
C’era un vecchio Zio di mia madre. Siamo negli anni 70 e io, ai piedi, indossavo pesanti e antiestetiche scarpe ortopediche. Tu, probabilmente, nemmeno esistevi.
Fu mandato a combattere nelle trincee durante la prima guerra mondiale, questo Zio. Adolescente, la febbre interventista aveva prevalso su di lui più dell’impietosa spagnola. Così, con un’affilata baionetta impugnata dalla mano destra e una preziosa vanga stretta nella sinistra, aveva combattuto. Furiosamente. Al grido dei minuscoli savoia si lanciò anche lui nel mattatoio irredentista che triturò uomini, speranze e ricordi. Lo Zio si beccò una pallottola tra un occhio e una basetta. La curva che il metallo austriaco gli disegnò nel cranio, non lese nessun organo vitale. Così ne uscì da quel mattatoio, lo Zio. Ma rimase pressoché cieco.
Grande invalido di guerra. Pluridecorato. E giù un carico di medaglie scintillanti e onori e roboanti fanfare e un regio vitalizio niente male e quant’altro servisse al regime per la tragica ed epica carnevalata della patria e dell’invitta razza italica di lì a poco in onda. Tanto è gratis. Tanto è tutto da guadagnare. E da cieco, lo Zio, si aggrappò a quel nascente regime, all’ordine, all’idea di un duce a cavallo dispensatore di benessere e progresso come un moribondo alla sua maschera d’ossigeno. Gli diedero un incarico di facciata, privo di alcuna effettiva mansione nel partito, mentre, intanto, il simbolo littorio, aquile varie e labari assortiti che lui poteva solo udire, gli permettevano di non essere dimenticato. Di continuare a vivere. Probabilmente contava meno dell’ultimo dei simpatizzanti. Forse lo portavano in giro, attorniato da un tripudio di braccia tese, di saluto al duce e di prodi raid notturni della milizia, esattamente come fanno al circo con i vecchi gorilla della foresta nera. Che non riescono più nemmeno ad alzare un braccio e dalla gabbia passa solo una tristezza senza fine.
Lui, invece no. Sebbene l’arterisclerosi, come una lenta e delicata patina di ruggine, avesse cominciato ad intaccare irrimediabilmente membra e croci di ferro appuntate qua e là sulle sue carni, lo Zio sentiva ancora tutta la travolgente prosopoea del regime circolargli a tremila nelle indurite vene. Quella, solo quella, dava un senso al suo respiro. Alle sue parole. Così, a sentirlo parlare, sembrava di avere di fronte l’ultimo gerarca a cui nessuno ha ancora sussurrato all’orecchio, di badoglio. Di badoglio e che c’è da scappare prima possibile in Svizzera. Quando lo Zio si infervorava, raccontano, sembrava proprio di ascoltare il duce.
Anni 70, quindi. Ed eccolo. Eccolo, lo Zio. Togliatti, compromesso o meno, non c’entrava nulla ma trent’anni dopo, l’inamnistiabile Zio decise di venire a Roma. Nessuno potè contraddirlo perché nessuno poteva contraddirlo. Nella sua carrozzella, seguìto centimetro per centimetro dalla sorridente moglie – un tipo minuto con un viso ispirante solo tenerezza per la totale devozione mostrata all’uomo – arrivò nella capitale. Nel suo buio si fece portare in giro per vedere Piazza Venezia, o, meglio, per respirarne l’aria e, chissà, a sentire un’eco che solo lui percepiva ancora nella testa.
E io ricordo che era domenica e stavo lì a giocare, a giocare col pongo, e mi dissero vèstiti, vèstiti bene. Ché dobbiamo uscire. Ci infilammo nell’angusta ma morbida fiat 650 di mio padre. Ma dove andiamo? Andiamo a trovare lo Zio. Così, non ricordo dove, quartiere bene comunque, ci accodammo alla processione. Entrammo trafilati in un appartamento. Eravamo in ritardo. I soliti salamelecchi del caso e lì, al centro, il capannello più accaldato. Al centro, seduto su quella che doveva essere la sedia più prestigiosa dell’intero condominio, solennemente intarsiata, qualcuno aveva collocato lo Zio.
C’erano tutti i parenti, il ramo che si diede all’emigrazione e al miracolo italiano del dopoguerra. C’erano tutti i fratelli di mia madre, tutti socialisti e di decise propensioni alla falce e martello. Per una serata, per lo Zio, tutto può passare in secondo piano, tutto è accantonabile. C’erano i miei cugini, non ne mancava nessuno. Sono tanti e sono piccoli come me.
Nonostante quest’atmosfera rigorosa ma posticcia, conquistai un angolo, non senza fatica, e presi a palleggiare, goffamente, con quello che trovai. Forse faccio dei danni alla tappezzeria, pensai, ma tanto non se ne accorge nessuno, e non capisco, non capisco quello di cui si parla. Finché all’improvviso, qualcuno, non diversamente dalla soldataglia di erode, raccolse con decisione tutti i bambini al centro della stanza. Per la seconda volta oggi, mi dissi, qualcuno mi interrompe mentre sto esercitando il mio diritto a non pensare a nulla.
Nell’immediato silenzio, lo Zio, dal suo improvvisato trono gerarca, prese a chiamare questi bambini, uno per uno. E i nomi, i nomi dei miei cugini, erano scanditi a voce alta.
Il primo. Il primo cugino, il maggiore, gli venne offerto davanti, a pochi centimetri.
Lo Zio. Diversi secondi di attesa. Il ghigno irremovibile, la mascella impavida, i movimenti del capo a scatti. C’era tutto. Lo ripetè, quel nome, stavolta con tono più moderato ma più soddisfatto, meno interrogativo. Meno patriarcale.
E tu, tu ci vai a scuola?
Questa era la sua domanda. Questo chiedeva, lo Zio. Aveva una voce intransigente, prepotente che in vita mia non avevo mai – giuro mai – sentito prima. Chissà cosa viveva. Chissà cosa immaginava. Forse tanti piccoli figli della lupa messi in fila, emozionati ed orgogliosi del suo sacrificio per il duce e per la patria.
Ero in coda, come sempre. E ignoravo tutto quello che era possibile ignorare del mondo. Pensavo che avevo solo sei anni, io, e non mi avevano fatto portare dietro il mio migliore amico, il pongo, ed ora qualcuno mi chiamerà e dovrò andargli davanti. Il fastidio, lo vinco perché, pensai, sono proprio curioso di vedere da vicino una cosa che successe tanti anni fa, in guerra, una guerra vera, e di cui i miei facevano cenno prima in macchina. Il buco nella testa. Il buco nella testa dello Zio.
Tutti i miei cugini in fila davanti a me risposero, a turno, che era dovere di ogni balilla impegnarsi per la gloria del duce. Così percepiva lui il semplice ma bulgaro e devoto assenso. Altri due, forse tre, secondi di pausa – affinché il volto del patriota si fosse rilasciato in un’espressione di compiacimento – e il genitore di turno avrebbe srotolato pagelle eccelse ed elencato voti altissimi. Infine, ci sarebbe stato un aulico e verboso commiato e un bacio, commosso e imposto, allo Zio.
La fila si assottigliava lentamente, inesorabilmente.
E toccò a me.
Massimo.
Mai nessuno mi aveva chiamato così. È il duce, forse. Ma io non ho nessun libro, e il moschetto, il moschetto, non so nemmeno come sia fatto. Vieni, vieni qui. È il figlio di Laura, vero? E tu, Massimo, e tu ci vai a scuola?
Io gli guardai la tempia.
Rimasi un po’ deluso.
Ci vado perché mi ci mandano. Perché a me, la scuola, mi fa schifo.
Così risposi.
Dopo ricordo solo l’immediato terrore di delusione iniettare gli occhi di mia madre. E un parente, un parente che, trafelato ma deciso, si portò dietro la sedia su cui lo Zio, col respiro rotto in gola, si era improvvisamente accasciato. Una mano a far leva sul pomello, l’altra, premurosa, appoggiata sulla sua spalla, chino su di lui, delicatamente gli disse: zio, zio… dobbiamo scappare.





