Ricordo il groppo in gola, le mani fredde, il cuore a tremila. La partita era stata giocata. Atlantide esisteva. Ventidue ragazzi, il 3 giugno 1943, si erano accanitamente battuti sotto il sole pugliese. Avevo trovato la conferma che, quella partita, nonostante la guerra, c’era stata veramente. Di più, avevo trovato il risultato. Non solo dal mio archivio sarebbe scomparsa una lacuna fastidiosa come una piaga, ma avevo anche superato il più grande ricercatore di dati sportivi d’Italia.
Ora dovevo solo trovare chi la giocò, quella partita. Così da quel giorno proseguono le ricerche, mirate, decisamente più oculate. E cariche di rinnovato entusiamo. Sabato, questo sabato, in biblioteca ho richiesto “Il Popolo di Roma”. L’esito negativo, preventivato, non mi ha scalfito.
Questi, Giusi, sono giornali di Roma del giugno 1943. Da lì a un mese la città eterna verrà bombardata, da lì a due mesi diventerà aperta. Probabilmente una copia di questi quotidiani, tutti i giorni, veniva recapitata a Kappler, presso Villa Wolkonsky, e qualcuno provvedeva a fargli una breve rassegna stampa. Sta vicino a Porta Maggiore, ad ogni modo, quella villa. Se uno ci passa distrattamente, non si accorge di nulla. Era, invece, sede dell’ambasciata tedesca a Roma.
Kappler era l’ombra, ufficiosa, di Hitler a Roma. Furono loro due, come due rintocchi di campana vicine, necessari l’uno all’altro per potersi definire tali, a decidere e pianificare l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Quel posto, tu non ci sei mai andata – mi dicesti - ma ne sai abbastanza. In quella tragica occasione avrebbe potuto avere un ruolo fondamentale Kesselring, comandante capo dell’esercito tedesco in Italia. Così non fu. Semplicemente Kesselring non fece un cazzo. No, forse no. Una cosa, la fece. Si accese un sigaro.
E oggi, a me, nel ricordarlo, nel riproportelo in queste righe, quel nome, Kesselring, porta alla mente una pietra. Una lastra.
Faccio un passo indietro. Per fartela breve il tedesco, che già dieci anni dopo il conflitto viveva satollo e spensierato nella sua germania, rilasciò un’intervista nella quale millantava di aver fatto l’impossibile per minimizzare le vittime da entrambe le parti. Per tale commovente impegno, aggiunse il pingue e tronfio nazista, gli italiani, invece che continuare a dargli noia, avrebbero dovuto erigergli un monumento.
Piero Calamandrei, partigiano e sopravvissuto, soffocò la rabbia e affidò la sua risposta ad una famosa epigrafe, scolpita e custodita, nell’originale, in Piemonte. Quella risposta è diventata l’emblema della Resistenza e rimarrà immortale fino alla fine dei giorni. Una lastra, una lastra con quelle sue parole, l’ho trovata appesa. A Sant’Anna di Stazzema.
Arrivare a Sant’Anna di Stazzema non è difficile. Ci sono precise indicazioni già lungo la via Aurelia che costeggia la versilia più esclusiva, la versilia da bere, insomma. Poi c’è un bivio e da quel bivio, la strada cambia. Non più rettilinea, non più l’odore del mare, dei bomboloni fritti, a destra, né cartelloni pubblicitari tesi a reclamizzare locali e stabilimenti, a sinistra. Ora la strada prova a slanciarsi in salita, una salita a tratti anche tortuosa. Piena di curve. Spoglia e via via sempre più incontaminata. Ma soprattutto una cosa, ricordo, cambia, cambia all’improvviso. Scompare il sole.
Sono i primi giorni di maggio e il passaggio dalle atmosfere primaverili all’inverno che ancora sopravvive sulle alture, lo noti subito. Lungo una strada che si fa sempre più stretta e s’infila su per i monti, sono pochi i raggi di sole che rimangono a farti compagnia. Destra e sinistra, sinistra e destra, la macchina procede senza grossa fatica, solo un po’ di fastidio. La terza, però, la terza marcia, non riesco mai a piazzarla. Anche le abitazioni, lungo i lati della strada, si fanno sempre più rade. Con curiosità, da una parete a picco su uno spiazzale, noto uno scheletro di una fabbrica. Cola acqua. Evidentemente dalla cima del monte qualche rigagnolo deve essersi incanalato nelle grondaie che decenni prima servivano all’evidente attività estrattiva. Anche per questo la fabbrica è completamente arrugginita e quel colore la rende placidamente naturale, incastonata alla perfezione tra l’arborea natura circostante.
Arrivo. C’è un piazzale e parcheggio. Sant’Anna di Stazzema è una frazione. La frazione di un paesino e già questo dice tutto. Scorgo due tre case. Strutture grandi, si vede, recenti, si vede, contingenti. C’è il museo, davanti al quale, con trasporto, mi precipito. Salgo la rampa, mi affaccio all’impietosa porta a vetri, sporgendo il viso qua e là. Sono da poco passate le 13 ed è tutto chiuso. Dai cartelli si comprende che non riapriranno, per oggi. La vetrata, però, mi permette di capire che dentro, su quelle mensole, dentro quelle teche, deve esserci un tesoro di testimonianze, libri, cimeli, emozioni che oggi mi sono negati. Peccato, penso. Poi, mesto, torno indietro. Mi giro. La scorgo.
Su di un muro la targa di Calamandrei. È lei. È bellissima. Mi ci fermo davanti qualche minuto. Respiro a pieni polmoni quest’aria viva e vergine.
Poi torno al centro del piazzale e ruoto su me stesso per capire in quale direzione andare. Nessuno. Sarà l’ora, sarà che è sabato, sarà che sono a Sant’Anna di Stazzema, ma non c’è nessuno. Però di sicuro non c’è silenzio, perché il vento che frusta le montagne tra le quali il piccolo paesino vegeta, regala un fruscio continuo, indolente, cadenzato. Antico. Sono così vicine, queste montagne, che puoi vederci gli alberi, uno ad uno, piegati impercettibilmente dal vento. Sprofonda una valle, tra me e loro, eppure è così.
Sappi che il fruscio degli alberi è la prima avvisaglia.
Poi scorgo la chiesa. Piccolissima. Davanti ha delle sagome. Sono sagome di legno che rappresentano dei bambini. Sono verniciate di un colore celeste, un celeste stinto dalla pioggia che le ha rese, così, più umane. Sono poste in circolo, queste sagome, a comporre un girotondo. Le hanno messe lì per ricordare coloro ai quali la guerra ha tolto il futuro. Sono i bambini di Sant’Anna di Stazzema, sono i bambini fucilati. Sullo sfondo, il cielo color ghiaccio si apre un varco tra i due monti. E dietro, il portale della chiesa. È la stessa di sessant’anni fa. Entro. L’acquasantiera, avverte una modesta targhetta, è la stessa che venne colpita dalla mitraglia. Si vede subito che fu pesantemente lesionata, che si spezzò in due e si nota l’incollatura. Ma l’hanno aggiustata, l’hanno rimessa al suo posto e ora sta lì, e continua ad inumidire le dita di chi ancora sente qualcosa che lo spinge a farlo, quel gesto. Dentro è tutto illuminato, sembra quasi che da un momento all’altro debbano entrare gli sposi. Eppure non c’è nessuno. L’unico invitato sono io. Ed è così piccola, la chiesa di Sant’Anna. Davanti a un’immagine di non so quale madonna o santo ci sono dei piccoli lumini. Di quelli di cera, di quelli che non li trovi più, nelle chiese di oggi. Forse anche per questo, di fedeli, ce ne sono sempre di meno. Ne accendo uno. Un altro, piccolissimo, il classico moccolo rimasto da chissà quale offerta lasciata nei mesi scorsi, me lo metto in tasca. Magari, penso, spero, uno zelante sacrestano mi riprende. Niente. Poi esco. Vado dietro la chiesa, c’è un piccolo piazzale operaio, con le cataste di legno. Una chiesa che sembra atta anche a fungere da casale, da deposito. Forse una volta era così. Non mi fermo, vado oltre, quasi ad attendere, quasi a implorare il richiamo di un prete. Niente, anche qui. Mi guardo intorno. Lì, lungo lo stretto, ma non angusto, passaggio laterale, mi chiedo, lì, qualcuno avrà provato a scappare, lì qualcuno sarà stato raggiunto alla schiena. E così sarà stato tra i più fortunati. Nell’ultimo istante non avrà visto falciati dalle raffiche i propri cari, non avrà visto le taniche di benzina fare scempio dei poveri resti, non avrà visto dissolversi nel fuoco la pietà umana. Ma avrà visto lo stesso cielo che adesso guardo io, avrà sentito sulla pelle lo stesso vento che, intanto, non mi lascia da più di un’ora.
Questo penso. Ed è la seconda, di avvisaglia.
Torno indietro, le chiavi della macchina in mano. E così non c’è nessuno. Non c’è nessuno a Sant’Anna di Stazzema. Nonostante questo sento di voler togliere il disturbo. Cammino come se per terra avessero appena pulito. Mi volto a rivedere la chiesa. Io vado via, eh.
Infine, a pochi metri dalla macchina, noto una specie di bacheca che, nella foga dell’assalto, avevo bellamente ignorato. Al centro del piazzale, al termine dell’ultima curva, quasi a mettere sull’avviso chi sale fino a lassù, qualcuno ha piantato una teca di legno, di quelle anonime, tipo Pro Loco. Mi avvicino, ignaro e sovrappensiero. Quasi infastidito. Immagino indicazioni sul parcheggio, ormai disattese, numeri di telefono, cartelli dei bed&breakfast più vicini. Invece no. E questo ricorderò della violenza con cui l’orrore, infine, arrivò anche a me. Prima, no. Prima, il fruscio, il vento, solo tiepide avvisaglie. Perché la bacheca ha una mensola. E sulla mensola, un pupazzetto, mi sembra di peluche, di stoffa o di spugna. Ti giuro che non ricordo. Non ricordo. Il pupazzetto era sporco. Ne aveva presa di pioggia, forse quella di tutto un inverno. Un foglietto scritto a mano, in una busta trasparente, la calligrafia infantile, si riferiva alla più piccola vittima dell’eccidio. Le parlava in prima persona. Le chiedeva di riposare tranquilla. Questa bambina, la ricorda anche una targa, posta in alto, sicuramente più solenne e duratura. La bambina era nata solo da pochi giorni e non scampò al massacro.
Feci appena in tempo a prenderne atto. Eccolo, pensai, eccolo, l’orrore. In un piccolo peluche di merda, gonfio di acqua piovana, per giunta, che da giorni sta qui. E che da questa mensola è, da un’ora, l’unico che mi guarda. Pensai ai bambini, a quella povera gente. Mi sentii male. Piansi un qualcosa per mezzo secondo. Poi mi infilai in macchina, velocemente.
Nessuno mi vide.


grazie per aver raccontato questa storia che fa brillare gli occhi. mi ha fatto tornare in mente un preziosissimo brano dei Mercanti di Liquore. anche i Mercanti con i ricordi partigiani delle loro canzoni, scarrozzate sulle strade di una vita differente, ogni giorno danno vita ad altrettante bellezze disobbedienti. “Nella chiesa di Bellusco” è il racconto di un massacro scampato…è il racconto di quello che successe in una chiesetta, non in un caldo mattino d’agosto, ma in un freddo giorno del mese di febbraio. uno di quei giorni in cui fa un freddo cane…..
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