
di Chiara Reali
Quelli che c’erano non ci sono più. Ci sono eventi che non possono avere testimoni, solo testimonianze. Quelli che c’erano hanno smesso di esserci così in fretta da non avere nemmeno il tempo di raccontare cosa fosse successo. Hanno sussurrato poche parole prima di spegnersi, parole oscure per descrivere l’esplosione; la paura.
L’uomo con la telecamera è arrivato poco dopo. Anche lui ha smesso di esserci, e così la sua telecamera – l’hanno dovuta seppellire in un punto profondo della terra, in una scatola di quelle che chiudono il dentro dal fuori e non solo il fuori dal dentro. Gli uomini del filmato si levano le mascherine di carta dal naso, infastiditi dal caldo, polvere e sudore. Si asciugano la fronte con un fazzoletto, si sfilano le magliette e se le legano intorno alla testa, arrotolate.
Sono tutti morti; resta la loro immagine che si muove musicata dal ronzio del proiettore, i loro muscoli tesi nello sforzo o nel saluto.
La bambina guarda il telegiornale, sono già passati alcuni giorni. Col dito tiene il segno del libro che regge sulle ginocchia. Sta per dire qualcosa ma la mamma le dice: silenzio.
– Posso uscire a giocare?
La mamma non risponde, abbassa lo sguardo sull’insalata che ha nel piatto, appoggia la forchetta.
Al telegiornale stanno dicendo di non mangiare verdure a foglia larga. La mamma smette di masticare.
Al telegiornale stanno dicendo che sarebbe meglio non bere latte.
C’è una nuvola che viaggia sopra le nostre teste, spiega alla bambina, una nuvola che piove veleni anche quando c’è il sole.
La mamma dice: radioattività, radiazioni.
La bambina pensa al cartello giallo sulla porta di una stanza di ospedale.
Le radiazioni renderanno tutti i corpi trasparenti. La bambina si guarda la mano, cerca di capire se già si inizino a intravedere le ossa in controluce. Diventeremo tutti grigi e bianchi e neri, come nelle radiografie.
Al telegiornale stanno dicendo che i temporali bruceranno i prati o li renderanno infetti. Le piogge acide già bucano gli ombrelli e i monumenti, brucano le foglie come le lumache. L’erba bruciata cambia colore ed è facilmente riconoscibile, ma l’infezione non si vede. La pioggia radioattiva non buca, non brucia, non bruca, l’erba resta verde e i bambini continuano a correrci e caderci, a infilarsi in bocca i suoi fili teneri o le mani con cui hanno attutito la caduta, le ginocchia continuano a sbucciarsi e a lasciare entrare quello che è nascosto sottopelle, dentro al sangue.
La bambina trattiene il respiro quando la mamma apre la finestra per uscire sul balcone a sbattere la tovaglia. I passeri becchettano le briciole e roteano le ali, saltellano sulle zampe che sembrano vermi.
I morti fanno i vermi, i vermi scavano tunnel sotto terra per arrivare dal cimitero all’orto, entrare nelle radici dei pomodori e salirne lungo i fusti pelosi, annidarsi nella polpa.
La bambina mangia la pasta al sugo e sente il sapore di muffa dei suoi nonni. Vermi ritorneremo, o polvere, o cenere, o sugo.
Al cimitero c’è il forno crematorio e la maestra li ha fatti mettere in fila per sbirciare tra le griglie della finestra, due per volta, tenetevi per mano, gli ha mostrato le rotaie; la morte è l’ultimo viaggio e quello verso il fuoco è il primo, corpi nudi e anime vestite sdraiati su un letto a rotelle, il becchino lo spinge e inizia la corsa, i morti che fanno la gara a chi arriva per primo nel fuoco.
Prima si bruciano i peli e i capelli. Quando la mamma dimentica in bagno l’accendino ci prova e i capelli si consumano come una miccia e si arricciano, hanno l’odore della carne di pollo sulla griglia.
Poi brucia la pelle, si accartoccia come la carta che avvolge le arance, diventa nera e leggera, vola su per il camino. La maestra gli mostra la ciminiera e dice, da lì esce il fumo. Anime trasparenti in camicia da notte che volano verso il paradiso quando il cielo è pulito. Ombre bianche che corrono sulla tappezzeria quando vorrebbe rifugiarsi nel letto dei suoi genitori. Sei grande, torna in camera tua, le dicono.
I muscoli cambiano colore come l’arrosto nel forno. Le ossa, come bruciano le ossa? Restano le otturazioni, le viti che una volta saldavano fratture.

È il 26 aprile del 1986. L’acqua di refrigerazione degli impianti si scinde in idrogeno e ossigeno, la separazione all’interno delle pareti dei tubi è violenta, gli atomi come sassolini nelle maracas, come biglie fatte roteare in un sacchetto che si rompe e le biglie schizzano via e rompono tutto quello che c’è intorno, il tetto del reattore salta come un tappo di spumante e la schiuma sprizza verso il cielo dritta, si apre come un ombrello, ridiscende come una fontana.
È il 27 aprile e i bambini di Pripyat giocano sugli scivoli. I genitori li osservano con le braccia incrociate sul petto, chiacchierano tra loro, tengono i più piccoli per mano o li afferrano ai fianchi per aiutarli a salire. Hanno le maniche delle camicie rimboccate fino ai gomiti, fa caldo.
Una madre calca il berretto di cotone sulla testa del figlio di due anni, le cosce strizzate dagli elastici del pannolino. La ruota panoramica è ancora ferma in attesa dell’inaugurazione. Un ragazzo pensa alla ragazza che gli piace, quando saranno in cima alla città proverà a baciarla e si ameranno per sempre. C’è un cagnolino e la bambina bionda si fa rincorrere come nella pubblicità della crema doposole. Qualcuno si sfrega gli occhi arrossati, è aprile, pensano, pollini, allergie. Ci sono i militari con le maschere antigas che si stanno solo esercitando. Dicono così: ci stiamo solo esercitando.
Gli altoparlanti gracchiano, c’è chi si copre le orecchie ridendo. La voce chiede attenzione. Qualcuno si ferma ad ascoltare, le parole escono sempre più chiare, la bambina bionda sta ancora correndo quando il padre la ferma, la abbraccia mentre lei vorrebbe tornare a giocare.
Le case sono grigie e grigie sono le lenzuola stese alle finestre, ma le donne indossano vestiti colorati, sorridono sistemandosi i capelli scompigliati dal vento.
Gli autobus sono pronti a partire. La festa si svolgerà da un’altra parte.
I bambini si siedono nelle file in fondo e salutano la città vuota, la città morta. È la notte del 27 aprile e la città viene evacuata. Le scintille sono belle come fuochi artificiali.

immagini di Merlijne Marell
l’ultimo video di Vladimir Shevchenko

Rispondo alla domanda di Chiara: “Cosa ricordate del vostro 1986?”. Io ricordo il terribile sapore del latte condensato, i consigli che le madri si scambiavano nel tentativo disperato di aggrapparsi a una quotidianità infestata di paure.
(io mi ricordo dietro alla finestra a guardare il prato sapendo di non potere uscire a giocare - non doveva piovere, aveva piovuto - e la nuvola al telegiornale che si spostava di nazione in nazione, le discussioni con gli altri bambini su cosa mangiare a colazione)
Ho 18 anni. Pochi mesi alla maturità. Grazie tante! penso, Sì, proprio grazie tante mondo!!
Mia madre è Sigourney Weaver, la lattuga nel lavello Alien. L’uovo di Alien.
Le notizie si sanno perché le dicono: altri tempi. Tempi in cui le cose non le vedi, e allora ci credi di più. Ti arrabbi di più. Temi la morte, di più.
Allora, dovevamo immaginare la maggior parte delle notizie: questo ci costringeva ad avvicinarci, ad inquinarle con le nostre più intime fobie. Ognuno di noi rifletteva nello specchio terrificante dell’esplosione e della nube la propria personale qualità di paura (il non-visto non vale solo per l’eccitazione sessuale, identico è l’effetto in negativo).
Oggi chissà che sarebbe stato. I click su youtube. Le immagini su flickr. Chissà.
Scrissi un Testamento Dada sulla mia Smemoranda: una via di mezzo tra Tzara e Majakovskj.
Era la fine del mondo. Ne ero certo.
Sbagliavo.
Oggi dicono che statisticamente una piattaforma petrolifera ogni tanto può combinare quel casino. Ma una centrale nucleare, no. Per quale strano gioco delle probabilità, non ci è dato saperlo.
Forse, il mondo è già finito. Ci stiamo soltanto occupando dei titoli di coda.
Mi conforta che ci sia un altro quasi vecchio come me.
Avevo ventun anni, leggevo le notizie con scrupolo ma senza allarme, con rassegnazione, quasi appagato in una mia aspettativa di disastro. Ricordo che se ne parlava così (o forse solo io, che vivevo molto nella mia testa, ne parlavo così con me stesso), mangiando verdure a foglia larga e bevendo il latte, con l’idea inespressa che se la nuvolaccia fosse arrivata, pazienza, ce la meritavamo.
Forse solo i bambini hanno davvero a cuore futuro del mondo, o forse certi imprinting si ricevono solo prima di una certa età - io per esempio una memoria così vivida e personale ce l’ho solo di piazza Fontana (1969), morte e distruzione a un chilometro da casa mia senza nemmeno suggestioni da fantascienza, e l’idea bislacca che i disastri avvengano sempre per volontà e guadagno di qualcuno e dunque siano sempre in agguato senza nessuna possibilità di scampo.
Io però sono sempre qui e senza nessuna intenzione di andarmene presto, e dunque ripeto spavaldo il grido di Steve McQueen in Papillon: “Figli di puttana, sono ancora vivo!”
per colpa di Chernobyl per anni non ho mangiato insalata, una sorta di imprinting… come quella che mi ha causato questa pubblicità progresso e il relativo cartaceo con cui era tappezzata la mia scuola elementare…
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Avevo vent’anni e quell’aprile 1986 era il mio primo fuori casa.
Non avevo la televisione, dovevo imparare tutto e Chernobyl non era una priorità.
Però anch’io ricordo il latte e l’insalata, nelle chiacchiere alla mensa dell’università. Chissà cosa mangiavamo…
Io avevo solo 7 anni quando è successo e non ricordo quasi nulla. Credo di aver rimosso per la paura. Paura che mi è rimasta negli anni, perchè quando vedo film che trattano di nucleare non posso guardare e cambio canale e quando si parla di aprire centrali nucleari mi vengono i brividi…
Io nell’86 mi ricordo che pensavo che erano passati giusto 10 anni da quando avevamo dovuto andare via da casa perché dall’Icmesa era uscita la diossina.