frequenza, le liti in casa Hendrix non hanno smesso di esercitare il loro fascino sul vicinato, che spia, indica, bisbiglia, sbava.
– Sessa, – dice Buster, poi abbassa la voce a un sussurro – secondo te chi era quel signore nello specchio?
Aspetta qualche secondo, poi fa spallucce e si guarda attorno. Oregon Street è immobile sotto uno spesso strato di neve, un paesaggio lunare e disabitato. Unico segnale della presenza umana, le orme lasciate da Lucille, che risalgono Jackson street, su su fino al Central District di Seattle, dove le luci della città stemperano la scura notte invernale in un alone ambrato.
Buster si siede sul gradino davanti alla porta di casa con il cagnolino di pezza infilato per metà nella tasca della giacca. Soffia nelle mani unite, e spera che sua madre e il fratellino che ha in grembo ritornino presto.


**
1963

Non nevica spesso a Nashville, e la poca neve che è caduta nei giorni precedenti sta già iniziando a sciogliersi in una fanghiglia sporca, che si infila nei buchi delle suole di James, impregna lo spesso cartone usato per ripararle e infradicia le calze. Il cielo ha un colore lattiginoso come un lenzuolo appena lavato e steso sopra la città ad asciugare. Neanche il sole che tramonta, da qualche parte verso il margine occidentale di Nashville, riesce a dargli colore e sfumature.
James cammina lento, centrifugando nello stomaco il senso di abbandono (puoi sentirti abbandonato quando sei tu ad andartene?), l’adrenalina della scoperta, la paura di quello che lo aspetta a New York. Guarda il suo gemello riflesso nelle vetrine, cerca di scorgere una rockstar. Vede solo un vagabondo dall’andatura ciondolante, distoglie lo sguardo.
Mentre si avvicina alla stazione degli autobus, più lontana di quel che credeva, le case si fanno via via più malandate. Facciate sempre più scrostate, intonaco sbriciolato e vernici spente dal passare del tempo. Sorpassa un palazzo lugubre e addormentato, con quattro piani di finestre sbarrate. Un campo da basket vuoto che qualcuno ha ripulito dalla neve, ammucchiandola lungo le linee di fondo. Uno dei canestri ha la retina di metallo corrosa dalla ruggine. L’altro è spoglio, l’aureola di un santo che se n’è andato perdendo la santità.
C’era un campo da basket come questo a Seattle, proprio in fondo alla strada dove James viveva con Al, Lucille e Leon. Prima che Leon se ne andasse, prima che Lucille se ne andasse, prima che tutto se ne andasse in pezzi. Sono passati poco più di dieci anni, e già i ricordi si sfaldano dai bordi, scoloriscono.
Con le mani appese alla rete di ferro che delimita il campo da basket, James non saprebbe dire se la nostalgia abbia il potere di rendere piacevoli situazioni che non lo erano affatto, e insomma se sia possibile fidarsi della memoria, se valga la pena, almeno ogni tanto, voltarsi indietro, o se l’unica cosa che conta sia andare avanti, sempre più avanti, anche se non si sa dove si sta andando di preciso.
Sente di nuovo le lacrime che vengono a galla, forse le stesse che ha tenuto a bada mentre salutava Alphonso e Billy, forse altre che si sono formate nel frattempo.
Getta un ultimo sguardo al campo da basket, si rimette in cammino. Sopra la sua testa, particelle infinitesimali di acqua si coagulano, diventano goccia. Tutto il Tennessee visto dall’alto, tutta Nashville, un solo quartiere, una sola strada, una porzione di marciapiede, un ragazzo che cammina, la chitarra sulle sue spalle. Una goccia precipita, la traiettoria incurvata dai venti, la velocità sempre più elevata, e conclude la caduta pizzicando una corda.
James sente una nota alle sue spalle, si gira, non c’è nessuno.
Alla prima goccia ne seguono altre, sempre più fitte, e in meno di un minuto la strada è flagellata dalla pioggia.
James si toglie la chitarra dalla schiena, la stringe al petto per proteggerla dall’acqua e si mette a correre, in cerca di riparo. Trova un cancello accostato, lo apre, è dentro. Un piazzale di cemento, baracchini con le serrande chiuse, cestini dei rifiuti decorati con disegni di palloncini e arcobaleni, mucchietti di mattoni. Nessun luogo riparato tranne la tettoia arrugginita che copre l’unico vero edificio di tutto il piazzale, l’unica cosa solida in vista.
Manifesti e cartelli a terra, la neve sciolta dalla pioggia che inizia a rivelare macchie di vernici sgargianti, lettere sparse.
James poggia la chitarra al riparo della tettoia, si tira la giacca sopra la testa, e si allontana di qualche passo dall’edificio. Tutto il perimetro della costruzione è stato ricoperto con assi di legno inchiodate, che impediscono di vedere cosa ci sia all’interno. Sotto una pioggia sempre più fitta James fa un giro completo e torna di fronte senza riuscire a decifrarne l’uso: un solo piano, pianta quadrata, dieci o dodici metri per lato. Sul tetto, due perni su cui doveva essere montata un’insegna, e che adesso sono denti guasti con tartaro di neve.
Torna sotto la tettoia che copre il lato frontale. Non sembra esserci una porta. Tra i pannelli di legno, uno ha onde verdastre di muffa sulla superficie. Prende il pannello per il bordo superiore, tira. Lo sente scricchiolare. Tira più forte, e il pannello si crepa attorno ai chiodi e si stacca. Una zaffata di aria stantia. La luce che penetra dentro alla costruzione è sufficiente per realizzare di essere di fronte a un’attrazione da luna park.
James entra nel labirinto di vetro.
Con le mani protese in avanti per evitare di scoprire il percorso a testate o a ginocchiate, inizia a camminare. Due, tre passi in avanti, poi la strada è sbarrata. Una deviazione a destra, poi a sinistra. Mano a mano che si inoltra nelle viscere del labirinto di vetro, la luce esterna si fa sempre più fioca, fino a sparire quasi del tutto. Arrivato in un vicolo cieco, impossibilitato a proseguire e obbligato a fare dietrofront e a tornare sui suoi passi, James inizia a pentirsi di essere entrato. Ricorda di aver sentito dire, quando era bambino, che il segreto per uscire da labirinto di vetro è guardare in basso, seguire i profili inferiori delle pareti per capire in quale direzione procedere. Guarda giù, ma c’è troppo buio. Sonda le pareti di vetro a destra e sinistra, trova un passaggio. Ancora qualche metro, e le pareti sembrano sparire. Allarga le braccia, gira su se stesso, e le mani non incontrano alcuna superficie. Si direbbe una piccola stanza, ma abbastanza grande da alleviare il vago senso di claustrofobia provato nel corridoio che lo ha portato fino a lì.
Tira fuori un fiammifero dalla tasca, lo accende. La stanza in cui si trova misura circa tre metri per lato: su due di essi ci sono l’apertura da cui è arrivato, e quella che dovrà imboccare per proseguire. Sugli altri due lati, specchi che moltiplicano la luce del fiammifero, e che deformano in modo grottesco la sua sagoma. In uno la sua corporatura, già smilza di per sé, viene allungata e ristretta a dismisura, un altro lo ingrassa fino a sformarlo. Getta il fiammifero, ne accende uno nuovo, e guarda divertito quei due suoi gemelli mutanti. Improvvisa una marcia militare sul posto, e quello grasso lo segue, agitando gambette corte e goffe. Si inarca verso il fianco destro, e il gemello magrissimo prende le sembianze di una parentesi tonda.
La sottile inquietudine che provava fino a poco fa si è sciolta, sostituita dalla sicurezza di poter trovare facilmente la via d’uscita grazie ai fiammiferi. James prende una sigaretta dalla tasca, la accende, si siede per terra a fumare. Quella piccola stanzetta come un grembo, un rifugio dalla tempesta che c’è fuori. Nel buio, infilzato solo dalla brace della sigaretta, ascolta i tuoni. E c’è qualcosa di strano, in quei boati che adesso si ripetono con regolarità, qualcosa che James fatica a interpretare. Tende l’orecchio, e oltre ai tuoni sente qualcosa di diverso. Un mormorio sempre più alto di tono, una voce, due voci che non è certo di riconoscere. Socchiude gli occhi per concentrarsi, e quando li riapre ha davanti un rettangolo luminoso, che si apre su una stanza che invece riconosce subito. La sua casa di Seattle, e un se stesso bambino che lo guarda negli occhi.
– Chi sei? – chiede il se stesso bambino.
– Forse la domanda esatta sarebbe quando sei – risponde James dalla pancia del labirinto di vetro, le parole che gli risuonano in testa un secondo prima di pronunciarle, come succede quando si ha un deja vu.
Vorrebbe dire al se stesso bambino che va tutto bene, che non è colpa sua se là dietro Al e Lucille stanno litigando, ma non fa a tempo a dire nulla, perché vede qualcosa venirgli addosso, i riflessi reagiscono, e all’improvviso il labirinto di vetro è di nuovo buio.
James scuote la scatola dei fiammiferi per assicurarsi che ce ne siano ancora abbastanza, ne accende uno, si alza in piedi, e si avvia verso l’uscita.

[di Michele Orti Manara potete leggere altro in Piccole cose con le zampe]

 

 

Caltari 3 commenti Racconti Condividi
2 Comments
  1. 20-3-2014

    Lo trovo intrigante, le descrizioni rapide ma precise suggeriscono situazioni molto coinvolgenti. Mi piace il modo in cui giochi con le parole.

    Rispondi Claudia
    • 21-3-2014

      Grazie Claudia :)

      Rispondi micheleorti

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